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  • Lunedì 2 marzo 2026

Le cose da sapere sull’Iran per capire questa guerra

Perché Iran e Stati Uniti sono nemici? Che cos'è un ayatollah? E chi governa davvero il paese?

Un poster di Ali Khamenei a Teheran, 1° marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Un poster di Ali Khamenei a Teheran, 1° marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
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Per capire la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran bisogna capire alcuni aspetti dell’Iran. Qual è la sua storia, qual è il suo sistema politico, cosa c’entra la Rivoluzione del 1979 e da dove nascono le sue ostilità storiche. Abbiamo messo insieme tutte le informazioni più importanti, per orientarsi.

Che paese è l’Iran
Anzitutto l’Iran è molto grande: ha 92 milioni di abitanti ed è il 17esimo paese al mondo per superficie. È anche uno dei maggiori produttori al mondo di idrocarburi: il nono nella produzione di petrolio e il terzo in quella di gas naturale.

Le dimensioni reali dell’Iran confrontate con l’Europa (thetruesize.com)

L’Iran è uno dei pochi paesi al mondo a maggioranza sciita: lo è il 90 per cento circa della popolazione. Lo sciismo è una delle due grandi correnti dell’islam, ma è quella minoritaria; l’altra è il sunnismo.

Dal punto di vista etnico, inoltre, l’Iran è abitato al 60 per cento circa da persone persiane. È un’altra caratteristica che lo distingue in una regione abitata prevalentemente da persone arabe (in Medio Oriente) o da etnie turche (in Asia Centrale).

Il prima e il dopo
Nella storia recente dell’Iran c’è uno spartiacque che ha cambiato tutto: la rivoluzione del 1979. Fu la rivoluzione in cui venne cacciato il regime corrotto dello scià Mohammad Reza Pahlavi, inizialmente da una coalizione che prevedeva sì i religiosi sciiti, ma anche movimenti laici, nazionalisti e comunisti. Negli anni successivi però i religiosi presero il sopravvento con la violenza, e l’Iran divenne la Repubblica Islamica dell’Iran (il nome ufficiale del paese).

Il 1979 cambiò il governo dell’Iran: si passò da un regime autoritario laico a un regime autoritario religioso. Cambiò anche il suo posizionamento internazionale: se l’Iran dello scià era il principale alleato degli Stati Uniti nella regione, da loro armato e finanziato, l’Iran rivoluzionario divenne il suo principale nemico. Fu un cambiamento epocale.

Una donna a Teheran, 26 febbraio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Una donna a Teheran, 26 febbraio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Chi comanda in Iran
In questi giorni avete sentito parlare di “Guida suprema”, “ayatollah”, “presidente”, più tutta una serie di altre cariche ed enti come il Consiglio dei guardiani. Il fatto è che dopo la rivoluzione del 1979 l’Iran si è strutturato in un regime assai complesso, che pur essendo autoritario e brutale è anche sorprendentemente pluralistico. Pluralismo non significa democrazia: significa che più voci all’interno dello stesso regime concorrono a stabilire la direzione politica del paese.

La massima carica dell’Iran è la Guida suprema, ruolo ricoperto da Ruhollah Khomeini dal 1979 fino alla sua morte nel 1989 e poi da Ali Khamenei fino alla sua uccisione nei bombardamenti di sabato. Sia Khomeini sia Khamenei erano ayatollah, ma questa è una carica religiosa, non politica, e non limitata al sistema dell’Iran: è un modo per riferirsi ai maggiori esponenti del clero sciita. Gli ayatollah sono attualmente decine, sparsi soprattutto tra Iran e Iraq.

La Guida suprema è a capo dell’esercito, controlla il sistema giudiziario e nomina i capi di molti importanti enti dello stato. Di fatto, il suo compito è delineare l’andamento generale della politica iraniana e di avere l’ultima parola su tutte le decisioni più importanti sia internamente sia in politica estera.

Davanti al potere sproporzionato della Guida suprema, quelli del presidente e del parlamento sono ridotti, ma non inesistenti, soprattutto in economia. Tutti i candidati alle più importanti cariche pubbliche, comprese quelle di presidente e di parlamentare, sono vagliati dal Consiglio dei guardiani, un altro organo dominato dalla Guida suprema. Una volta però che le candidature sono state approvate c’è una competizione elettorale abbastanza serrata.

