Il dilemma di Friedrich Merz con la Cina
Il cancelliere tedesco incontra Xi Jinping mentre prova a risolvere un problema di dipendenza economica diventato disastroso per la Germania

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è partito mercoledì per la sua prima visita di stato in Cina, in cui ha incontrato il presidente Xi Jinping. Merz è l’ultimo di tanti leader occidentali che negli scorsi mesi sono stati in Cina: prima di lui l’hanno fatto il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer, quello canadese Mark Carney e quello spagnolo Pedro Sánchez, tra gli altri, a dimostrazione del ruolo sempre più centrale che la Cina sta assumendo.
La visita di Merz però ha un’importanza particolare, perché negli ultimi decenni l’economia della Germania ha sviluppato una dipendenza eccezionale nei confronti della Cina, che è stata paragonata a quella che aveva verso il gas russo prima della guerra in Ucraina. Per la Germania allontanarsi dalla Cina sarà difficile e doloroso, sempre che sia possibile.
Merz viaggia in Cina accompagnato da una delegazione di 30 imprenditori, rappresentanti delle più importanti industrie del paese. Visite come questa sono comuni per i leader tedeschi: i suoi due predecessori Angela Merkel (2005-2021) e Olaf Scholz (2021-2025) sono stati spesso in Cina, sempre portandosi dietro folte delegazioni imprenditoriali con l’obiettivo di aumentare le opportunità commerciali. Nei primi decenni di questo secolo la partnership è stata eccezionalmente vantaggiosa.
La Germania ha un’economia molto orientata all’esportazione di alto livello, e per decenni il grande mercato cinese era stato una delle sue più importanti fonti di crescita, se non la più importante. La Germania esportava verso la Cina automobili di livello medio-alto (Volkswagen) o di lusso (Mercedes, BMW, Audi), macchinari industriali, componenti chimici, apparecchiature elettroniche avanzate. Per decenni la Cina ha avuto bisogno proprio di questo tipo di prodotti per alimentare la sua economia in forte crescita, e i rapporti commerciali tra i due paesi sono cresciuti enormemente.
Il risultato è stato che nel corso di questo secolo la Germania è stato uno dei pochi paesi occidentali a mantenere una bilancia commerciale praticamente in pari con la Cina, con alcuni anni in cui c’è stato perfino un surplus. Significa che la Germania esportava più beni verso la Cina di quanti ne importasse. È un dato abbastanza straordinario se si considera che il deficit nei confronti della Cina è uno dei grandi problemi delle economie occidentali, e una delle ossessioni del presidente statunitense Donald Trump.

Friedrich Merz incontra Xi Jinping a Pechino, il 25 febbraio 2026 (Jessica Lee/Pool Photo via AP)
A partire dal 2020 le cose sono cambiate. La Cina ha cominciato a investire nella manifattura avanzata, cioè proprio in quei settori in cui la Germania è più forte. Lo stato cinese ha sussidiato industrie locali per fare concorrenza diretta alle industrie tedesche, con il risultato che molto spesso i prodotti cinesi erano di qualità comparabile ma più economici. L’industria tedesca, inoltre, non è riuscita a stare al passo dei rapidi cambiamenti del mercato cinese.
Un buon esempio è il settore delle auto: fino al 2020 i produttori di auto stranieri dominavano il mercato cinese, e Volkswagen era il primo con oltre il 12 per cento di quote di mercato. In quegli anni Volkswagen faceva in Cina il 40 per cento di tutte le sue vendite mondiali. Il settore delle auto di lusso, intanto, era controllato quasi interamente da brand tedeschi come Mercedes e BMW.
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Negli ultimi anni però sono sorti in Cina molti marchi locali che hanno cancellato il primato tedesco, anche grazie a una rapida conversione alle auto elettriche, che i tedeschi hanno faticato a comprendere. Oggi il primo produttore di auto in Cina è la cinese BYD, e le quote di mercato delle società tedesche sono crollate di circa un terzo, in media.
Questo si è replicato più o meno in tutti i settori, con il risultato che la bilancia commerciale tra Cina e Germania, che fino al 2020 era quasi in parità, è precipitata a favore della Cina. Oggi la Germania ha un deficit commerciale con la Cina di quasi 90 miliardi di euro, che è aumentato del 33 per cento tra il 2024 e il 2025. Significa, di fatto, che mentre la Germania continua ad aver bisogno dei beni cinesi, la Cina non ha più bisogno dei beni tedeschi, perché ha cominciato a produrseli da sé.
Davanti a questa crisi, alla fine del 2025 Volkswagen ha sospeso la produzione di una delle sue fabbriche in Germania per la prima volta nella sua storia, e potrebbe chiudere alcuni stabilimenti. In generale si stima che l’intera Germania perda circa 10 mila posti di lavoro al mese nel settore industriale. La competizione peraltro è particolarmente difficile perché molte aziende cinesi ricevono sussidi e incentivi pubblici ingenti, mentre quelle tedesche molti meno: «Le nostre aziende non devono competere soltanto con i loro rivali cinesi, ma con il budget statale cinese», ha detto di recente Oliver Richtberg, uno dei dirigenti di VDMA, un’associazione di categoria industriale.
Il problema però è che in questi anni l’economia tedesca è diventata così dipendente dalla Cina che ormai non ne può più fare a meno. Rimaniamo nel settore auto: mentre molti produttori statunitensi stanno facendo piani per ridurre la propria presenza in Cina, perché possono comunque contare sul grande mercato americano, i produttori tedeschi stanno invece moltiplicando i propri investimenti per cercare di recuperare il terreno perduto. Volkswagen, per esempio, sta presentando decine di nuovi modelli di auto elettriche in Cina, per far concorrenza ai brand locali, con investimenti del valore di decine di miliardi di euro.

Un dirigente di Volkswagen spiega la nuova strategia del gruppo in Cina: «In Cina, per la Cina», aprile 2025 (AP Photo/Ng Han Guan)
Merz arriva così in Cina con un grosso dilemma davanti: da un lato l’importante rapporto commerciale che aveva sospinto per anni l’economia del suo paese si è rotto; dall’altro le sue industrie non ne possono fare a meno.
A questo si aggiungono rischi più politici: come più o meno tutti i paesi del mondo, la Germania è gravemente esposta al monopolio che la Cina detiene sui minerali rari, un gruppo di materiali fondamentali per la produzione di varie tecnologie. La Cina controlla circa i due terzi della produzione e il 90 per cento della raffinazione di questi minerali, e più volte in passato ha usato il suo monopolio come leva per ottenere concessioni. Se la Cina bloccasse l’esportazione dei minerali rari, molte fabbriche tedesche (ma anche statunitensi, giapponesi, italiane) sarebbero costrette a fermarsi.
Davanti a queste debolezze la Germania non ha molti vantaggi dalla sua parte. Merz ha detto in questi giorni che cercare di separare l’economia tedesca e quella cinese sarebbe un «errore»: «Questo tipo di politiche non farebbe altro che danneggiare i nostri interessi». Al tempo stesso, ci si aspetta che con il suo viaggio in Cina non riuscirà a ottenere grosse concessioni da Xi Jinping in campo economico. Alla meglio, qualche risposta temporanea per alleviare, ma non risolvere, la crisi dell’industria tedesca.



