Da zero ad atleta olimpico in tre anni
Nello sci di fondo: per qualcuno una bella storia, con protagonista un sudafricano di 35 anni, per altri una storia sbagliata
di Gabriele Gargantini

Matthew Smith è un atleta olimpico, uno di quelli che possono tatuarsi i cinque cerchi e avere una bella storia da raccontare a cena. A 35 anni ha gareggiato a Tesero, in provincia di Trento, nella 10 km tecnica libera di sci di fondo ai Giochi di Milano Cortina. Fino a tre anni fa era stato «cinque volte sulla neve» e non faceva fondo. Smith racconta che iniziò a dedicarcisi nel 2023, con l’obiettivo di diventare abbastanza forte da andare ai Mondiali, e da lì ottenere i punti necessari a qualificarsi per le Olimpiadi come unico atleta del suo paese, il Sudafrica.
L’ha fatto per sfida personale, con l’aiuto di un fondista messicano; ma anche – dice – per ispirare altri, perché «you can’t be what you can’t see». Non puoi essere quello che non sai che esiste. Ma non per tutti è giusto che lui sia alle Olimpiadi.
Smith è nato a Johannesburg nel 1990. A otto anni si trasferì nel Regno Unito con la famiglia e dal 2017 al 2020 visse in Norvegia, dove fondò una società tecnologica. Dopo averla venduta girò un po’ il mondo e tornò poi in Sudafrica. Dopo essersi reso conto che stava «facendo la vita di un pensionato» si allenò per un Ironman (il triathlon in cui si nuota per quasi 4 chilometri, si pedala per 180 e poi si corre una maratona) e lo completò con un ottimo tempo per un triatleta amatoriale, quale era.
Nel 2022 tornò in Norvegia e si rese conto piuttosto in fretta che per gran parte del lungo inverno norvegese non poteva praticare con costanza e all’aperto corsa e nuoto: «La scelta era tra l’ibernazione e l’adattamento. Pensai a come facevano i norvegesi e la risposta fu che facevano sci di fondo, così iniziai anche io a fare sci di fondo», dice.
Erano i primi mesi del 2023 e Smith, allora 32enne, si informò su quando e dove fossero le prossime Olimpiadi invernali. «Sapevo di Eddie the Eagle e della squadra giamaicana di bob» dice citando storie che hanno molti punti in comune con la sua, «ma per il resto non sapevo proprio niente, nemmeno che le Olimpiadi invernali del 2026 sarebbero state in Italia». Verificò quindi che il Sudafrica avesse una parte della sua federazione sportiva nazionale dedicata agli sport invernali: era così.
«Non sapevo chi era Bjørn Dæhlie», dice Smith riferendosi a uno dei più grandi fondisti di sempre: «Ero del tutto nuovo in questo sport, anche nelle sue cose più basilari: non sapevo, per dire, che bisognasse cerare gli sci», mettere cioè la sciolina (che serve per farli scorrere meglio e per migliorare la presa sulla neve, a seconda dei momenti).

Smith nel 2024 (foto da lui fornita al Post)
Smith scoprì anche che lo sci di fondo era, a suo modo di vedere, «lo sport più difficile del mondo». Anzi, dice Smith, quattro sport in uno. Perché lo sci di fondo si può fare sia in tecnica classica (nei binari) che in tecnica libera (anche nota come “pattinata” o “skating”). E così è anche per l’alternativa estiva allo sci: lo skiroll, che si fa su asfalto con degli sci su rotelle (degli sci-su-rotelle, non dei pattini) che replicano i movimenti dello sci di fondo. Per provare a qualificarsi alle Olimpiadi a Smith serviva fare un certo numero di punti in determinate gare, sia in tecnica classica che in tecnica libera.
Trovò un maestro e un compagno di allenamento nel messicano Allan Corona, suo coetaneo e anche lui ex triatleta. «Mi ha insegnato tutto: tecnica, equilibrio, materiali, come sciolinare gli sci», dice Smith, che parla tanto e bene, come è giusto che sia per uno che nel suo precedente lavoro ha fatto centinaia di conferenze ed eventi, diventando noto come “Mr. Energy”.
Ci sono video, anche abbastanza recenti, di lui che cade durante le gare.
Mentre migliorava sugli sci, Smith dovette occuparsi della burocrazia, delle scartoffie e dei rapporti con la federazione sudafricana. «Per cominciare, dovetti mostrare loro i tempi delle mie maratone, spiegare che non ero proprio l’ultimo arrivato».
C’erano problemi e dubbi di vario genere. Per esempio, dice, «continuavo a pensare che magari a un certo punto un qualche fondista svizzero [o di un altro paese] con madre sudafricana potesse cambiare passaporto e prendere il posto a cui ambivo io».
Nel febbraio del 2025 arrivò 136esimo ai Mondiali di fondo di Trondheim, in Norvegia, ottenendo la possibilità di essere tra i 113 partenti della 10 km olimpica di Tesero. Nel frattempo, oltre a raccontare il suo avvicinamento sui social, è entrato nel giro del fondo agonistico, di cui dice che, al netto di gigantesche differenze di preparazione, «non c’è nessuna barriera tra gli atleti di élite e quelli non di élite».

