Quando l’Italia proprio non ce la faceva, nel Sei Nazioni
Sette anni senza vittorie, tanto pessimismo e alcune proposte di escluderla da quello che per qualcuno era un "Cinque Nazioni e mezzo"

Nel Sei Nazioni maschile di rugby l’Italia arriva da una delle vittorie più importanti della sua storia, contro l’Inghilterra. Sabato giocherà in Galles una partita in cui – cosa rara – sarà la favorita, con la possibilità di chiudere il suo miglior Sei Nazioni di sempre, il torneo a cui partecipa dal 2001 dopo essersi aggiunta a Inghilterra, Irlanda, Scozia, Galles e Francia, le squadre europee con più storia e con i migliori giocatori.
Dopo la vittoria con l’Inghilterra si è accentuato l’entusiasmo che già da un paio di anni era ripartito, grazie a prestazioni e vittorie. I recenti risultati della Nazionale di rugby non sembrano un caso: ci sono un ottimo allenatore, un gruppo giovane e affiatato, e una squadra con alcune eccellenze e tante ottime alternative in quasi ogni ruolo. È una squadra che a volte, come contro l’Inghilterra, ha vinto pur sbagliando tanto e non giocando bene: un segno di maturità e forza, dopo tanti anni in cui vincere, per l’Italia, significava fare partite eccezionali e impeccabili, contro i pronostici e sopra le proprie possibilità.
È però interessante guardare come era messa l’Italia fino a un paio di anni fa, quando le vittorie erano una rarità e le critiche tante e spesso pesanti. Prima di arrivare dov’è ora, tra gli elogi dei giornali britannici e i complimenti degli allenatori avversari, l’Italia è passata da anni e da decine di partite senza una vittoria al Sei Nazioni, con giornalisti stranieri che ne chiedevano l’esclusione dal torneo (secondo qualcuno un Cinque Nazioni e Mezzo) e allenatori avversari che la consideravano una squadra contro cui andare a fare punti sicuri, magari anche facendo riposare un po’ i giocatori più determinanti.
Nel 2000 l’Italia debuttò al Sei Nazioni con una vittoria contro la Scozia, vincitrice dell’edizione precedente. Poi, pur con qualche iniziale soddisfazione, ci furono anni difficili. In 18 occasioni l’Italia è finita ultima, in 13 delle quali senza nemmeno vincere una partita.

Diego Dominguez e Alessandro Troncon allo Stadio Flaminio di Roma nel 2003 (Phil Cole/Getty Images)
Nel rugby italiano gira da anni una frase attribuita al sudafricano Nick Mallett, allenatore della Nazionale tra il 2007 e il 2011, che pare disse: «Italiani no buoni per rugby». La frase non è certa, e anzi Mallett ha poi parlato sempre bene dei suoi anni in Italia, ma è comunque emblematica, spesso citata come sintesi di un’idea, che esisteva, secondo cui l’Italia, per scarsa tradizione e organizzazione rugbistica, non fosse predisposta, o perlomeno pronta, a giocare a rugby con le migliori squadre al mondo.
Fu riportata anche una frase detta dal francese Pierre Berbizier, che precedette Mallett come allenatore dell’Italia, e che a proposito di un giocatore della Nazionale italiana da lui ritenuto piuttosto mediocre disse: «Se era forte giocava per la Francia».
Nel 2010 il Guardian scrisse dell’Italia di rugby: «Il loro compito sembra essere di mettercela tutta ma poi perdere. Il loro posto nel Sei Nazioni è quello di fornitore di occasioni per fantastici fine settimana a Roma». Nel 2015 Repubblica scrisse: «La festa è finita: anche il fedele popolo ovale non ne può più di tante brutte figure. Va bene la retorica dei guerrieri, il colore del tifo: però in una settimana 100 punti sul groppone fanno perdere la pazienza anche a quelli che detestano il calcio e magari s’erano illusi».
E tutto questo era quando gli anni peggiori ancora dovevano iniziare.
Gli anni peggiori furono tra il febbraio del 2015 e il marzo del 2022, quando l’Italia perse 36 partite consecutive al Sei Nazioni. Per sette anni i tifosi la guardarono in tv e andarono allo stadio senza mai vederla vincere. In mezzo ci furono una pandemia, la Brexit e l’intera prima presidenza di Donald Trump. Mentre l’Italia non vinceva – cambiando nel frattempo quattro allenatori – i presidenti del Consiglio dell’Italia furono Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi.

