I tanti comitati per il “Sì” alla riforma della giustizia

I più attivi a livello nazionale sono nove, alcuni molto vicini al governo, altri promossi anche dal centrosinistra

Un manifesto che celebra la nascita del "Comitato Sì Riforma" a Roma, il 18 dicembre 2025 (MASSIMO PERCOSSI/ANSA)
Un manifesto che celebra la nascita del "Comitato Sì Riforma" a Roma, il 18 dicembre 2025 (MASSIMO PERCOSSI/ANSA)
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La riforma costituzionale della magistratura venne approvata definitivamente dal parlamento lo scorso ottobre: pochi giorni dopo il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, principale ispiratore del testo, spiegarono ai responsabili dei partiti di maggioranza che l’auspicio del governo era creare un unico comitato per il Sì che fosse direttamente riconducibile alla coalizione di destra.

Alla base di questa volontà c’era la convinzione che fosse più semplice coordinare la comunicazione e le iniziative di un solo organismo, rispetto al quale, peraltro, i partiti avrebbero dovuto avere un ruolo gregario: in questo modo potevano evitare di esporsi direttamente, per non caricare di valore politico il voto del referendum. Fin da subito Giorgia Meloni ha cercato di slegarlo quanto più possibile dal giudizio che gli elettori hanno del governo. L’idea di un comitato unico però è diventata presto insostenibile.

Alcune associazioni avevano già avviato i lavori per costituire dei propri comitati. E soprattutto, a un certo punto il governo si è reso conto che sarebbe stato più utile lasciare maggiore autonomia alle singole iniziative, anche per facilitare la campagna di certe associazioni che, pur non essendo vicine al governo, o pur essendo chiaramente all’opposizione, volevano però sostenere la riforma nel merito. Ed è così che alla fine i comitati per il “Sì”, quantomeno quelli più attivi a livello nazionale, sono diventati nove.

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Ovviamente ci sono poi varie associazioni, o partiti, o enti, o semplicemente gruppi di persone, che si stanno attivando da un lato e dall’altro per evidenziare virtù e storture della riforma. Ma i comitati sono una cosa più complicata: devono avere un comitato promotore, uno statuto, un atto istitutivo firmato da un notaio, devono raccogliere fondi all’esterno dei propri membri e indicare uno scopo sociale, così da garantirsi un proprio spazio sui giornali e sulle televisioni, finanziamenti e rimborsi con modalità agevolate. Devono insomma acquisire un riconoscimento ufficiale per certi versi istituzionale.

Il principale comitato a favore della riforma, e quello che è più direttamente riconducibile ai partiti di governo, è il Comitato Sì Riforma. Lo presiede Nicolò Zanon, un giurista torinese di grande autorevolezza e dalla lunga carriera: da sempre vicino al centrodestra ma con posizioni moderate, nel 2010 fu eletto al Consiglio superiore della magistratura dal parlamento su indicazione del Popolo della libertà di Silvio Berlusconi. Ha sempre avuto buona considerazione anche da parte dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nel 2014 lo indicò come giudice della Corte costituzionale, di cui fu vicepresidente tra il gennaio del 2022 e il novembre 2023, quando cessò il suo incarico. Il portavoce del comitato è Alessandro Sallusti, l’ex direttore del Giornale e molto vicino a Meloni: dopo aver vissuto come un’ingiustizia personale la sostituzione alla guida del quotidiano, affidata nel dicembre scorso a Tommaso Cerno, Sallusti ha così ottenuto di nuovo una certa visibilità.

Anche il comitato Cittadini per il Sì vede impegnati vari esponenti della maggioranza, e in particolare di Forza Italia, come il deputato Enrico Costa o il senatore Pierantonio Zanettin. È presieduto da Francesca Scopelliti, ex compagna di Enzo Tortora, il celebre conduttore televisivo vittima di un clamoroso scandalo di malagiustizia negli anni Ottanta.

