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  • Lunedì 23 febbraio 2026

L’altro uomo che conta davvero in Iran

Ali Larijani, fedele alla Guida Suprema Ali Khamenei, sta accumulando sempre più potere anche in vista di un possibile attacco statunitense

Il capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, durante un incontro diplomatico in Oman, il 10 febbraio
Il capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, durante un incontro diplomatico in Oman, il 10 febbraio (Erfan Kouchari/Iran's Supreme National Security Council Office via AP)
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Da mesi in Iran sta assumendo sempre più potere il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani: è diventato una delle persone più importanti del regime dopo la Guida Suprema Ali Khamenei, di cui è un fedele alleato, e il suo potere è superiore anche a quello del presidente Masoud Pezeshkian (che comunque non ne aveva mai avuto molto).

La centralità di Larijani è stata ricostruita da un’inchiesta del New York Times basata su interviste con funzionari, militari e diplomatici iraniani. È funzionale ai preparativi del regime per farsi trovare pronto a un possibile attacco statunitense, considerato imminente, a livello non solo militare ma anche politico.

Un punto fondamentale sta nell’assicurare che un qualche sistema di comando rimanga in piedi durante e dopo l’eventuale attacco. In questo il regime sostiene di avere imparato dalla guerra dell’estate scorsa contro Israele e gli Stati Uniti, quando la sua leadership militare fu decimata rapidamente e Khamenei sparì, nascondendosi per giorni.

Larijani è un pezzo importante di questa strategia: è uno dei possibili sostituti di Khamenei alla leadership, almeno temporaneamente, ma non nel ruolo di Guida Suprema (la massima autorità religiosa e politica del paese) dato che non fa parte del clero sciita. Tra le altre cose, è anche molto più giovane: ha 67 anni rispetto ai quasi 87 di Khamenei.

– Leggi anche: Quanto è solido il regime iraniano?

Poliziotti in assetto antisommossa davanti a un cartellone propagandistico a Teheran, il 21 febbraio

Poliziotti in assetto antisommossa davanti a un cartellone propagandistico a Teheran, il 21 febbraio (Majid Saeedi/Getty Images)

Lo scorso agosto Larijani è stato nominato capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, l’organo che coordina ogni risposta alle crisi di sicurezza interna ed esterna. Da quel momento sono aumentate sia le sue responsabilità sia la sua visibilità, tanto che il New York Times ha scritto che Larijani sta «praticamente governando il paese». Khamenei si fida di lui, e per questo gli sta affidando tante responsabilità in un momento estremamente delicato.

Larijani è un ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, il più potente e capillare corpo militare iraniano. È stato lui a gestire la repressione brutale e senza precedenti delle grandi proteste dello scorso gennaio, perpetrata dai Guardiani e dalle altre forze di sicurezza. Di fatto è il responsabile dell’apparato repressivo iraniano, che è pronto a tornare ai massimi livelli di funzionalità, cioè di violenza, in caso di attacco o contro le proteste appena riprese.

Ali Larijani in visita a Muscat, in Oman, il 10 febbraio

Ali Larijani in visita a Muscat, in Oman, il 10 febbraio (Erfan Kouchari/Iran’s Supreme National Security Council Office via AP)

Oltre alla rilevanza militare, Larijani ha accresciuto quella politica. Prima del nuovo incarico aveva già incontrato gli alleati regionali dell’Iran come il dittatore siriano Bashar Assad, poco prima della sua caduta nel dicembre 2024, o la leadership di Hezbollah in Libano. A fine gennaio è stato mandato a incontrare il presidente russo Vladimir Putin e nelle ultime settimane i leader di altri paesi mediorientali, come Qatar e Oman, mentre sono in corso i negoziati con gli Stati Uniti, finora infruttuosi.

La visibilità ottenuta da Larijani sui media, anzitutto di stato, ha eclissato quella del presidente Pezeshkian, che a differenza sua proviene dai riformisti, cioè dalla formazione più progressista dell’arco politico iraniano.

