Il più vicino dei mondi lontani

La Luna dista dalla Terra il giusto, è fondamentale per la vita delle specie e stimola la fantasia umana e il progresso da sempre

Le fronde degli abeti intorno a una luna piena, vista da dentro un bosco
La Luna tra gli alberi in un bosco vicino a Rasing, in Austria (AP/Ronald Zak)
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In un episodio della serie animata I Griffin, tra i più amati dai fan, il capofamiglia Peter fonda lungo il perimetro della sua proprietà una nazione indipendente che chiama Petoria. Suo figlio Chris, capo del programma spaziale, ne mostra i progressi in una scena in cui sale sul ramo più alto dell’albero in giardino e tende un braccio verso la Luna, dicendo: «ci sono quasi».

È una scena demenziale, come ogni altra nella serie, ma inquadra bene la ragione più ovvia del fascino degli esseri umani per la Luna: la sua vistosa presenza nel cielo notturno, il fatto che tra i corpi celesti sia il più vicino alla Terra (in media 384.400 chilometri). Ciò la rende anche il più grande dalla prospettiva terrestre, per dimensione apparente più o meno uguale al Sole, che è circa 400 volte più grande ma è anche circa 400 volte più lontano.

Senza questa coincidenza astronomica e altre, probabilmente la Luna non sarebbe mai stata così tanto al centro di miti, credenze e fantasie umane, da sempre e almeno quanto il Sole. La luce che riflette non avrebbe illuminato le notti quasi interamente buie dei nostri antenati. Il naturalista latino Plinio il vecchio non lo avrebbe definito «tra gli astri il più familiare ai terrestri, rimedio alle tenebre escogitato dalla natura». Le sue fasi cicliche, crescenti e calanti, non avrebbero stimolato l’invenzione del calendario: la prima misura condivisa del tempo umano diversa da quella basata soltanto sull’alternanza tra giorno e notte.

E tutto perché probabilmente, secondo l’ipotesi dell’impatto gigante, la Terrà si scontrò con un altro protopianeta circa 4,5 miliardi di anni fa, formando un ammasso rotante di rocce e gas che alla fine si compattò in un corpo celeste a parte. Corpo che non ha ancora mai perso la sua caratteristica principale: la «sua vicinanza solitaria dominante implacabile risplendente», come la descrisse James Joyce nel XVII episodio dell’Ulisse, la sua opera più importante.

Da questa vicinanza dipende la vita stessa per come la conosciamo, in modi che gli scienziati hanno cominciato a studiare relativamente da poco, dalla fisiologia alla psicologia. Ma anche in un senso primordiale, per ragioni anzitutto astronomiche.

Sul lungo periodo – lunghissimo – l’influenza gravitazionale lunare attenua l’inclinazione terrestre, che è notevolmente più stabile rispetto alla maggior parte degli altri pianeti vicini: si è spostata solo di 2 gradi negli ultimi dieci milioni di anni. È una condizione che protegge la Terra da quello che altrimenti sarebbe un caos climatico, come spiega la divulgatrice scientifica Rebecca Boyle nel libro La nostra luna.

Marte ha un’inclinazione simile a quella della Terra, ma nessuna vera Luna, solo due piccoli trascurabili satelliti (Phobos e Deimos). Per questo è molto più esposto all’influenza gravitazionale dei giganti Giove e Saturno: la sua inclinazione assiale negli ultimi dieci o venti milioni di anni ha infatti oscillato tra i 14 e 48 gradi. Se la Terra non avesse la Luna, secondo un calcolo dei ricercatori dell’Osservatorio di Parigi, il suo asse si inclinerebbe in qualche punto tra 0 e 85 gradi, restando fisso.

Per un millennio i poli della Terra punterebbero soltanto verso il Sole, rendendo la zona attuale dell’equatore simile all’Antartico, e dopo un paio di milioni di anni la situazione si invertirebbe. La sopravvivenza di qualsiasi forma di vita sul lungo periodo sarebbe estremamente difficile. E se non è così è grazie alla Luna, senza la quale, scrive Boyle, «l’interferenza gravitazionale di Giove spingerebbe la Terra come fa un bullo in un parco giochi».

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Probabilmente non ci sarebbe nessuno a raccontare la storia della Terra, se non fosse la storia condivisa della Terra e della Luna. Mentre l’una orbita intorno all’altra, ed entrambe si attirano a vicenda, il lato della Terra più vicino alla Luna è soggetto a un’attrazione che, insieme a quella del Sole, genera le maree. In questo modo, attirando l’acqua verso di sé, la Luna ha spinto i vertebrati e altri organismi complessi verso la terraferma. E dopo aver svolto questo ruolo fondamentale per l’evoluzione biologica delle specie, ha fatto lo stesso per l’evoluzione culturale umana.

La luna piena dietro un uccello posato su un ramo di un albero senza foglie

Un uccello su un ramo a Istanbul, Turchia (AP/Emrah Gurel)

È l’ingombrante vicinanza della Luna ad averla resa nel corso dei millenni una divinità non astratta, un riferimento popolare costante e un’ispirazione continua per le arti e la scienza. Persino un fattore confondente, forse. Se non ruotasse in modo così evidente intorno alla Terra, scrive Boyle, «forse non ci sarebbe mai stato motivo per gli esseri umani di credere che anche tutto il resto dei pianeti si comportasse allo stesso modo». Forse già i babilonesi avrebbero intuito che i movimenti degli altri pianeti si sarebbero potuti spiegare con le loro reciproche orbite intorno al Sole, e che il periodo orbitale della Terra era solo più breve di quello di altri.

