Stiamo riscoprendo il mahjong
Un gioco cinese arrivato in Occidente un secolo fa è diventato popolare negli ultimi anni, con tornei partecipati nelle grandi città

In Italia il mahjong è noto soprattutto come solitario a cui giocare al computer, ma la sua storia e diffusione sono molto più stratificate. Nacque in Cina come gioco da tavolo di gruppo, e nel tempo se ne sono sviluppate oltre quaranta varianti, anche in Italia, dove arrivò a inizio Novecento e si diffuse soprattutto in Emilia-Romagna. A lungo è rimasto popolare, anche fuori dalla Cina, tra persone cinesi di seconda generazione o di una certa età, ma da qualche anno ha cominciato a essere riscoperto anche dai più giovani e nei paesi occidentali.
In città come Berlino, Londra, Parigi e New York ci sono regolarmente serate e tornei dedicati al mahjong, a volte anche con centinaia di persone. Ci sono blog che ne ricostruiscono la storia e tutorial su YouTube su come giocarci. L’Economist ha scritto che secondo la piattaforma di vendita di biglietti Eventbrite nel 2025 le presenze agli eventi dedicati a questo gioco sono triplicate rispetto all’anno precedente, e che oggi i post su TikTok a tema sono circa 100mila: il 70 per cento in più rispetto a quelli dell’anno scorso.
Anche marchi di lusso come Hermès, Prada e Louis Vuitton hanno cominciato a vendere set da mahjong, un gioco che si è visto tra gli altri nel programma di Netflix di Meghan Markle, la moglie del principe Harry del Regno Unito.
Il mahjong può ricordare giochi come il domino o il ramino, e spesso negli anime o nei film che hanno a che fare con le culture orientali è usato come espediente narrativo per creare tensione. Infatti è un gioco che richiede pazienza, strategia e come sempre un po’ di fortuna.
Di norma si gioca in quattro, seduti attorno a un tavolo, usando 144 tessere con disegni e simboli ispirati alla cultura cinese. I “semi” sono tre: cerchi, bambù e caratteri, con numeri che vanno dall’1 al 9. A queste si aggiungono altre tessere che rappresentano rispettivamente i quattro venti (nord, sud, ovest, est), tre draghi (rosso, bianco e verde), 4 fiori e 4 stagioni. Di ogni tessera esistono quattro copie, per un totale appunto di 144 (ma ci sono versioni anche con più o meno tessere). Semplificando molto, ogni giocatore pesca 13 tessere da una “muraglia” quadrata, e poi si procede a giro, pescandone e scartandone sempre una. Per vincere bisogna formare una serie di combinazioni di coppie, tris o scale, il cui punteggio può variare.
Il “chow” per esempio è una scala di tessere consecutive dello stesso seme, il “pung” un tris di tessere identiche tra loro e il “kong” un poker di quattro. Ogni versione ha sistemi di calcolo dei punteggi leggermente diversi, e la versione più diffusa è quella di Hong Kong. In Italia esiste un regolamento ufficiale, ma poi ci sono variazioni città per città, per dire anche tra Ravenna e Faenza, che distano una ventina di chilometri e sono tra quelle in cui il mahjong è più diffuso nel nostro paese.
Anche se secondo un’antica leggenda fu inventato da Confucio nel sesto secolo avanti Cristo, la versione più condivisa è che il mahjong nacque nella seconda metà dell’Ottocento a Shanghai come evoluzione di giochi di carte più antichi. All’inizio era considerato un gioco d’azzardo ed era associato ad ambienti poco raccomandabili, come bettole e bordelli: pian piano però si diffuse tra la borghesia cinese, e da lì in tutto il paese.
Negli anni Venti arrivò negli Stati Uniti grazie a Joseph Babcock, un ingegnere che aveva viaggiato in Cina e che ne inventò una versione semplificata diventata molto di moda, poi ulteriormente modificata. L’esperto di giochi Sergio Mașini ha raccontato che più o meno nello stesso periodo si diffuse anche in Italia, parallelamente al gusto per l’estetica cinese. Fu introdotto nelle grandi città portuali come Napoli, Bari, Venezia e appunto Ravenna, prima durante le pause dal lavoro nei porti, poi nei circoli e nei bar.
Nel secondo dopoguerra la bottega dell’ebanista Michele Valvassori fu la prima a produrre i set di mahjong in Italia proprio a Ravenna, dove nel 1987 fu peraltro fondata la Federazione italiana Mah Jong e dove ancora oggi il gioco viene tramandato di generazione in generazione, come “magiò”. Ci sono comunque club e gruppi in altre città italiane, da Milano a Firenze, da Cagliari a Udine, passando per Ferrara o Carpineti, sempre in Emilia-Romagna.
Come è successo con altri passatempi, dai videogiochi alla panificazione, anche il mahjong è stato riscoperto un po’ durante la pandemia da coronavirus, e un po’ con il passaparola su internet. Due ragazze sui vent’anni sentite dalla rete radiofonica statunitense NPR, per esempio, hanno raccontato di aver cominciato a giocarci perché cercavano un hobby poco dispendioso e che le aiutasse a staccarsi dai loro smartphone. Per molte persone di origine cinese, inoltre, è diventato un modo per riavvicinarsi alle tradizioni dei propri genitori o nonni.
Annelise Heinz, autrice di un libro sulla storia del gioco, ci vede anche una certa gratificazione nel modo in cui si devono organizzare le tessere, e più semplicemente un certo piacere sensoriale legato al fatto di tenerle in mano o al rumore che fanno quando si toccano. Diversi studi hanno poi evidenziato come giocare a mahjong possa aiutare con la memoria, contribuire a gestire lo stress e a rafforzare il senso di comunità tra le persone.
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