La divisione principale è tra i riformisti, che vorrebbero cambiare il paese gradualmente, sempre all’interno delle strutture del regime, e i conservatori, che vogliono impedire le aperture verso l’esterno; poi ci sono i moderati, che stanno un po’ a metà. L’attuale presidente Masoud Pezeshkian è un riformista. Il presidente che firmò lo storico accordo sul nucleare nel 2015 era Hassan Rouhani, moderato. Khamenei rappresentava l’ala più radicale dei conservatori. Non sono invece previsti spazi per forze politiche che chiedono la fine della Repubblica Islamica e lo smantellamento dell’attuale sistema.

Questo tipo di dinamiche, cioè di un certo margine di manovra seppur all’interno di un perimetro deciso dal regime, è presente anche nel sistema giudiziario, nell’amministrazione pubblica e in altri settori dello stato. L’idea è che l’Iran non è una dittatura gestita da una sola persona, ma di fatto un sistema duale (seppure autocratico), in cui gli organi clericali hanno sì maggiore autorità delle istituzioni elettive, ma al tempo stesso convivono e interagiscono.

Anche l’apparato militare è duale: al fianco dell’esercito regolare ci sono i Guardiani della rivoluzione (detti anche pasdaran), che di fatto sono un esercito parallelo, sotto il comando diretto della Guida suprema. I Guardiani della rivoluzione hanno anche un estesissimo potere economico.

– Leggi anche: Polizia, bassij e Guardiani della rivoluzione

L’opposizione e le manifestazioni
La natura autoritaria del regime fa sì che in Iran non esista una vera opposizione politica organizzata. Nonostante questo, tra la popolazione esiste un elevato grado di malcontento (soprattutto nelle grandi città), che si organizza nei movimenti studenteschi nelle università, nei collettivi culturali e in vari altri contesti (questo a riprova del fatto che il regime consente un certo margine di manovra, nonostante i molti rischi).

Nei decenni il malcontento si è espresso in enormi proteste, che sono diventate via via più minacciose per il regime. Le ragioni delle proteste sono state numerose: nel 2022 cominciarono dopo che una donna, Mahsa Amini, fu arrestata dalla polizia religiosa perché non indossava correttamente il velo islamico, e uccisa in detenzione. Le proteste più recenti, a gennaio, erano cominciate per la disastrosa situazione dell’economia. Quasi sempre, però, tutte queste manifestazioni finiscono per chiedere la fine del regime.

Il regime ha sempre risposto con la violenza: a gennaio la repressione è stata la più sanguinosa da decenni, e migliaia di manifestanti sono stati uccisi.

Un bombardamento a Teheran, 1° marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Un bombardamento a Teheran, 1° marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Perché l’Iran è nemico di Stati Uniti e di Israele
Tutto nasce ancora dalla rivoluzione del 1979. Poiché gli Stati Uniti sostenevano lo scià e il suo regime, i leader post rivoluzionari individuarono negli Stati Uniti il principale nemico, spesso chiamato dalla propaganda il “grande Satana”: fu un processo determinato anche dalla necessità del nuovo regime di consolidarsi e legittimarsi. Alcuni episodi in particolare, come per esempio la cosiddetta crisi degli ostaggi, quando decine di dipendenti dell’ambasciata americana a Teheran rimasero ostaggio del regime per oltre un anno tra 1979 e 1981, contribuirono a far crollare i rapporti.

Negli anni successivi gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni economiche e diplomatiche all’Iran, mentre l’Iran ha più volte cercato, tramite attacchi militari non convenzionali, operazioni di intelligence e attentati terroristici, di danneggiare gli interessi americani all’estero. L’amministrazione statunitense definisce l’Iran «il principale paese sponsor di terrorismo» al mondo.