Anche dopo il superamento del sistema geocentrico e la scoperta di Galileo Galilei che altri pianeti avevano lune, quella terrestre ha continuato più di ogni altra a incuriosire gli astronomi. Dal Seicento in poi alcuni cominciarono ad attribuire dei nomi alle caratteristiche della Luna che scoprivano e osservavano. Nomi tuttora in uso: mare Tranquillitatis, cratere Tycho e altri.

Una mappa lunare

Una mappa lunare tratta dall’opera del 1651 Almagestum novum, dell’astronomo italiano Giovanni Battista Riccioli (Wikimedia)

Nominando mari e crateri quegli astronomi trasformarono il modo comune di rapportarsi alla Luna. Furono i primi scienziati a intenderla abitualmente come un luogo, in un senso antropologico: uno spazio che può influenzare l’identità umana ed esserne a sua volta influenzato. Come scrisse nel 2025 la rivista Aeon, furono i primi a immaginarla come una destinazione, intanto che la Luna continuava ad affascinare pittori, poeti, musicisti e scrittori in ogni parte del mondo.

Nonostante le continue scoperte astronomiche, rese possibili da telescopi via via più evoluti, la Luna è rimasta il mondo fuori dal nostro più alla portata dell’immaginazione umana, prima ancora che del progresso tecnologico. Nei paesi occidentali lo dimostrarono in particolare prima la letteratura di fantascienza e poi la più creativa e illusionistica invenzione del primo Novecento, il cinema, fin dai suoi esordi.

(Una parte del film del 1902 Viaggio nella Luna di Georges Méliès)

Furono quelle opere di fantasia, stimolate dalle osservazioni della Luna, a ispirare a loro volta lo sviluppo dei modi reali per andarci. L’ingegnere russo dell’Ottocento Konstantin Tsiolkovsky teorizzò il volo spaziale partendo da concetti che aveva appreso da bambino leggendo i libri dello scrittore francese Jules Verne. Le sue idee furono poi riprese e perfezionate nel Novecento dal fisico tedesco Hermann Oberth e dall’ingegnere tedesco Wernher von Braun, oggi considerati i pionieri dell’astronautica e della missilistica.

Ma forse nessuna generazione di razzi avrebbe mai reso la Luna raggiungibile, se la Luna non fosse da sempre, come scrive Boyle, «il primo luogo che abbiamo immaginato di visitare». Se la sua vicinanza non includesse da sempre la promessa di un viaggio, e se le storie di artisti e scrittori non ci avessero dato «il coraggio di andarci davvero».

Nessun altro corpo celeste ha mai ispirato tanta fiducia. Anche perché, soprattutto prima della fine del Novecento, i tentativi di raggiungerne altri erano fondamentalmente illogici. Gli astronauti dell’Apollo 11 raggiunsero la Luna in tre giorni, nel 1969. Il rover Perseverance ne impiegò 203 per arrivare su Marte nel 2021, disponendo dei più potenti razzi mai costruiti. E se un viaggio umano verso Marte è un’ipotesi tuttora estremamente remota, quello verso qualsiasi altro pianeta è irrealizzabile.

Mentre si allontana lentamente dalla Terra, alla velocità di 3,8 centimetri all’anno, la Luna rimane il primo e unico corpo celeste raggiungibile e già raggiunto. Grazie a un’impresa umana che continua ad affascinarci e che cerchiamo di ripetere, forse perché la Luna è sia vicina sia distante il giusto. Abbastanza da permettere a chi viaggia nello Spazio di acquisire ed estendere al resto del mondo una consapevolezza di noi stessi definita «effetto panoramica», uno sconcertante cambiamento di prospettiva riportato da molti astronauti.

A descriverlo in un modo molto perentorio nel 1974, dopo uno dei suoi viaggi, fu Edgar Mitchell, pilota dell’Apollo 14 e sesto umano a camminare sulla Luna, tre anni prima.

Sviluppi una coscienza globale istantanea, un sentimento verso le persone, un’intensa insoddisfazione per la situazione nel mondo e un impulso a fare qualcosa per questo. Da lassù, sulla Luna, le politiche internazionali sembrano così grette. Vorresti prenderlo per la collottola, un politico, e portarlo a 400mila chilometri di distanza per dirgli: «Guarda qui, figlio di puttana».

O forse cerchiamo di raggiungere la Luna perché è tanto difficile riuscirci quanto è facile riconoscere in questa impresa, più che in qualsiasi altra, un’ambizione che è da sempre e prima di tutto umana: condivisa e non personale, collettiva e non individuale. Lo dimostrano le parole che usiamo ogni volta che la Luna è la destinazione.

Mercoledì 1° aprile 2026, dopo il consueto controllo via radio dei sistemi critici del razzo, la direttrice del lancio Charlie Blackwell-Thompson ha dato il via libera all’equipaggio della missione Artemis II. «Viaggiamo per tutta l’umanità», le ha risposto il comandante Reid Wiseman, usando parole già incise su una targa commemorativa che è sulla Luna da 57 anni, lasciata dagli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin:

Qui uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, nel luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace, a nome di tutta l’umanità.

Il modulo lunare dell’Apollo 11, fotografato dall'interno del modulo di comando e servizio

Il modulo lunare dell’Apollo 11 con a bordo gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin di ritorno dalla Luna, fotografato dall’astronauta Michael Collins a bordo del modulo di comando e servizio Apollo, mentre la Terra sorge sopra l’orizzonte lunare, il 21 luglio 1969 (NASA/Michael Collins)

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