Sono state spesso le lunghe interviste di Larijani a comunicare pubblicamente la posizione del regime. In una delle ultime, con Al Jazeera, Larijani ha sostenuto sia che il regime è pronto alla guerra, sia che è disposto a sottoporsi di nuovo ai controlli della Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia nucleare (AIEA) al suo programma nucleare, che aveva interrotto. Lo smantellamento del programma nucleare iraniano è una delle richieste principali degli Stati Uniti nei negoziati in corso.

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, a Teheran l'11 febbraio

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, a Teheran l’11 febbraio (Iranian Presidency via ZUMA Press Wire)

Ci sono altre evidenze della subalternità del presidente e dell’autorità di Larijani. Per esempio Pezeshkian si è rivolto a lui quando ha chiesto di rimuovere il blocco di internet e del segnale telefonico imposto durante le proteste (da quando sono finite è stato allentato, ma è rimasto per i social). Oppure quando, a gennaio, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiamato Pezeshkian per chiedergli l’autorizzazione per parlare con l’inviato statunitense Steve Witkoff, ma Pezeshkian gli ha detto di rivolgersi a Larijani.

Larijani proviene da una famiglia importante e influente in Iran, con consolidati legami con il clero sciita: suo fratello, Sadiq Larijani, è stato a lungo capo del sistema giudiziario. Nel tempo Khamenei ha iniziato a fidarsi molto di lui e a chiedergli consiglio.

Prima di adesso era già stato capo del Consiglio di sicurezza nazionale dal 2005 al 2007, e presidente del parlamento dal 2008 al 2020. Era stato il candidato della fazione più conservatrice del regime alle presidenziali del 2005. Aveva provato a ricandidarsi a quelle del 2021 e del 2024, dopo avere in parte moderato le sue posizioni: entrambe le volte non era stato ammesso, cosa sorprendente vista la sua vicinanza al potere, che lui aveva attribuito al fatto che sua figlia vive negli Stati Uniti.

Ali Larijani durante un congresso lo scorso novembre

Ali Larijani durante un congresso lo scorso novembre (Iranian Supreme Leader’S Office via ZUMA Press Wire)

Al di là di Larijani, il New York Times ha scritto che per prepararsi all’eventuale attacco statunitense e alle sue conseguenze Khamenei ha già previsto quattro livelli di successione nei ranghi militari e del governo di cui gli spetta la nomina, e ha chiesto agli esponenti apicali del regime di individuare fino a quattro possibili sostituiti ciascuno. L’obiettivo è poter prendere decisioni anche se le comunicazioni con Khamenei venissero interrotte, o se lui venisse ucciso.

– Leggi anche: Dove sono le navi e gli aerei americani che potrebbero attaccare l’Iran

Oltre a questi preparativi, più politici e istituzionali, il regime ne ha messi in campo di militari, rafforzando le difese e organizzando esercitazioni. Ha spostato missili balistici verso il confine con l’Iraq, dunque più vicino a Israele e alle basi militari statunitensi che sarebbero i più probabili obiettivi in caso di ritorsioni. Nelle scorse settimane lo spazio aereo iraniano è stato chiuso più volte per testare i missili e i sistemi antiaerei, gravemente danneggiati nella guerra dell’estate scorsa.

Quanto ai negoziati con gli Stati Uniti il sito Axios, solitamente ben informato, ha scritto che l’amministrazione di Donald Trump è disposta a partecipare a nuovi incontri tra giovedì e venerdì in Svizzera, purché riceva dall’Iran una nuova proposta di accordo entro martedì.

Intanto, Trump ha fatto capire che considera un attacco limitato un’ipotesi per mettere pressione sui negoziati, prima di un ulteriore attacco su larga scala qualora l’Iran non accogliesse le sue richieste: smantellare il programma nucleare ed eliminare le scorte di uranio arricchito (necessarie per per produrre la bomba atomica, anche se l’Iran ha sempre negato di avere questa intenzione); ridurre la quantità e la gittata dei missili balistici; porre fine al sostegno economico e militare che l’Iran offre alle milizie alleate in altri paesi del Medio Oriente.