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  • Lunedì 9 marzo 2026

Come sono nate le Paralimpiadi invernali

C'entra molto la storia della loro versione estiva, ma anche quella di due ex soldati amputati dopo la Seconda guerra mondiale

Lo sciatore statunitense Christopher Waddell alle Paralimpiadi di Nagano del 1998, le prime fuori dall'Europa (AP Photo/Tsugufumi Matsumoto)
Lo sciatore statunitense Christopher Waddell alle Paralimpiadi di Nagano del 1998, le prime fuori dall'Europa (AP Photo/Tsugufumi Matsumoto)
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A Milano Cortina si sta svolgendo la quattordicesima edizione delle Paralimpiadi invernali, esattamente a cinquant’anni dalla prima – quella del 1976 a Örnsköldsvik, in Svezia. Ma questo evento arriva da molto più lontano: già negli anni Quaranta alcune persone iniziarono a ragionare sui modi per rendere accessibile lo sci alle persone con disabilità fisiche, mentre in Inghilterra nascevano ufficiosamente le prime Paralimpiadi.

A dire il vero gli sport per persone con disabilità esistono dalla fine dell’Ottocento, ma per decenni coinvolsero quasi solo gli atleti non udenti – che nel 1924, l’anno delle prime Olimpiadi invernali, riuscirono a organizzare dei propri “Giochi mondiali”, poi riconosciuti dal CIO (il Comitato olimpico internazionale).

Solo dagli anni della Seconda guerra mondiale, però, si iniziò a prendere in considerazione le persone con disabilità fisiche e motorie. Tra 1942 e 1943, per esempio, l’ex soldato tedesco Franz Wendel – che l’anno prima aveva perso una gamba in guerra – divenne la prima persona amputata a partecipare a delle gare di sci. Aveva fissato dei piccoli sci alla base delle sue stampelle e usava un solo sci centrale, con la gamba rimasta. Le stampelle da sci di Wendel furono i precursori dei moderni stabilizzatori, i bastoncini che finiscono con dei piccoli sci e che oggi usano alcuni atleti paralimpici.

Ancora più importante, però, fu il lavoro dell’austriaco Sepp Zwicknagl, che negli stessi anni di Wendel sperimentò l’uso di protesi specifiche per lo sci. Era anche lui un ex soldato, a cui erano state amputate entrambe le gambe, e dopo aver imparato a sciare da solo con le sue protesi divenne istruttore nella prestigiosa scuola di Kitzbühel. Fondò una divisione dedicata agli atleti disabili nell’associazione austriaca di sci, che sarebbe stata molto importante per la nascita delle prime competizioni paralimpiche di sci.

Più o meno negli stessi anni, negli Stati Uniti furono attivati dei programmi di riabilitazione per amputati tramite lo sci. A questi partecipò anche Gretchen Fraser, che nel 1948 sarebbe diventata la prima sciatrice statunitense a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali e fu un’importante attivista per gli sport invernali paralimpici.

Gretchen Fraser alle Olimpiadi invernali del 1948 a Sankt Moritz, in Svizzera (Bettmann/Getty Images)

Nel secondo dopoguerra iniziarono quindi a nascere le prime gare e le prime scuole di sci, che però erano quasi esclusivamente riservate agli amputati. E nello stesso periodo Ludwig Guttmann si inventò le Paralimpiadi. Guttmann era un neurologo tedesco ed ebreo, fuggito nel Regno Unito poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Ritenuto uno dei più importanti neurologi della sua epoca, una volta rifugiatosi nel Regno Unito fu nominato direttore del Centro nazionale per le lesioni del midollo spinale nella cittadina di Stoke Mandeville.

Lì lavorò soprattutto alla riabilitazione dei reduci di guerra con lesioni alla colonna vertebrale, a cui tra le altre cose proponeva come terapia la pratica sportiva, in qualsiasi forma possibile: il contrario di quello che fino a quel momento veniva raccomandato loro, cioè di stare il più possibile a riposo.