Nei giorni scorsi il comitato ha adottato, tra i suoi testimonial, anche l’ex calciatore di Lazio e Bologna e della Nazionale Beppe Signori, assolto dopo molti anni dall’accusa di aver partecipato a un sistema criminale di scommesse e partite truccate. È invece di chiara ispirazione conservatrice, animato da ex esponenti della destra postfascista e sostenuto in vario modo da parlamentari e amministratori locali di Fratelli d’Italia e della Lega, soprattutto laziali, il Comitato nazionale per il Sì, che rivendica di essere stato il primo fra quelli istituiti, già nell’ottobre scorso.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio durante un convegno organizzato dal Comitato nazionale per il Sì alla riforma a Perugia il 18 febbraio 2026 (MATTEO CROCCHIONI/ANSA)

C’è poi il Comitato “Sì Separa”, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, un’associazione di ispirazione liberale che nella politica romana ha una certa influenza. È presieduta dal giurista Giuseppe Benedetto, e ha tra le sue figure più visibili il giornalista Andrea Cangini, ex senatore di Forza Italia. La presidenza del Comitato è stata assegnata a Gian Domenico Caiazza, penalista di grande esperienza, noto per essere stato tra l’altro uno dei difensori di Tortora, e soprattutto per essere stato il presidente dell’Unione delle camere penali, la principale associazione di riferimento dei penalisti italiani. Di cultura radicale, Caiazza è stato anche candidato al parlamento europeo nel giugno del 2024 dalla lista di Matteo Renzi ed Emma Bonino, Stati Uniti d’Europa, senza però essere eletto.

L’Unione delle camere penali ha però a sua volta fondato un proprio comitato, “Sì è giusto”, coordinato dal presidente attuale dell’associazione, Francesco Petrelli. E un’altra associazione di avvocati, guidati da Fedele Moretti e Carlo Morace, ha creato inoltre il comitato “Avvocati uniti per il Sì”.

Ci sono anche due comitati di area più o meno espressamente cattolica, moderata, a favore della riforma. Uno è “Popolari per il Sì”, presieduto dal giurista Giulio Prosperetti, già vicepresidente della Corte costituzionale dove era stato eletto dal parlamento nel 2015 su indicazione dell’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano. L’altro si chiama “Per un giusto Sì”: ha come presidente onoraria Paola Binetti, ex parlamentare prima di centrosinistra e poi passata nel centrodestra, cattolica intransigente con posizioni spesso oscurantiste, e come presidente Gaetano Armao, influente politico siciliano che è anche il compagno di Giusi Bartolozzi, la potente capa di gabinetto del ministro della Giustizia alla quale Nordio demanda spesso e volentieri le decisioni più rilevanti che deve prendere.

Tra i vicepresidenti del comitato c’è invece Marcella Caradonna, che ha un incarico di un certo rilievo nella governance dell’ENI; la società pubblica di idrocarburi ed energia. Non è un caso che ci siano almeno due comitati di orientamento cattolico a favore del “Sì”: serve un po’ a contrastare un orientamento prevalentemente contrario alla riforma espresso in vario modo, più o meno esplicito, dalla Conferenza episcopale italiana, cioè dai vescovi.

C’è poi un comitato dichiaratamente di centrosinistra che sostiene la riforma. Si chiama “La sinistra che vota Sì” e riunisce vari esponenti di area ex comunista e socialista, ma anche cattolica democratica e riformista. La figura più autorevole è Augusto Barbera, parlamentare di lungo corso del Partito Comunista Italiano e del suo erede, il Partito dei Democratico della Sinistra, e poi presidente della Corte costituzionale tra il 2023 e il 2024. Le iniziative di questa associazione stanno godendo di grande visibilità proprio per la natura del comitato: è composto da persone che criticano o contestano apertamente il governo Meloni, ma che riconoscono come la separazione delle carriere dei magistrati, una delle componenti più significative della riforma, sia stata negli anni un’istanza più volte avanzata proprio dal centrosinistra.

La senatrice di Forza Italia Stefania Craxi e l’ex dirigente del Partito socialista italiano Claudio Signorile hanno poi propiziato la nascita del comitato “Giuliano Vassalli per il Sì”. Vassalli, morto nel 2009, fu un giurista socialista ed ex ministro della Giustizia che nel 1988 rinnovò in modo sostanziale il codice di procedura penale, con una riforma di cui quella attualmente promossa dal governo si propone, almeno nelle intenzioni di chi l’ha voluta, come una sorta di completamento.

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