Il prezzo di petrolio e gas è già aumentato per la guerra in Iran

A causa dei problemi al traffico dello stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti al mondo per il trasporto via mare

Lo stretto di Hormuz nel 2012 (AP Photo/Kamran Jebreili)
Lo stretto di Hormuz nel 2012 (AP Photo/Kamran Jebreili)
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La guerra in Iran e in generale tutti gli attacchi collegati nel golfo Persico stanno creando problemi al traffico marittimo nella regione, molto importante soprattutto per il trasporto di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL). Tramite lo stretto di Hormuz, un tratto del mar Arabico di cui l’Iran controlla una sponda, passa circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo. Nel fine settimana l’Iran ha cercato di bloccarlo, e almeno tre imbarcazioni sono state attaccate: adesso un importante ufficiale dei Guardiani della rivoluzione (il più potente corpo militare iraniano) ha minacciato di «incendiare» ogni nave che proverà ad attraversarlo.

Sebbene non si sia ancora arrivati a un blocco formale del passaggio ora i traffici sono comunque ridotti ai minimi, con decine di navi ferme da una parte e dall’altra dello stretto.

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La prospettiva che il commercio di energia possa subire interruzioni a causa della guerra ha già fatto aumentare il prezzo del petrolio. Lunedì la quotazione WTI, quella di riferimento per il mercato statunitense, è aumentata di cinque dollari rispetto a venerdì, da 67 a 72 dollari al barile, con un incremento intorno al 7 per cento. Lo stesso vale per il Brent, la quotazione di riferimento per i paesi europei, che è aumentata di quasi il 7 per cento fino a 77 dollari al barile.

Sui mercati statunitensi si è ricominciato a commerciare petrolio già dalla domenica sera, e nelle prime ore il suo prezzo era arrivato a salire del 13 per cento, per poi calare leggermente.

La crescita delle quotazioni non si è attenuata neanche con un annuncio di domenica da parte dei paesi dell’OPEC Plus, che hanno deciso un aumento della produzione di petrolio di più di 206mila barili al giorno: del tutto insufficiente a compensare un’eventuale interruzione del traffico delle navi tramite lo stretto di Hormuz, da cui nel 2025 sono passati circa 13 milioni di barili di petrolio al giorno, quasi un terzo di tutto il petrolio commerciato via mare (l’OPEC Plus è il cartello che include i membri dell’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, tra cui Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, più altri paesi come la Russia).

Ci sono anche grossi problemi per il traffico di gas naturale liquefatto, un modo di trasportare la materia prima alternativo ai classici gasdotti. Il Qatar è il secondo fornitore al mondo di gas naturale liquefatto, dopo gli Stati Uniti, ed esporta un quinto di tutto il GNL venduto al mondo. Qatar Energy, l’azienda petrolifera statale qatariota, ha annunciato che a causa degli attacchi militari iraniani a due dei propri impianti energetici di stamattina ha interrotto la produzione di gas naturale liquefatto: è la più grossa azienda petrolifera del Qatar nonché uno dei principali fornitori mondiali.

In più le esportazioni di GNL dal Qatar si erano già interrotte nel fine settimana perché il paese non è in grado di trasportarlo in altra maniera se non tramite nave. È un problema enorme per i paesi europei, che dall’inizio della guerra in Ucraina avevano sostituito parte delle forniture di gas russo con quello qatariota.

Rispetto a venerdì il prezzo del gas è arrivato anche ad aumentare di quasi il 50 per cento, fino a circa 48 euro al megawattora: è proprio col gas che si produce ancora buona parte dell’elettricità in Italia, ed è probabile che ci saranno aumenti delle bollette se il prezzo della materia prima resterà in crescita.

A differenza di altri stretti, lo stretto di Hormuz è un passaggio obbligato per le merci che vogliono uscire dal golfo Persico. Separa il golfo Persico, a ovest, e il golfo di Oman, a est, due tratti di mare che fanno parte del mar Arabico e più in generale dell’oceano Indiano.

Negli ultimi decenni l’importanza dello stretto è aumentata dopo la scoperta degli enormi giacimenti di petrolio e gas naturale che hanno fatto la fortuna dei cosiddetti paesi del Golfo: su tutti, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Per molti di loro l’unico modo per esportare il petrolio estratto nel Golfo è tramite nave. Da qui l’importanza dello stretto di Hormuz, il cui punto più stretto misura appena una trentina di chilometri.

La maggior parte del petrolio che passa da Hormuz va verso l’Asia, e solo una parte residuale verso Unione Europea e Stati Uniti: ma alla fine dell’instabilità in questa zona risente comunque tutto il mondo a causa dell’aumento dei prezzi.

Le principali compagnie marittime stanno ora dando indicazioni di evitare lo stretto, perché in caso di attacchi i danni non vengono quasi mai coperti dalle polizze assicurative. Bimco è la maggiore associazione marittima internazionale e ha avvertito i suoi associati che la zona è ad alto rischio soprattutto per le navi collegate a Stati Uniti e Israele, i due paesi che stanno attaccando l’Iran e le cui imbarcazioni potrebbero essere prese deliberatamente di mira.

Dai dati sul traffico marittimo si vede che ci sono decine di navi ferme nei porti del golfo Persico, quindi prima dello stretto, e altrettante ancorate oltre lo stretto.

I punti rossi sono le navi container ancorate (MarineTraffic)

Il traffico non si è comunque ancora interrotto, e dalle mappe sembra che ci siano tuttora molte navi in movimento.

Le frecce rosse sono le navi container in viaggio (MarineTraffic)

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