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  • Venerdì 20 febbraio 2026

Un sacco di cantieri in giro per l’Italia sono fermi per la stessa ragione

E cioè la crisi di un'impresa edile che si era aggiudicata molte grandi opere del PNRR, con una strategia forse troppo ambiziosa

di Isaia Invernizzi

Gli operai dell'impresa Manelli protestano a Palermo perché da mesi non ricevono gli stipendi
Gli operai dell'impresa Manelli protestano a Palermo perché da mesi non ricevono gli stipendi (Cgil Palermo)

Nei cantieri di molte grandi opere finanziate con i fondi europei del PNRR si vedono ancora gli striscioni con la scritta “impresa Manelli”, ma dentro non c’è nessuno: è tutto fermo da quando alla fine della scorsa estate hanno smesso di arrivare gli stipendi. Manelli è un nome conosciuto nel settore dell’edilizia perché negli ultimi anni l’impresa, che ha sede nella cittadina pugliese di Monopoli, si è accaparrata decine di appalti con una strategia ambiziosa, col senno di poi troppo rischiosa. È cresciuta molto velocemente, allargandosi fino ad assumere quasi un migliaio di dipendenti, e proprio quando sembrava che potesse diventare una delle principali imprese edili italiane è andata in crisi, lasciando nei guai molte città.

A Palermo gli operai che fino a poche settimane fa scavavano per costruire la nuova rete fognaria stanno protestando perché non vengono pagati da mesi. Mercoledì hanno messo una bara davanti a una recinzione: «Il cantiere è morto», hanno scritto su uno striscione. Alla fine di gennaio erano saliti in cima a un silos per chiedere aiuto alle istituzioni.

In altre regioni la protesta è stata meno eclatante. Alla fine di ottobre in provincia di Treviso gli operai impegnati nella manutenzione dell’autostrada A27, che collega Venezia a Belluno, hanno organizzato uno sciopero. C’è stato uno sciopero anche in provincia di Padova, dove la Manelli stava costruendo l’ospedale di Este. Ad Ancona l’università si chiede quando ripartiranno i lavori di riqualificazione del cosiddetto Palazzo di Vetro, dove dovrebbe trovare posto il nuovo rettorato. A Montalto Uffugo, in Calabria, speravano che l’impresa potesse finalmente finire un sottopasso ferroviario atteso da 10 anni, invece dovranno aspettare ancora.

Alcuni comuni sono stati costretti a risolvere i contratti per evitare di lasciare fermi i cantieri per troppo tempo. È successo per esempio a Bergamo, dove da mesi si discute dei ritardi accumulati nella costruzione della nuova galleria di arte moderna e contemporanea, ricavata nel vecchio palazzetto dello sport. A Genova invece sono fermi i lavori di due nuove tratte della metropolitana. Ma risolvere i contratti non è un’operazione semplice, e non è detto che le aziende arrivate seconde o terze nella gara di appalto siano ancora disponibili a farsi carico del cantiere.

Le amministrazioni sono in difficoltà anche perché molte di queste opere erano state finanziate con i fondi europei del PNRR, che ha scadenze molto rigide: i cantieri vanno finiti entro l’agosto di quest’anno, altrimenti si deve restituire buona parte dei soldi. Alcuni comuni hanno già detto che dovranno trovare i soldi in altri modi perché sarà impossibile finire tutto in tempo.

Quando Manelli ha smesso di pagare i dipendenti aveva circa 250 cantieri per un valore complessivo di oltre 2 miliardi di euro. In soli quattro anni, grazie alle opportunità del PNRR, è passata da circa 150 dipendenti a quasi 1.000. Molti degli operai sono stati assunti direttamente, molti altri tramite un complesso sistema di consorzi in collaborazione con altre imprese edili.

La crescita così rapida è stata sostenuta dagli appalti vinti con offerte molto al ribasso, fino al 40 per cento in meno rispetto alla base d’asta, insostenibili per i concorrenti. Sembra una strategia senza senso, in realtà molte altre aziende edili fanno lo stesso: vincere gli appalti, in particolare quelli delle opere pubbliche, permette di avere garanzie solide da presentare alle banche a cui chiedere mutui necessari a finanziare l’espansione, che permette di vincere nuovi appalti per avere nuovi mutui, e così via. Per mantenere i conti in equilibrio, insomma, bisogna continuare a crescere. Manelli però è cresciuta troppo in fretta.

Vincere appalti con ribassi così elevati ha lasciato all’impresa un margine molto basso, e a un certo punto si è trovata senza soldi. I primi a non essere pagati sono stati gli operai delle aziende in subappalto, poi i dipendenti diretti. I segnali della crisi sono arrivati tra il luglio e l’agosto dell’anno scorso, e alla fine di ottobre le difficoltà erano ormai evidenti.

Le conseguenze sarebbero state peggiori se non fosse intervenuta un’altra grande azienda, la CMC Ravenna (Cooperativa muratori e cementisti Ravenna), che il primo dicembre ha firmato un contratto chiamato fitto d’azienda: in sostanza Manelli è stata presa in affitto da CMC, che si è presa in carico le commesse, i cantieri e 684 lavoratori. Alcuni dipendenti sono stati esclusi da questa operazione perché erano assunti da consorzi costituiti da Manelli in collaborazione con altre imprese. Il contratto di affitto durerà al massimo sei anni e già ora CMC si è detta disponibile ad acquisire completamente Manelli, quando i conti saranno sistemati.

Con il passaggio da Manelli a CMC sono stati pagati gli stipendi arretrati, ma le procedure per consentire a CMC di entrare nei cantieri vanno a rilento, quindi molti operai non vengono pagati da dicembre. Finora non è stato possibile avere risposte da Manelli, che ha invitato a rivolgere domande direttamente a CMC.

CMC spiega che lo stallo attuale dipende da problemi ereditati dalla precedente gestione di Manelli. La società ha provveduto a trasmettere tutta la documentazione per subentrare nei cantieri: «In attesa del completamento formale di tali passaggi – che comprendono in primis la stipula delle polizze assicurative – non è possibile far ripartire i lavori nei cantieri, né procedere al pagamento degli stipendi dei lavoratori». Nelle ultime settimane è stato avviato un confronto con i sindacati «che abbia come priorità la tutela e il benessere di tutti i dipendenti».

Prima di affittare Manelli, CMC aveva 860 dipendenti e commesse per circa 1,2 miliardi di euro. Nel giugno del 2025 l’azienda era stata acquisita al 70 per cento dal gruppo fiorentino Finres attraverso l’azienda controllata Alpha General Contractor, con un’operazione da 17,5 milioni di euro. Finres ha estinto gli ultimi debiti di CMC, che dal 2018 aveva affrontato una grave crisi, accumulando circa 1,5 miliardi di euro di debiti per via di ritardi nei pagamenti dovuti da alcuni committenti esteri. Parte di questi debiti era stata pagata prima della vendita a Finres, grazie a un concordato preventivo che dal 2020 aveva permesso all’azienda di dismettere attività all’estero oltre a vendere immobili e macchinari.