Ludwig Guttmann nel 1949 (Raymond Kleboe/Picture Post/Hulton Archive/Getty Images)

Quando la guerra finì, il Comitato olimpico internazionale (CIO) assegnò a Londra l’edizione dei Giochi del 1948 come premio e auspicio alla ripresa del Regno Unito, uscito vincitore dal conflitto ma anche profondamente segnato dalle perdite e dai bombardamenti. Vista l’importanza della manifestazione, Guttmann vide un’opportunità e in concomitanza con il giorno dell’apertura delle Olimpiadi di Londra organizzò l’evento antesignano delle moderne Paralimpiadi: i Giochi di Stoke Mandeville, la stessa città da cui oggi inizia la staffetta della fiamma paralimpica. L’entusiasmo e l’interesse che suscitarono convinsero Guttmann a lavorare ancora per farne un evento annuale.

Fu da quei giochi che nacque il movimento paralimpico (dal greco para, che significa «accanto» o «al fianco», vista la sua posizione parallela alle Olimpiadi). Questo parallelismo con le più famose Olimpiadi iniziò a prendere forma però concretamente solo nel 1958. Quell’anno il medico e attivista italiano Antonio Maglio propose a Guttmann di disputare i Giochi di Stoke Mandeville a Roma, in concomitanza con le Olimpiadi del 1960. Maglio conosceva bene le pratiche di Guttmann, dato che nel frattempo negli ambienti medici si erano diffusi gli effetti benefici che avevano sui pazienti. I Giochi paralimpici estivi di Roma iniziarono dunque a metà settembre del 1960, una settimana dopo la fine dell’edizione delle Olimpiadi.

La squadra italiana a Roma per le prime Paralimpiadi estive della storia, 16 settembre 1960 (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Per vedere delle Paralimpiadi invernali, però, si sarebbero dovuti aspettare altri sedici anni. Dopotutto nel 1960 gli sport paralimpici invernali erano ancora poco diffusi e sviluppati ed erano perlopiù riservati alle persone con amputazioni. C’erano poi dei problemi più strutturali, che ancora oggi rendono gli sport invernali meno diffusi di altri. Questi infatti sono praticati solo in una certa parte del mondo, e richiedono condizioni (neve, impianti accessibili) e investimenti fuori portata per molti.

Le cose iniziarono a cambiare negli anni Sessanta, quando cominciarono ad essere prese in considerazione nello sci anche le disabilità visive. In questo senso fu importantissimo il lavoro di Jean Eymere, che dopo aver perso la vista riprese a sciare e fondò ad Aspen, in Colorado, una scuola per persone cieche. E grazie all’invenzione di slitte per disabili come il monoscì, tra anni Sessanta e Settanta si svilupparono anche altre discipline paralimpiche invernali, come l’hockey su ghiaccio.

Nel 1974 furono così organizzati i primi Mondiali paralimpici di sci, a Le Grand Bornand, in Francia. Comprendevano solo gare di discesa (la disciplina più veloce dello sci alpino) e di sci di fondo, e potevano partecipare sia atleti con amputazioni sia quelli con disabilità visive. Fu la prima grande competizione internazionale di questo tipo e l’ultimo passo prima dell’organizzazione dei primi Giochi paralimpici invernali.

L’idea era stata proposta quello stesso 1974 alla Svezia, un paese con una lunga tradizione di sport invernali, dall’Organizzazione sportiva internazionale per le persone con disabilità (non esisteva ancora il Comitato Paralimpico Internazionale). Per ospitare i primi Giochi fu scelta Örnsköldsvik, una città di pescatori ben attrezzata per ospitare le gare.

I Giochi furono organizzati in poco meno di un anno. Ma il presidente del club di sci alpino di Örnsköldsvik, che si doveva occupare dell’evento, sapeva poco o niente di competizioni paralimpiche e decise dunque di andare in Austria, dove si organizzavano già da tempo dei giochi nazionali per persone con disabilità.

La prima edizione delle Paralimpiadi invernali comprese infine gli stessi due sport dei Mondiali, lo sci alpino (solo per amputati) e lo sci di fondo (con gare anche per persone con disabilità visive). Vi parteciparono 198 atleti da 16 paesi, ma non l’Italia, e l’ultimo giorno di gare arrivò persino il re di Svezia Carlo XVI Gustavo.

Per essere un evento ancora abbastanza di nicchia, fu un discreto successo. Andando avanti con gli anni, le Paralimpiadi sono diventate sempre più grandi e inclusive. Cinquant’anni dopo quel 1976, a Milano Cortina gli sport sono sei e gli atleti provengono da 55 paesi e sono più di 650 (un record, per le Paralimpiadi).