Un cucchiaio di legno, il riconoscimento – simbolico – che spetta a chi arriva ultimo nel Sei Nazioni (Jamie McDonald/Getty Images)
Nel 2021 il sito inglese di Sky Sport paragonò il ruolo di allenatore della difesa nell’Italia del rugby a un girone dell’inferno dantesco. Più o meno nello stesso periodo Eddie O’Sullivan, ex allenatore dell’Irlanda, disse: «L’Italia è come la banca: se hai bisogno di punti vai da loro. Non va bene per il torneo. Quando il torneo è iniziato tutti dicevano che avremmo dovuto dare loro tempo, ma questo è il ventunesimo anno e probabilmente stanno peggiorando, non migliorando».
Le parole di O’Sullivan erano parte di un filone piuttosto diffuso. La tesi era: ok, negli anni Novanta l’Italia del rugby si era meritata un posto al Sei Nazioni. Ma ora non più. Ci resta solo perché una squadra in più significa più partite e quindi più soldi per tutti.
C’era chi chiedeva che l’Italia uscisse dal Sei Nazioni, chi che diventasse un torneo aperto, da cui si poteva retrocedere. «Accompagnarli gentilmente all’uscita farebbe bene al torneo, allo sport e perfino a loro», scrisse Stuart Barnes sul Times.
Anche al di là di vittorie e sconfitte, per diversi anni l’Italia faceva poche mete e subiva tantissimi punti: c’era quasi sempre almeno una partita all’anno in cui, almeno fino a un certo punto, riusciva a stare in partita; ma poi spesso crollava e gli avversari dilagavano. Negli anni senza vittorie segnò quasi sempre meno di 10 mete in tutto il torneo, facendo sempre meno di 100 punti complessivi: nel 2022 ne fece 44 in 5 partite, molto pochi. Soprattutto, però, ne subiva diverse decine in quasi ogni partita.
Nel 2021 l’interesse generale era così scarso che le partite dell’Italia al Sei Nazioni (che erano state su Rai, La7 e Sky, dove ora sono tornate) finirono, attraverso l’acquisizione dei diritti da parte di DMAX, sul canale Motor Trend: non il più coerente, e nemmeno il più facile da trovare.

Sergio Parisse nel 2018 a Cardiff, Galles (David Rogers/Getty Images)
Qualcuno ipotizzò un possibile ingresso del Sudafrica al posto dell’Italia (alcune squadre sudafricane di club già giocano un torneo con squadre europee); altri proposero invece di sostituire l’Italia con la Georgia, la miglior squadra europea dopo quelle del Sei Nazioni. Un corollario a questa posizione era: c’è l’Italia e non la Georgia solo perché, in termini turistici e di attrattiva generale, Roma è meglio di Tbilisi. Non fece evidentemente bene, in questo contesto e con queste premesse, il fatto che nel 2022 l’Italia perse 28-19 contro la Georgia.
Dal 2023, dicevamo, le cose sono migliorate. L’Italia ha vinto due partite nel 2024 (con anche un pareggio, raro ma non impossibile nel rugby) e poi una nel 2025: contro il Galles, che ha preso il posto dell’Italia, e che non vince una partita dal 2023
Nella sua storia al Sei Nazioni l’Italia ha giocato finora 134 partite, cinque ogni anno dal 2000 in avanti. Ne ha vinte solo 18, cinque delle quali negli ultimi tre anni. Vincendo la 135esima, sabato contro il Galles, l’Italia potrebbe terminare per la prima volta il Sei Nazioni con più vittorie che sconfitte.



