A Péter Magyar non basterà vincere le elezioni
Il leader dell'opposizione ungherese è favorito nei sondaggi, ma cambiare le cose sarà difficile dopo 16 anni di governo illiberale con Viktor Orbán

In Ungheria il principale partito di opposizione, Tisza, e il suo leader Péter Magyar sono avanti in tutti i sondaggi per le elezioni parlamentari del prossimo 12 aprile: è possibile che per la prima volta dal 2010 il paese avrà un primo ministro diverso da Viktor Orbán. Vincere però potrebbe non bastare a cambiare il paese. Per Magyar governare l’Ungheria sarebbe complicatissimo a causa del modo in cui Orbán e il suo partito Fidesz, di estrema destra, hanno riformato gli organi dello Stato negli ultimi 15 anni, nominando tra l’altro molti alleati in posizioni di rilievo nelle istituzioni pubbliche.
Per prima cosa, con una riforma costituzionale approvata nel 2011, Orbán ha incluso molti ambiti in quelli modificabili solo con le cosiddette “leggi cardinali”, ossia che per essere approvate hanno bisogno dei voti di due terzi del parlamento monocamerale (quindi di una maggioranza molto ampia). In origine erano state previste solo per alcuni temi specifici, mentre la riforma le ha estese a praticamente qualsiasi aspetto della magistratura, del sistema elettorale, della gestione dei media e delle finanze pubbliche, ma anche delle politiche familiari e del rapporto fra lo Stato e la Chiesa.
Sono tutti ambiti in cui Orbán ha eroso lo Stato di diritto e le libertà della popolazione ungherese negli ultimi 15 anni, e che Magyar dovrebbe cercare di riformare in modo massiccio, anche per sbloccare almeno una parte dei fondi che l’Unione Europea non sta erogando all’Ungheria proprio per via dell’approccio autoritario e illiberale di Orbán. Secondo i sondaggi però Tisza dovrebbe riuscire ad avere solo una maggioranza semplice in parlamento, che quindi non gli basterebbe per mettere in atto queste riforme.
Anche se dovesse riuscire a farne passare alcune, queste potrebbero essere bloccate dai principali tribunali del paese: sono infatti alleati di Orbán l’attuale procuratore generale, Péter Polt (uno dei fondatori di Fidesz), il presidente della Corte suprema, András Varga, e i 15 giudici della Corte costituzionale, tutti nominati da Orbán, fra cui un suo ex ministro della Difesa.

Sostenitori di Magyar durante una manifestazione a Budapest, il 15 marzo del 2026 (AP Photo/Denes Erdos)
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Se diventasse primo ministro, per prima cosa Magyar dovrebbe occuparsi di far approvare la legge di bilancio, cosa che non sarà facile. Sulla legge ha potere di veto il Consiglio di bilancio, un organo composto da tre fedelissimi di Orbán recentemente eletti con mandati dai 6 ai 12 anni. L’attuale presidente ungherese, Tamás Sulyok, in carica fino al 2029 e vicino al partito di Orbán, Fidesz, può indire elezioni anticipate nel caso in cui un governo non riesca a far approvare il bilancio. Ha anche potere di veto su tutte le leggi, che può decidere di sottoporre alla Corte costituzionale.
Lo scorso dicembre inoltre il parlamento ungherese, controllato da Fidesz, ha reso più complicato rimuovere un presidente. Prima si poteva fare con una votazione a maggioranza semplice, mentre ora serve una maggioranza di due terzi e l’approvazione della Corte costituzionale, che deve esprimersi sulla legittimità della decisione.
In altre parole, è possibile che fra poco Péter Magyar si troverà in una situazione simile, e forse ancora più complicata, di quella che dalla fine del 2023 sta affrontando il primo ministro polacco Donald Tusk, di centrodestra e filoeuropeo.
Tusk, che era a capo di una coalizione di partiti di opposizione, vinse contro Diritto e Giustizia, il partito di estrema destra che nei nove anni precedenti aveva governato la Polonia in modo sempre più autoritario. Da allora però il nuovo governo non è riuscito a far approvare varie leggi che aveva promesso, tra cui la riforma della giustizia e una per rendere nuovamente legale l’aborto, su cui Tusk si era molto speso in campagna elettorale.
Le difficoltà di Tusk sono dovute alle riforme che Diritto e Giustizia aveva approvato quando era al governo e all’opposizione del nuovo presidente, Karol Nawrocki, vicino al partito, che sta mettendo il veto a quasi tutte le leggi che Tusk riesce a far passare in parlamento.



