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  • Giovedì 19 marzo 2026

Trump poteva aspettarsi altro dagli alleati?

Nella guerra in Medio Oriente sta raccogliendo ben poco sostegno: non è sorprendente dopo mesi di accuse, minacce e battute sprezzanti

Donald Trump alla Dover Air Force Base, Delaware, il 18 marzo 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Donald Trump alla Dover Air Force Base, Delaware, il 18 marzo 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
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Vari media hanno raccontato come Donald Trump sia furioso per le risposte negative degli alleati alla sua richiesta di collaborare per riaprire la circolazione navale nello stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran. Nessuno dei paesi chiamati in causa, europei e non, si è detto disponibile. La cosa è tutto sommato poco sorprendente, dato che da mesi (e su alcune questioni da anni) il presidente statunitense attacca verbalmente e deride gli alleati, impone loro dazi economici, minaccia di abbandonarli dal punto di vista militare e rivendica di dover fare solo gli interessi degli Stati Uniti.

Prima di iniziare a bombardare l’Iran, lo scorso 28 febbraio, Trump non aveva consultato né avvertito gli alleati, che però ora devono fare i conti con le conseguenze politiche ed economiche della guerra in Medio Oriente. Quando è diventato evidente che la sua richiesta di aiuto militare sarebbe caduta nel vuoto, Trump ha minacciato il futuro della NATO, ha criticato i paesi europei, e poi ha detto che comunque gli Stati Uniti «non hanno bisogno di nessuno».

Da anni Trump parla degli alleati della NATO, e in particolare dei paesi europei (ma nelle critiche sono spesso stati compresi anche Australia, Giappone e Corea del Sud), come degli «scrocconi», sostenendo che per decenni abbiano approfittato dei mezzi militari degli Stati Uniti per disinteressarsi della propria difesa.

Ma dall’inizio del suo secondo mandato, a gennaio del 2025, le pressioni e gli sgarbi sono stati molto più concreti: Trump ha fatto molte pressioni ai paesi della NATO perché aumentassero le loro spese militari; ha introdotto dazi commerciali che colpivano indifferentemente alleati e non, e spesso erano peggiori per i primi; ha fatto uscire unilateralmente gli Stati Uniti da accordi e agenzie internazionali; ha minacciato di «prendersi» il territorio di un paese della NATO, la Groenlandia, perché «serve all’America»; ha ridicolizzato e sminuito il contributo degli alleati durante la guerra in Afghanistan negli anni Duemila; ha ridotto e fatto pesare ogni aiuto all’Ucraina, spesso mostrandosi vicino alla Russia contro gli interessi europei e poi rivendicando il fatto che l’Europa avrebbe pagato le armi che gli Stati Uniti concedevano all’Ucraina.

Da sinistra: il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro polacco Donald Tusk e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante una chiamata a Donald Trump, fatta per convincerlo a continuare a sostenere l’Ucraina, il 10 maggio 2025 (AP Photo/Mstyslav Chernov)

A questo si sono aggiunti atteggiamenti spesso definiti “da bullo” verso i leader dei paesi europei e alleati, attaccati personalmente o trattati in modo sprezzante, e mai alla pari. Solo per restare agli ultimi giorni, ha detto che il primo ministro britannico Keir Starmer «sfortunatamente non è Churchill» (non è un grande statista, insomma) e che il presidente francese Emmanuel Macron «presto dovrà lasciare il suo ufficio».

Quando qualche giorno fa ha chiesto il sostegno degli alleati per rispondere al blocco di Hormuz (presentando proposte comunque molto vaghe e rischiose), le risposte sono state più o meno diplomatiche o evasive, ma tutte negative. Una delle più dirette è stata quella della Germania, che attraverso il ministro della Difesa Boris Pistorius ha detto: «Non è la nostra guerra, non l’abbiamo cominciata» (riferendosi ovviamente a quella in Medio Oriente).

Giovedì, dopo alcuni post minacciosi di Trump sui social, il cancelliere austriaco Christian Stocker ha detto che «l’Europa e l’Austria non si faranno ricattare». Quasi tutti hanno sottolineato come la NATO sia un’alleanza difensiva e non sia stata concepita perché tutti i suoi membri seguano chi sceglie di cominciare una guerra.

Donald Trump e Keir Starmer durante una conferenza stampa a Aylesbury, Inghilterra, il 18 settembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)

I rifiuti sembrano aver sorpreso Trump, che in questi mesi era stato abituato a reazioni pacate e accondiscendenti da parte della maggior parte dei leader alleati, molto attenti a non scontentarlo e a non incrinare i rapporti. Il presidente statunitense si era probabilmente abituato a questo genere di reazione, senza considerare che questo caso specifico era diverso, dato che stiamo parlando della possibilità di partecipare a una guerra.

Molti paesi si erano già mostrati poco convinti, se non apertamente contrari, e gli Stati Uniti non hanno fatto alcuno sforzo per tentare di far cambiare loro idea. Nel 2003 l’amministrazione di George W. Bush fece grandi opere di pressione e giustificazione per sostenere con gli alleati la necessità di un intervento militare in Iraq (anche fornendo false prove alle Nazioni Unite della presenza di armi di distruzione di massa). Dopo mesi convinse Australia, Regno Unito, Polonia e Spagna a partecipare. Oggi l’amministrazione Trump ha perlopiù tenuto gli alleati all’oscuro degli attacchi: nei primi giorni della guerra il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto si era persino ritrovato bloccato a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, coinvolti dalle ritorsioni dell’Iran.

Gli Stati Uniti sono isolati. Trump ha sostenuto che la cosa non sia un problema per la «nazione più forte al mondo». In questi giorni sta cambiando spesso versione su molti aspetti della guerra, ma quest’ideologia di indipendenza degli Stati Uniti da ogni alleanza internazionale è ricorrente nella sua politica estera e nelle convinzioni del mondo MAGA, il suo movimento. L’ambizione all’isolazionismo ha però conseguenze, con cui Trump sta iniziando a confrontarsi.