Le cose da fare se manca l’energia
Alcuni consigli dell'Agenzia Internazionale dell'Energia per limitare i consumi di gas e petrolio, ora che con la guerra bisogna essere parsimoniosi

In queste settimane di guerra in Medio Oriente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’AIE, ha più volte messo in guardia sulla portata della crisi energetica che ci attende. Il blocco dello stretto di Hormuz ha interrotto le spedizioni di gas e petrolio dai paesi del Golfo, che sono tra i maggiori produttori al mondo, e gli attacchi dell’Iran contro i loro impianti energetici hanno danneggiato le strutture e compromesso la produzione. Se anche la guerra finisse presto, le conseguenze sull’energia continueranno ancora per moltissimo tempo.
Finora la vita delle persone e l’operatività delle aziende ne hanno risentito soprattutto a causa degli aumenti del costo dei carburanti. Ma se la guerra durerà a lungo si arriverà a un punto in cui ci sarà un altro problema: potremmo iniziare a dover fare a meno del gas e del petrolio provenienti dal Golfo, e quindi a dover razionare i consumi. Per questo motivo l’AIE ha stilato una serie di consigli per governi, persone e imprese qualora si arrivasse a questo scenario, ma sono comunque consigli che valgono anche solo per risparmiare.
Sono soprattutto indicazioni per i governi, in realtà. L’agenzia da settimane sta accusando i politici di sottovalutare gli effetti che può avere sull’economia questa nuova crisi energetica: secondo l’AIE stiamo assistendo alla più grave interruzione delle forniture di energia di sempre, anche maggiore rispetto a quelle degli anni Settanta (quelle che portano alla cosiddetta “austerity”).
Al momento per i paesi europei il rischio di restare senza petrolio e gas è abbastanza contenuto. Questa cosa vale solo parzialmente per l’Italia: compriamo dal Qatar il 10 per cento di tutto il gas che importiamo, e se il governo non troverà a breve un nuovo fornitore si rischierà di non averne a sufficienza il prossimo inverno. I paesi che rischiano di più però sono quelli asiatici, cioè quelli verso cui è diretto circa l’80 per cento di tutto il petrolio e il gas che passano per Hormuz.
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Dai consigli dell’AIE è evidente che i comportamenti individuali possono dare effetti tutto sommato limitati per il consumo di gas. Quello che aiuta è ridurre i consumi elettrici, visto che in Italia ancora il 35 per cento dell’elettricità è prodotta col gas. Si possono sostituire i fornelli a gas con quelli elettrici, per esempio, o abbassare il riscaldamento.
In questo caso sono più efficaci le politiche dei governi, rispetto alle decisioni del singolo. Per esempio nell’inverno tra il 2022 e il 2023, quando i paesi europei si ritrovarono a fare a meno di gran parte del gas dalla Russia a causa della guerra in Ucraina, il governo italiano accorciò di un mese circa il periodo in cui era consentito tenere il riscaldamento acceso (ne ritardò l’accensione di due settimane e ne anticipò lo spegnimento dello stesso tempo).
Secondo l’AIE invece i comportamenti individuali possono aiutare moltissimo per ridurre il fabbisogno di petrolio di un paese. La prima cosa da fare è ridurre gli spostamenti, o quantomeno renderli più efficienti.
La prima soluzione è il lavoro da casa, quando possibile, come hanno già fatto diversi paesi asiatici: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche Laos, Thailandia e Vietnam stanno promuovendo attivamente lo smart working.
Misure di questo tipo erano state incentivate anche nei paesi europei sempre durante la scorsa crisi energetica. Per esempio, nell’inverno tra il 2022 e il 2023 tutti i venerdì il Comune di Milano aveva spento luci e riscaldamenti dei suoi uffici, e i dipendenti avevano lavorato da casa. Anche molte grandi aziende fecero la stessa scelta, ma in quel caso si cercava di risparmiare sulle bollette: qui il punto è far evitare ai dipendenti di prendere l’auto.
Secondo l’AIE servirebbero quindi incentivi o disposizioni dai governi. Il rischio altrimenti è che le aziende non prendano in autonomia similie iniziative, che da sole potrebbero portare a risparmi notevoli.
Nelle economie avanzate infatti sono le auto private a consumare di più tra i veicoli, dato che pesano per circa il 60 per cento dei consumi di tutto il trasporto su strada. Gli spostamenti per andare e tornare dal lavoro ne assorbono una buona parte: l’AIE ha calcolato che in media tre giorni di smart working a settimana potrebbero far risparmiare a livello nazionale tra il 2 e il 6 per cento della domanda di petrolio e derivati: la percentuale ovviamente varia a seconda di quante persone vanno al lavoro in macchina e di quanta parte di dipendenti potrebbero effettivamente fare smart working.
Con tre giorni di lavoro da casa l’AIE ha calcolato che un lavoratore che usa la macchina potrebbe risparmiare fino al 20 per cento dei consumi di benzina.

Un distributore a Roma, il 10 marzo 2026 (ANSA/FABIO FRUSTACI)
A livello individuale sono importanti anche le scelte sullo stile di guida: un’accelerazione più graduale, il controllo costante della pressione degli pneumatici e un uso limitato dell’aria condizionata possono aiutare a consumare meno carburante. L’AIE suggerisce anche di rivalutare il carpooling, cioè la condivisione dei viaggi in macchina con altre persone per dividere il costo del carburante e dei caselli (per esempio quello che in Italia si faceva con BlaBlaCar).
Secondo l’AIE può aiutare a ridurre i consumi anche abbassare il limite di velocità sulle autostrade, e anche in questo caso servirebbe una decisione da parte dei governi. Aiuterebbero anche incentivi a un uso maggiore dei mezzi pubblici: l’AIE suggerisce l’introduzione di divieti parziali di circolazione delle auto, come con il sistema delle targhe alterne.
Suggerisce infine di limitare i viaggi aerei, che comportano un uso intensivo di carburante. Nel breve termine, per l’AIE, i soli voli d’affari potrebbero essere ridotti di circa il 40 per cento: e questo potrebbe far scendere la domanda di carburante per aerei tra il 7 e il 15 per cento. Le compagnie aeree sono peraltro molto preoccupate di finire le scorte nel giro di qualche settimana, e quindi temono di dover ridurre comunque i voli.
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