L’ostilità con Israele nasce invece da ragioni ideologiche: il movimento khomeinista era violentemente anti israeliano, sia per solidarietà con il popolo palestinese sia perché vedeva in Israele il simbolo dell’imperialismo occidentale. Nel corso degli anni, anche per ragioni di consenso interno e prestigio nel mondo islamico, l’Iran ha mantenuto una politica di ostilità quasi assoluta nei confronti di Israele, al contrario di altri paesi musulmani che l’hanno via via riconosciuto: tuttora la retorica ufficiale prevede che l’Iran faccia di tutto per distruggere quella che viene definita l’«entità sionista».

Con Israele c’è inoltre una questione di competizione politica e militare: entrambi sono due dei paesi più forti della regione ed entrambi aspirano ad aumentare la propria influenza, entrando in conflitto tra loro.

Perché Stati Uniti e Israele sono nemici dell’Iran
Le ragioni per cui Stati Uniti e Israele (ma più in generale tutto l’Occidente) considerano l’Iran una minaccia sono generalmente tre, e sono anche le tre questioni che finiscono periodicamente nei negoziati tra le parti quando si parla di rimuovere le sanzioni internazionali imposte al regime iraniano.

• Il “programma nucleare”, cioè il fatto che l’Iran da tempo sta cercando di costruire infrastrutture nucleari. Secondo il governo iraniano queste infrastrutture servono per uso civile: centrali nucleari per produrre energia elettrica. Secondo molti paesi occidentali, l’obiettivo ultimo del regime è di produrre una bomba atomica. I negoziati sul nucleare iraniano vanno avanti da decenni. Nel 2015 fu trovato un accordo che consentiva all’Iran di mantenere qualche capacità nucleare soltanto per uso civile, ma nel 2018 fu affossato proprio da Donald Trump, che ritirò unilateralmente gli Stati Uniti.

• Il programma missilistico: in parallelo con il nucleare, l’Iran ha accumulato negli anni un grande arsenale di missili soprattutto balistici, che sta usando in questi giorni per colpire Israele e i paesi del Golfo. Gli Stati Uniti accusano l’Iran di voler sviluppare missili a gittata sempre maggiore, capaci di raggiungere anche il territorio statunitense e quindi di costituire una minaccia diretta.

• L’“asse della resistenza”, che è il modo con cui la propaganda iraniana definisce una rete di gruppi e milizie alleate dell’Iran e sostenute dal regime. Ne fanno parte Hamas nella Striscia di Gaza, gli Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano e alcune milizie sciite che operano in Iraq. L’asse della resistenza doveva avere una funzione di attacco ma soprattutto di deterrenza: se qualcuno avesse cercato di attaccare l’Iran, il regime gli avrebbe scatenato contro le sue milizie. La deterrenza però è venuta meno negli ultimi anni, sia perché varie operazioni di Israele hanno indebolito grandemente l’asse sia perché nel frattempo è caduto il regime siriano di Bashar al Assad, che era il principale alleato dell’Iran in Medio Oriente.

Ma perché l’Iran sta bombardando gli altri paesi del Medio Oriente?
Un po’ per le sue caratteristiche religiose ed etniche, e un po’ per la rigidità del suo regime, l’Iran è da decenni molto isolato. Come con Israele, l’Iran ha poi un rapporto di competizione politica e militare anche con altri paesi della regione, in particolare l’Arabia Saudita, il più importante stato sunnita. Negli ultimi anni le cose erano andate un po’ meglio, tanto che i due paesi avevano ristabilito le relazioni diplomatiche.

Tuttavia l’inizio della guerra di questi giorni ha mostrato come l’Iran continui a vedere nei paesi arabi del Medio Oriente un avversario – o che alla meglio veda il rapporto con questi paesi come sacrificabile. Nei bombardamenti di ritorsione agli attacchi americani e israeliani, l’Iran non si è limitato ad attaccare le basi statunitensi in Medio Oriente, ma ha colpito infrastrutture civili e residenziali di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e altri. L’obiettivo è mettere pressione a questi paesi, dove viene prodotta la gran parte del petrolio del mondo e che sono importanti snodi del traffico aereo. In questo modo, l’Iran spera di mettere in difficoltà anche gli Stati Uniti.

– Leggi anche: Perché l’Iran attacca obiettivi civili nei paesi del Golfo