Trump e Netanyahu non vogliono la stessa cosa
Stati Uniti e Israele bombardano insieme l'Iran, ma stanno facendo due guerre molto diverse: a uno serve la stabilità, all'altro fa comodo il caos

Più va avanti la guerra in Medio Oriente, più gli obiettivi di Stati Uniti e Israele – i due paesi che stanno attaccando l’Iran – potrebbero divergere. L’amministrazione statunitense di Donald Trump è preoccupata per la stabilità della regione alla fine della guerra: quella dell’Iran, ma anche quella dei paesi arabi del Golfo, da cui dipende una gran parte delle forniture di energia mondiali. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, invece, ha come unico obiettivo la sicurezza di Israele. E per mantenere un Israele sicuro e forte in Medio Oriente, la stabilità della regione potrebbe non essere necessaria: anzi.
Per ora questa divergenza è quasi impercettibile, ma potrebbe allargarsi e sta iniziando a emergere anche sul campo. Dal punto di vista militare, nei primi giorni della guerra Stati Uniti e Israele hanno agito con perfetta coordinazione, dividendosi gli obiettivi da colpire e le zone d’azione (Israele bombarda soprattutto nell’Iran occidentale e centrale, gli Stati Uniti a sud).
Ma secondo un articolo di Axios, domenica si è creato il primo grosso disaccordo dopo che Israele aveva bombardato dei depositi di carburante a Teheran provocando enormi esplosioni e una grande nube nera nel cielo della capitale iraniana. Gli Stati Uniti sono rimasti sorpresi dall’attacco, che ha danneggiato principalmente la popolazione civile e che potrebbe far aumentare il sostegno nei confronti del regime: «Al presidente non è piaciuto», ha detto una fonte nell’amministrazione statunitense rimasta anonima.

La grande nube nera su Teheran, 8 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Per capire le distanze tra Stati Uniti e Israele bisogna capire gli obiettivi di ciascuno.
Dall’inizio della guerra Trump è stato vago su cosa vuole ottenere con gli attacchi all’Iran e ha fatto varie dichiarazioni contraddittorie, passando per esempio dalla disponibilità ai negoziati a una richiesta di «resa incondizionata». Una versione su cui però è rimasto abbastanza costante è che per lui il risultato ideale sarebbe il “modello Venezuela”, cioè una ripetizione di quanto avvenuto in Venezuela a inizio gennaio, dove gli Stati Uniti hanno rapidamente catturato il presidente Nicolás Maduro e insediato un regime più amichevole. Trump ha detto più volte che il Venezuela sarebbe «lo scenario perfetto» per l’Iran, e che «sarebbe più appropriato» installare nel paese un nuovo leader compiacente, ma «dall’interno del regime».
Questa possibilità sembra essere sfumata domenica sera, quando in Iran è stato nominato come Guida suprema Mojtaba Khamenei, ritenuto vicino alle fazioni più oltranziste del regime. Mojtaba è inoltre il figlio della precedente Guida suprema, Ali Khamenei, ucciso da un bombardamento israeliano all’inizio della guerra.
L’obiettivo di Trump comunque rimane lo stesso: una guerra sufficientemente rapida, che elimini le minacce immediate ma non sconvolga completamente la stabilità del Medio Oriente, e soprattutto che non faccia impantanare gli Stati Uniti in un conflitto di lunga durata nella regione, come avvenuto negli scorsi due decenni.
– Ascolta anche: Lo speciale di Globo sulla guerra in Medio Oriente

Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago, la residenza di Trump in Florida, il 29 dicembre 2025 (AP Photo/Alex Brandon)
Netanyahu ha invece un obiettivo molto più ampio, descritto chiaramente fin dall’inizio della guerra: smantellare il regime iraniano, storico nemico di Israele. Questo significa continuare a bombardare l’Iran e uccidere la sua leadership finché il regime non sarà completamente collassato. Pur di ottenere questo obiettivo, Israele non si pone il problema della stabilità dell’Iran e della regione, anzi: se il risultato della guerra sarà non soltanto il collasso del regime ma la destabilizzazione di tutto l’Iran, Netanyahu ritiene che per Israele potrebbe perfino essere un vantaggio.
Danny Citrinowicz, un esperto di Iran del centro studi israeliano Institute for National Security Studies, ha detto al Financial Times che la posizione del governo israeliano è: «Se possiamo fare un colpo di stato, ottimo. Se possiamo spingere la gente a protestare in strada, ottimo. Se possiamo avere una guerra civile, ottimo. A Israele non potrebbe importare di meno del futuro o della stabilità dell’Iran».

Fumo dei bombardamenti israeliani e statunitensi su Teheran, il 6 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
L’idea è che se il governo dell’Iran rimarrà stabile e forte, anche se più arrendevole alle richieste statunitensi, presto o tardi la minaccia per Israele tornerà. L’Iran è pur sempre un grande paese da 92 milioni di abitanti, che subiscono da decenni una forte propaganda anti israeliana. Ma se l’Iran venisse indebolito, destabilizzato, frammentato, sconvolto da una guerra civile, allora per Israele sarebbe più facile imporre la propria superiorità militare.
Questa possibilità preoccupa gli Stati Uniti, perché un Iran fragile e instabile significa che tutta la regione diventerebbe fragile e instabile: le conseguenze sarebbero difficili da prevedere, e andrebbero da una nuova crisi migratoria a un aumento delle minacce terroristiche. Inoltre sarebbe praticamente certo che gli Stati Uniti dovrebbero tornare a impegnarsi più stabilmente in Medio Oriente, cosa che l’amministrazione Trump vuole evitare.
Da questo punto di vista le differenze cominciano a vedersi anche sul piano diplomatico. Qualche giorno fa sempre Axios ha scritto che il governo israeliano era irritato dai possibili tentativi degli Stati Uniti di aprire un canale di negoziato con la leadership iraniana: Israele in questo momento non vuole dialogo.
Per ora la linea israeliana sembra prevalere. Ma negli ultimi giorni, con i prezzi di gas e petrolio ai massimi da anni, la pressione economica potrebbe diventare troppo alta per Trump, e le cose potrebbero cambiare.
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