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  • Martedì 10 febbraio 2026

L’altoforno 2 dell’ex ILVA è quasi pronto a ripartire

Dopo che era fermo da due anni: lo ha detto l’azienda ai sindacati

Una veduta dell'ex ILVA di Taranto dal quartiere Tamburi (ANSA / CIRO FUSCO)
Una veduta dell'ex ILVA di Taranto dal quartiere Tamburi (ANSA / CIRO FUSCO)
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Acciaierie d’Italia, cioè l’ex ILVA, ha comunicato ai sindacati che nei prossimi giorni sarà rimesso in funzione l’altoforno 2 dello stabilimento di Taranto, fermo da due anni per interventi di manutenzione. È un annuncio rilevante, perché da tempo all’impianto di Taranto funziona solo un altoforno su quattro, con la conseguenza che la produzione di acciaio è molto bassa rispetto alla capacità dello stabilimento e più di 4.500 dipendenti sono in cassa integrazione da mesi.

I sindacati hanno fatto sapere all’ANSA che, stando alle comunicazioni dell’azienda, martedì dovrebbero cominciare le prime operazioni per regolare gli impianti, fermi dalla fine di dicembre del 2023, e che si prevede di riattivare l’altoforno 2 intorno al 20 febbraio. In parallelo a questo annuncio, lunedì la Commissione Europea ha approvato il “prestito ponte” da 390 milioni di euro che il governo italiano vuole fare all’ex ILVA per coprire i costi di gestione, in attesa di vendere l’azienda.

L’ex ILVA è gestita in amministrazione straordinaria dal governo italiano ed è in crisi da anni. Il governo vuole evitarne la chiusura perché avrebbe costi sociali ed economici altissimi, visto che ha circa diecimila dipendenti e dal suo funzionamento dipendono molte altre aziende. Venderla però è estremamente difficile: da un lato c’è la necessità di ridurre l’impatto ambientale dello stabilimento, e dall’altro quella appunto di tutelare i lavoratori. Al momento è in corso una trattativa esclusiva con il fondo di investimento statunitense Flacks Group.

Gli altiforni sono i grandi impianti a funzionamento continuo che vengono usati nelle acciaierie per produrre ghisa a partire da minerali di ferro e carbone. Da tempo si parla di “decarbonizzare” gli altoforni dell’ex ILVA, cioè passare a sistemi di produzione dell’acciaio meno inquinanti di quelli che impiegano carbone: concretamente significa sostituire gli altiforni a carbone con forni elettrici e quindi consumare molta più energia elettrica, ma anche riorganizzare il lavoro e insegnare nuove mansioni a lavoratori e lavoratrici.

Il fermo di un altoforno è una procedura reversibile e di solito temporanea, che dura al massimo poche settimane, il tempo di riparare eventuali guasti. Si tende comunque a non fermare spesso un altoforno perché ogni variazione di temperatura, a quei livelli, rischia di danneggiare i componenti, in particolare i mattoni che lo rivestono all’interno. È quello che è accaduto all’altoforno 2 dell’ex ILVA, che negli ultimi anni è stato fermato e riacceso diverse volte: il rivestimento interno è stato danneggiato al punto che anche la superficie esterna, metallica, ora rischia di cedere. Il fermo è il modo più indicato per fare gli interventi di manutenzione, ma allo stesso tempo contribuisce a danneggiare l’altoforno.

Attualmente nell’ex ILVA è in funzione solo l’altoforno 4. L’altoforno 1 è ancora sotto sequestro della procura di Taranto dallo scorso maggio, a causa di un incendio, mentre il numero 3 è spento da anni. Riattivare l’altoforno 2 è importante anche per gli stabilimenti dell’ex ILVA nel nord Italia, a cominciare da quello di Genova, che lavorano l’acciaio proveniente da Taranto e quindi dipendono dalla sua capacità di produzione.

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