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  • Giovedì 19 febbraio 2026

La Sardegna non vuole più essere l’isola del 41-bis

Il governo vorrebbe concentrare buona parte dei detenuti sottoposti al carcere duro in istituti sardi, ma la regione non ci sta

Un muro esterno del carcere di Sassari, 29 gennaio 2023 (ANSA/Vincenzo Garofalo)
Un muro esterno del carcere di Sassari, 29 gennaio 2023 (ANSA/Vincenzo Garofalo)
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Alla Sardegna non piace per nulla il piano del governo di trasformare tre carceri sarde in istituti penitenziari dedicati esclusivamente ai detenuti sottoposti al regime carcerario del 41-bis, il cosiddetto carcere duro. È una prospettiva che la Sardegna vuole evitare in tutti i modi per una serie di problemi attuali e per ragioni storiche: regione, sindacati e gruppi di cittadini stanno facendo tutto il possibile per opporsi.

Il sospetto che il governo volesse aumentare il numero dei detenuti al 41-bis in Sardegna aveva iniziato a diffondersi la scorsa estate, quando il ministero della Giustizia aveva deciso il trasferimento di 92 detenuti al 41-bis nel carcere di Uta Cagliari, in cui si sta finendo di costruire un nuovo padiglione dedicato.

La conferma definitiva è arrivata il 18 dicembre, quando alla conferenza Stato-Regioni il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, di Fratelli d’Italia, ha spiegato che il governo intende trasformare sette carceri italiane in istituti di detenzione solo per il 41-bis. In Italia poco meno di un anno fa i detenuti con questo regime erano circa 742, di cui 93 già in Sardegna.

In Sardegna i posti disponibili per il 41-bis saranno a breve 192. Delmastro ha detto che «certamente non diventeranno 380 o 700», ma ha ipotizzato un ulteriore aumento intorno al 20 per cento. In Sardegna diventerebbero quindi almeno 230.

Da settimane la presidente della regione Alessandra Todde, del Movimento 5 Stelle, sta protestando: dice che la regione non è stata coinvolta in questa decisione. Nei giorni scorsi Todde ha annunciato una manifestazione di protesta per il 28 febbraio, chiedendo ai cittadini e alle cittadine sarde di partecipare. «Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola-carcere», ha detto.

L’identificazione della Sardegna come un’isola-carcere in effetti non è solo una suggestione, per diversi motivi. C’entra innanzitutto il carcere dell’Asinara, un istituto di massima sicurezza che fu costruito alla fine dell’Ottocento sull’omonima isola nel nord ovest della Sardegna. Negli anni Settanta furono detenuti lì componenti delle Brigate Rosse e negli anni Novanta molti noti mafiosi sottoposti al regime del carcere duro, tra cui Totò Riina. Per estensione quindi la Sardegna divenne una delle regioni a cui si associava la detenzione al 41-bis.

Il fatto che l’Asinara fosse un’isola rispondeva peraltro a un requisito indicato nella legge che nel 1975 ha introdotto il 41-bis. Il 41-bis è una sospensione del “trattamento penitenziario ordinario”: è uno strumento detentivo ma anche preventivo, che ha l’obiettivo di isolare il detenuto dal resto della sua organizzazione criminale. Nella sua forma attuale il 41-bis fu introdotto nel 1992, dopo le stragi di mafia di Capaci e via D’Amelio, a Palermo, per limitare il più possibile la frequenza dei contatti con l’esterno degli esponenti di vertice delle organizzazioni criminali e quindi per evitare che, dal carcere, i capi mafiosi continuassero a comandare.

– Leggi anche: Come si vive al 41-bis

La legge specifica che i detenuti al 41-bis devono stare dentro istituti «a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari» o comunque in «sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria». Il riferimento alle isole è percepito come molto penalizzante in Sardegna, tanto che ora c’è una proposta di legge regionale per eliminare quella parte dell’articolo 41-bis. La consigliera regionale Camilla Soru, del PD, tra le firmatarie della proposta, ha detto che «la Sardegna non può essere considerata un luogo di segregazione preferenziale, non siamo un territorio di confine».

Oggi in Italia le carceri con detenuti al 41-bis sono 12, di cui 11 sono miste, cioè ospitano detenuti con diversi trattamenti penitenziari. L’unico carcere che prevalentemente ha detenuti al 41-bis è quello dell’Aquila, Le Costarelle.

Le tre carceri sarde con sezioni per il 41-bis sono quelle di Sassari, Badu ’e Carros a Nuoro e Uta Cagliari. Le altre sono in Lombardia, nel Lazio-Abruzzo e Molise, in Umbria, in Emilia-Romagna, nel Triveneto, in Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta. Secondo i dati aggiornati allo scorso maggio e pubblicati dal Garante nazionale dei detenuti, la maggior parte delle persone al 41-bis è detenuta nelle carceri del provveditorato Lazio-Abruzzo e Molise (non c’è il dettaglio suddiviso per le singole carceri).

Delmastro ha detto che gli altri quattro istituti dedicati in futuro solo al 41-bis saranno quelli di Alessandria, L’Aquila, Parma e Vigevano. Il governo giustifica il piano dicendo che garantirà una maggiore sicurezza, dal momento che isolare i detenuti al 41-bis toglie definitivamente loro la possibilità di comunicare con gli altri detenuti.

Delmastro ha detto anche che in questo modo sarà possibile assicurare quattro ore d’aria al giorno ai detenuti, cioè il tempo che possono trascorrere fuori dalle celle, come stabilito dalla Corte costituzionale un anno fa. Ha infine aggiunto che accorpare i detenuti al 41-bis in sette istituti contribuirebbe a ridurre il cronico sovraffollamento delle carceri, recuperando 333 posti per i detenuti ordinari. Non è un numero altissimo in verità, considerando che attualmente ci sono quasi 64mila detenuti e i posti disponibili sono poco più di 46mila.

Secondo Todde aumentare i posti per il 41-bis in Sardegna rischia di avere conseguenze negative sia dentro le carceri, perché i posti attualmente occupati dai detenuti ordinari sarebbero destinati ai detenuti al 41-bis e quindi tutti gli altri dovrebbero essere trasferiti altrove, sia all’esterno. La giunta regionale teme per esempio che si trasferiscano in Sardegna le famiglie dei detenuti al 41-bis, che spesso fanno parte a loro volta di gruppi criminali, o che ci possano essere problemi negli ospedali, dal momento che servono specifiche misure di sicurezza quando una persona detenuta nel carcere duro deve essere ricoverata.

Per la garante regionale dei detenuti Irene Testa l’aumento annunciato dei detenuti al 41-bis nelle carceri sarde è già ora un problema visto che quello di Cagliari è già molto sovraffollato. Testa ha detto che nel carcere di Cagliari non è nemmeno previsto un rinforzo del personale medico e che mancano 119 agenti penitenziari rispetto all’organico previsto. «Per ogni detenuto che deve essere accompagnato in ospedale o a una visita, occorrono 7 agenti di scorta: impossibile in queste condizioni», ha detto. Anche i sindacati si sono detti contrari e hanno chiesto al consiglio regionale di intervenire.