I doposcì a cui pensiamo quando diciamo doposcì

Per decenni ovunque ci fosse la neve c'erano anche i Moon Boot: poi sono stati fatti sparire in fretta e furia e infine, come sempre, rivalutati

Una donna con i Moon Boot durante la Fashion Week di New York, 13 febbraio 2022 (Jeremy Moeller/Getty Images)
Una donna con i Moon Boot durante la Fashion Week di New York, 13 febbraio 2022 (Jeremy Moeller/Getty Images)

Esistono oggetti di design che diventano così popolari da entrare nelle case di moltissime persone, e prodotti commerciali con un successo tale che alla fine lo diventano, oggetti di design. È il caso dei Moon Boot, i doposcì riconoscibilissimi per forma e dimensioni che furono inventati nel 1969 in provincia di Treviso: divennero subito un classico attorno alle piste da sci e da qualche anno, dopo essere stati quasi dimenticati, sono tornati a essere molto richiesti.

I Moon Boot nacquero da un’idea di Giancarlo Zanatta, fondatore dell’azienda di calzature e attrezzatura sportiva Tecnica, e si chiamano così perché sono ispirati agli scarponi indossati dagli astronauti durante l’allunaggio, il 20 luglio di quell’anno. L’impresa portò Zanatta a ideare un paio di doposcì leggeri e resistenti, e con materiali al tempo innovativi, come nylon e poliuretano. Ne emerse un modello di calzatura piuttosto avveniristico: i Moon Boot infatti erano unisex, senza distinzione tra scarpa destra e sinistra, e grazie all’imbottitura soffice si adattavano a misure diverse, quindi i ragazzi potevano usarli per più stagioni, anche quando il piede cresceva.

Tra gli anni Settanta e i Novanta erano i doposcì da sfoggiare durante l’après-ski, il termine che indica tutte le occasioni sociali dopo una giornata sulle piste da sci. Li indossarono tra gli altri Paul McCartney, alcuni personaggi nel video di “Last Christmas” dei Wham! e poi Paris Hilton, naturalmente seguiti da generazioni di persone comuni sia in Europa che in Nordamerica.

Secondo Vogue i Moon Boot anticiparono la moda gender neutral, cioè quella che si può adattare a chiunque, senza distinzioni di genere. Grazie alla loro enorme popolarità, nel 2000 furono inclusi in una mostra al Louvre di Parigi dedicata agli oggetti simbolo del design del Ventesimo secolo, e oggi fanno parte della collezione permanente di design sia del MoMA di New York che della Triennale di Milano. Proprio per la sua invenzione Zanatta, oggi 88enne, nel 2022 è stato premiato con il Compasso d’Oro alla carriera.

Lo scarpone di un astronauta dell’Apollo 11 sulla superficie della Luna, 20 luglio 1969 (Courtesy Everett Collection, via Contrasto)

La Tecnica Group ha sede sempre a Giavera del Montello, in provincia di Treviso, e oltre al marchio omonimo di scarpe e scarponi da sci possiede anche Nordica, Lowa, Blizzard, Rollerblade e Moon Boot appunto. Mirko Massignan, che è direttore generale del marchio dal gennaio 2021, definì questi doposcì «una specie di oggetto surreale» un po’ per le loro dimensioni e la loro vistosità, e un po’ per il fatto che per indossarli bisogna essere molto sicuri di sé. Probabilmente sono tutti motivi per cui dagli anni Duemila erano andati fuori moda, al punto da essere «completamente scollegati da ciò che succedeva nel mondo», disse in un’intervista al sito specializzato Business of Fashion.

I Moon Boot sono tornati rilevanti grazie a una strategia di riposizionamento del prodotto che dal 2021 ha cominciato a proporli non più come articoli sportivi, bensì come calzature alla moda, da usare anche in città. L’azienda ha messo in piedi collaborazioni con marchi di streetwear o case di moda famose, tra cui Palm Angels, Moncler e Gucci, nelle pubblicità li ha inseriti in contesti urbani, anziché nelle tradizionali scene sulla neve. Inoltre ha usato come testimonial modelle e persone famose come Kim Kardashian o Gigi Hadid.

A contribuire alla loro popolarità ci furono cantanti che li indossavano regolarmente, come Dua Lipa, Justin Bieber o Billie Eilish, ma Moon Boot beneficiò anche del trend delle scarpe considerate brutte ma comode emerso con la pandemia e di un certo ritorno del massimalismo nella moda. Nel 2022 Tecnica registrò un fatturato di 561 milioni di euro, il suo miglior risultato di sempre, con una crescita del 21 per cento rispetto all’anno precedente, e Moon Boot triplicò il proprio, passando da circa 10 milioni di euro a più di 30. Secondo quanto riferito da Business of Fashion, l’anno seguente le vendite del marchio erano quintuplicate rispetto al 2020.

Come capita spesso agli oggetti o ai capi di abbigliamento di grande successo, anche i Moon Boot furono molto imitati, e le sue copie finirono al centro di controversie legali. Nel 2016 il tribunale di Milano li riconobbe come opera di design industriale, e pertanto tutelati dalla legge sul diritto d’autore. Cinque anni dopo il tribunale lo ribadì in una nuova sentenza nella causa civile contro tre aziende che producevano gli “snow boots” messi in commercio con il marchio dell’influencer Chiara Ferragni. Tecnica le aveva accusate tra le altre cose di contraffazione e concorrenza sleale: il tribunale dispose il ritiro di tutti i doposcì e un risarcimento, poi quantificato in un accordo privato.

Una modella con i Moon Boot in una foto degli anni Settanta al Museo della Fondazione Sportsystem, che si trova a Montebelluna (Treviso) e raccoglie oltre 2.200 modelli di calzature e tutto ciò che ci gira attorno (ANSA/ Ufficio stampa comitato presidenza del Consiglio per le celebrazioni Italia 150)

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