Smith nel 2025 a Trondheim, Norvegia (Christian Bruna/VOIGT/GettyImages)
Racconta per esempio che Federico Pellegrino, il miglior fondista italiano, accettò di andare ospite nel suo podcast quando ancora aveva solo 5mila follower su Instagram. Ora i suoi follower sono intorno ai 40mila, in un profilo in cui da alcuni giorni sta raccontando con Stories e Reels il suo soggiorno nel Villaggio Olimpico di Predazzo. «I fondisti», dice, «sono persone buone e dalle buone intenzioni».
Smith è anche parte di un gruppo WhatsApp chiamato Team Avalanche (“squadra valanga”), di cui fanno parte una cinquantina di fondisti di quasi altrettanti paesi: sono paesi spesso grandi, ma piccoli nel fondo. «Condividiamo divani, pasti e spese per le trasferte», dice del gruppo, in cui ci sono altri quattro atleti presenti alle Olimpiadi.
Non tutti, tuttavia, sono affascinati dalla sua storia. Circa un mese fa, per esempio, Smith ne ha parlato con i due host del podcast Skirious Problems, piuttosto seguito tra chi è appassionato di fondo. I due host – il britannico James Clugnet e l’austriaco Mika Vermeulen – sono molto critici a proposito della sua partecipazione.
C’entrano le quote olimpiche, cioè il modo in cui la Federazione internazionale di sci decide di riservare determinati posti a chi, da determinati paesi, raggiunge specifici criteri. E c’entrano in particolare le quote dello sci di fondo, che se da un lato è senz’altro uno sport difficile, dall’altro è molto più accessibile di altri. In un weekend, se dotati di buon equilibrio e discreta propensione alla resistenza, chiunque può imparare (tra molte cadute) a fare fondo. È invece molto sconsigliato, per usare un eufemismo, provare a fare lo stesso nel salto con gli sci o nello skeleton.
I criteri che permettono a Smith di essere alle Olimpiadi, sostengono Vermeulen e Clugnet, sono troppo laschi, perché ci sono altri paesi (su tutti la Norvegia) in cui tra chi non si è qualificato per le Olimpiadi ci sono molti atleti migliori di Smith. I tre ne hanno discusso, con reciproco rispetto ma non poca animosità, in un episodio durato oltre un’ora, passata praticamente tutta a parlare solo di questo.
Vermeulen e Clugnet sostengono che, oltre che scorretta verso altri atleti, la presenza di un atleta come Smith è inutile. In un commento al podcast un ascoltatore parla di lui come di un “turista olimpico”. La loro posizione, comune anche ad altri osservatori e addetti ai lavori, è che la presenza di Smith non porti niente se non folklore e vaghi echi di “spirito olimpico”, e che ci sono altri che meriterebbero quel posto ben più di lui.
Non riguarda comunque solo Smith. In gara nella 10 km c’erano atleti da oltre 60 paesi, tra cui Mongolia, Arabia Saudita, Thailandia e Venezuela. È giusto che sia così? Anche se il primo ci mette 20 minuti e l’ultimo 30? Oppure sarebbe meglio avere i cento fondisti davvero più forti, accettando che una trentina di loro sarà norvegese?
Smith sostiene che lui, e altri come lui, sono atleti di alto livello, solo un po’ meno forti e con meno anni sugli sci: «Abbiamo VO2max [un valore relativo alla velocità del corpo nel bruciare ossigeno] superiore a 70, ci alleniamo 800 ore l’anno, corriamo maratone in due ore e quaranta minuti».
La 10 km tecnica libera delle Olimpiadi è stata vinta in 20 minuti e 36 secondi dal norvegese Johannes Klaebo, al suo terzo oro in questi Giochi nelle discipline dello sci di fondo (per ora).

Klaebo durante la gara, il 13 febbraio a Tesero (Alex Slitz/Getty Images)
Vermeulen e Clugnet sono arrivati rispettivamente 27esimo e 34esimo, con un ritardo da Klaebo di circa un minuto e mezzo.

Vermeulen all’arrivo di Tesero, il 13 febbraio (Alex Slitz/Getty Images)
Dall’86esimo classificato in poi ci hanno messo tutti almeno cinque minuti più di Klaebo. Corona è arrivato 105esimo, con quasi otto minuti di ritardo da Klaebo; Smith ha terminato la gara al posto 108. Ci ha messo 9 minuti e 30 secondi più di Klaebo, e dietro di lui, con oltre dieci minuti di ritardo, sono arrivati un atleta saudita, uno israeliano e uno dell’Ecuador.

Smith e Corona, il 13 febbraio dopo l’arrivo (Lars Baron/Getty Images)
Il piano, dice ora Smith, è di dedicarsi alla famiglia: la compagna norvegese e il figlio di 9 mesi, perché «sono loro che hanno dovuto pagare il costo più grande di questa mia impresa». L’anno prossimo vorrebbe tornare in Val di Fiemme per la Marcialonga, lo storico evento di fondo su un percorso di 70 chilometri da Moena a Predazzo. Gli piacerebbe anche diffondere la pratica degli skiroll in Sudafrica, dopo che tra l’altro ha scoperto, parlandone con un atleta thailandese nel Villaggio Olimpico, che alle gare di skiroll in Thailandia partecipano centinaia di persone. Smith dice anche che per le Olimpiadi del 2030 vedrà di informarsi sul biathlon: per ora scherza.
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