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  • Mercoledì 11 febbraio 2026

Epstein aveva legami dubbi anche con la Russia

Varie email mostrano come il finanziere cercasse di ottenere un incontro con Putin tramite politici e imprenditori, anche vicini al regime

Vladimir Putin durante una riunione al Cremlino, il 9 febbraio
Vladimir Putin durante una riunione al Cremlino, il 9 febbraio  (Vyacheslav Prokofyev/Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

Tra i moltissimi documenti degli “Epstein files”, pubblicati caoticamente dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ce ne sono alcuni che mostrano le relazioni ambigue che Jeffrey Epstein aveva con la Russia, coltivate con l’obiettivo di incontrare il presidente Vladimir Putin (cosa poi non successa, secondo i media che hanno analizzato i documenti).

Nei documenti ci sono varie mail scambiate da Epstein con sue conoscenze nel mondo diplomatico, tra cui gli ex primi ministri Thorbjørn Jagland (Norvegia) ed Ehud Barak (Israele). Epstein chiedeva loro di attivarsi per fargli incontrare Putin, e di riferirgli che era pronto ad aiutarlo. In un secondo momento, e forse perché non ci era riuscito con Putin, Epstein aveva provato a incontrare il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.

I contatti di Epstein sono avvenuti prima e dopo le elezioni presidenziali statunitensi del 2016, in cui i servizi segreti russi cercarono di interferire per facilitare la vittoria di Donald Trump. Riuscire a raggiungere un capo di stato, specie uno inavvicinabile come Putin, è difficilissimo, ma Epstein poteva quantomeno provarci contando sulla rete di relazioni e contatti influenti che si era costruito negli anni e che era in larga parte rimasta intatta dopo la sua prima condanna, ricevuta nel 2008 per aver sfruttato sessualmente ragazze minorenni.

– Leggi anche: Il sovraccarico informativo degli “Epstein files”

Per esempio, nel 2013 Jagland disse ad Epstein che avrebbe parlato di lui a Putin. Nel 2018 disse ad Epstein che lo avrebbe raggiunto a Parigi dopo un incontro a Mosca con il presidente russo. All’epoca Jagland incontrava Putin come segretario generale del Consiglio d’Europa (che non è un organo dell’Unione Europea, e fino all’invasione dell’Ucraina ne faceva parte anche la Russia). Da giovedì Jagland è sotto indagine in Norvegia per i contatti con Epstein, insieme ad altri politici locali.

In altre email del 2013, Epstein parlava con Barak dei suoi piani di vedere Putin. Dapprima sosteneva che lo avrebbe incontrato a Sochi, in Russia, chiarendo che sarebbe stata la prima volta. Poi sosteneva che fosse stato Putin a proporgli un incontro durante il forum economico di San Pietroburgo, ma di essersi rifiutato perché desiderava «vero tempo e privacy».

Thorbjørn Jagland, all'epoca segretario generale del Consiglio d'Europa, con Putin nel dicembre del 2016

Thorbjørn Jagland, all’epoca segretario generale del Consiglio d’Europa, con Putin nel dicembre del 2016 (Sergei Karpukhin/Pool Photo via AP)

Oltre ai politici stranieri, per anni Epstein ha coltivato contatti diretti con diplomatici ed esponenti del regime russo. Dal 2006 iniziò a parlare con Vitaly Churkin, l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite. Epstein, tra le altre cose, lo aveva aiutato a trovare uno stage al figlio. In una email a Jagland, Epstein si era vantato di avere aiutato Churkin a «capire Trump», dicendo che Churkin era stato il suo interlocutore col regime finché non era morto, nel 2017, e in pratica chiedendo a Jagland di sostituirlo in questo compito.

Epstein ebbe contatti anche con Sergey Belyakov, un politico legato all’FSB, i servizi segreti russi. Ai tempi Belyakov era viceministro allo Sviluppo Economico e, secondo i media statunitensi, aiutò Epstein a ottenere un visto per la Russia (Epstein ne chiese vari nel corso degli anni, ma il suo ultimo viaggio noto lì fu nel 2002). Epstein nel 2015 gli fece avere un incontro con l’imprenditore tecnologico Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e uno dei primi sostenitori della campagna di Trump. In un’email a Thiel, Epstein diceva che Belyakov era un suo «grande amico».

Sono emersi anche legami tra Epstein e Masha Drokova Bucher, ex componente del movimento giovanile putiniano Nashi che oggi fa la venture capitalist in California, dopo essersi distanziata almeno pubblicamente dal regime (i venture capitalist sono investitori che puntano sulle startup con l’obiettivo di trovare in anticipo quelle più promettenti). Secondo un’inchiesta del Washington Post del 2022, Drokova avrebbe proposto investimenti nel settore tecnologico statunitense a oligarchi russi. Lei aveva smentito. Nei file c’è una mail del 2017 in cui domandava a Epstein se fosse a conoscenza di possibili sanzioni alle aziende russe che avrebbero danneggiato «alcuni buoni amici».

– Ascolta Wilson: Il caso Epstein, spiegato bene

Al di là dei risultati, probabilmente minimi, i contatti avevano senso su entrambi i lati per Epstein e per la Russia.

Per Epstein facevano probabilmente parte del tentativo di riabilitarsi dopo la prima condanna, oltre a essere coerenti con la fascinazione per il potere alla base dei suoi traffici. Per i russi, un contatto con le entrature di Epstein nell’establishment statunitense era prezioso, allo scopo di facilitare investimenti – la sua specialità – e di ricevere consigli su come limitare i danni delle sanzioni, che ai tempi erano quelle successive all’annessione della Crimea nel 2014.

Questa settimana il governo polacco, uno dei più antagonisti alla Russia tra quelli europei, ha aperto un’indagine sui legami tra Epstein e la Russia. Il portavoce del regime russo, Dmitry Peskov, ha negato che il governo sia coinvolto: «La teoria che Epstein fosse controllato dai servizi segreti russi può essere presa in molti modi, ma non seriamente».