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  • Lunedì 9 febbraio 2026

Il sovraccarico informativo degli “Epstein files”

La pubblicazione di milioni di documenti frammentari, censurati e senza contesto è stata un'operazione più caotica che trasparente

Parte della corrispondenza email di Jeffrey Epstein censurata e pubblicata dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti
Parte della corrispondenza email di Jeffrey Epstein censurata e pubblicata dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (AP Photo/Jon Elswick)

Quando il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha finito di pubblicare i cosiddetti “Epstein files”, cioè i documenti raccolti durante il processo a Jeffrey Epstein, il vice procuratore generale Todd Blanche ha descritto quel momento come la fine di un processo finalizzato ad «assicurare trasparenza».

Una decina di giorni dopo, mentre i file sono oggetto di attenzioni e scrutinio nelle redazioni di mezzo mondo e sui social network, ci sono però già diverse ragioni per non considerare l’obiettivo davvero raggiunto. Di sicuro, è fallito quello di favorire un’interpretazione condivisa e definitiva dei fatti sullo scandalo Epstein, da anni argomento di discussioni, scontri politici e teorie del complotto che non accennano a diminuire. Il “sovraccarico informativo”, cioè l’eccessiva quantità di informazioni pubblicate nello stesso momento, ha provocato anzi un caos che sta favorendo il processo opposto.

Tra milioni di pagine pubblicate degli “Epstein files” ci sono infatti documenti i cui contenuti hanno un rilievo pubblico notevole, come quelli che stanno facendo traballare il governo britannico per il coinvolgimento del laburista Peter Mandelson, o quelli che documentano l’interesse e il coinvolgimento di Epstein nelle attività in Europa di Steve Bannon, compresi i suoi rapporti con la Lega di Salvini. E più in generale, descrivono un tale livello di complicità e impunità delle élite finanziarie e politiche da giustificare rinnovati allarmi e valutazioni sfiduciate sullo stato di salute delle democrazie occidentali e dei loro modelli economici e politici.

Ma la mole dei documenti, la loro frammentarietà e le modalità della loro pubblicazione hanno fatto sì che per il pubblico sia rapidamente diventato complesso orientarsi tra fatti documentati, fatti ragionevolmente dedotti e fatti del tutto inventati. Tra le valutazioni politiche articolate a partire da quello che emerge davvero dai documenti e quelle costruite su falsificazioni e forzature che non sopravviverebbero al minimo tentativo di verifica, ma che sono massicciamente incoraggiate dagli algoritmi dei social network che stanno premiando il racconto più oracolare e suggestivo della vicenda.

– Leggi anche: Cosa c’entra Matteo Salvini con gli “Epstein files”

Epstein era un ricco e ammanicato consulente finanziario newyorkese, frequentato fin dagli anni Novanta da politici, imprenditori e personaggi pubblici influenti. Era stato condannato nel 2008 in Florida per aver sfruttato sessualmente decine di ragazze minorenni, in sue residenze frequentate anche dai suoi moltissimi amici e conoscenti. In quell’occasione aveva patteggiato per reati minori ed era riuscito a ottenere una pena di 13 mesi da scontare agli arresti domiciliari. Arrestato di nuovo nel 2019, con le stesse accuse, era morto suicida in carcere un mese dopo l’arresto, in circostanze da allora oggetto di dubbi e speculazioni.

L’archivio dei documenti sul processo, pubblicato sul sito del dipartimento di Giustizia, contiene più di tre milioni di pagine, 180 mila immagini e 2 mila video. Ci sono scambi di email e messaggi telefonici, ma anche foto scattate dagli investigatori nelle residenze di Epstein e file trovati nei suoi dispositivi, dagli estratti conto alla cronologia di navigazione. Molti file sono oscurati: pecette e riquadri neri coprono porzioni di foto e di testo più o meno ampie. Formalmente è una misura per proteggere l’identità delle vittime, ma diversi documenti lasciano supporre che la revisione sia stata superficiale, frettolosa e incauta.

I volti e i corpi di alcune persone in foto di nudi erano riconoscibili, prima che il dipartimento le rimuovesse su segnalazione dei giornali e degli avvocati delle vittime, alcune delle quali erano minorenni all’epoca dei fatti. Nomi, numeri di telefono e altri dati personali erano visibili in cartelle cliniche, rapporti di polizia e altri documenti. I numeri di telefono di altre persone in rapporti con Epstein sono tuttora visibili.

Il dipartimento ha detto che il personale incaricato della revisione aveva indicazioni di espungere soltanto informazioni relative alle vittime e alle loro famiglie, ma il criterio con cui i dati sono stati oscurati spesso non è affatto chiaro, e si presta facilmente a sospetti e ulteriori insinuazioni. Ci sono email in cui tutto il testo è oscurato fuorché le date dell’invio e i nomi dei mittenti e dei destinatari. E moltissime altre in cui l’identità della persona che parlava con Epstein è nascosta, nonostante il contenuto sia del tutto simile ad altre in cui invece i nomi sono visibili. Un altro file contiene un ritaglio di giornale in cui è oscurata persino la didascalia di una natività in una chiesa in California, ma solo in parte («una natività con Gesù, Maria e –––––––»).

Questa combinazione di sovraccarico di dati disordinati, inclusi tutti quelli irrilevanti, e di parziale censura a monte ha reso gli “Epstein files” molto difficili da gestire e da interpretare, per chi cerca di ricavarne informazioni di interesse pubblico, perché nella grande maggioranza dei casi manca del tutto il contesto sufficiente perché il contenuto delle conversazioni sia ricostruito con criteri vagamente giornalistici. Ed è per questo che è stata così incentivata la consultazione disintermediata dei file.

Queste modalità di rilascio hanno fatto sì che, insieme alle valutazioni politiche su quello che gli “Epstein files” provano realmente, e insieme alle discussioni su quello che di plausibile e rilevante suggeriscono, si sia sovrapposta una enorme produzione di contenuti di vario tipo che trattano i file come qualcosa che prova senza ombra di dubbio verità sconvolgenti, e li sfruttano come base fragilissima di supposizioni e teorie tanto suggestive quanto prive di fondamento, che circolano da giorni sui social molto più di quanto non succedesse già da anni.

Gli algoritmi di Instagram, TikTok e X stanno promuovendo massicciamente video in cui vengono raccontati come certi e abbondantemente documentati negli Epstein files sacrifici umani, riti satanici e atti di cannibalismo. Non è però così, e queste teorie estreme si basano su interpretazioni molto creative o forzate di frammenti di conversazioni o sulla decifrazione di presunti linguaggi in codice. In particolare fanno riferimento a una testimonianza anonima effettivamente contenuta nei documenti, raccolta nel 2019 dall’FBI da un uomo che diceva di aver subito violenze su uno yacht di Epstein nel 2000. L’uomo parlava di «bambini smembrati» e sosteneva che sullo yacht fossero presenti anche l’ex presidente statunitense George W. Bush, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger e il finanziere George Soros.

L’uomo non aveva nessuna prova e la testimonianza non fu ritenuta credibile dall’FBI, che non indagò ulteriormente. Ma nella mole di file pubblicata, e nell’illusione che siano così facilmente consultabili e interpretabili, è relativamente facile sostenere che ce ne siano anche che documentano con certezza quelle pratiche.

Un cartellone pubblicitario esposto tra le pubblicità a Times Square

Un cartellone pubblicitario a Times Square, il 17 novembre 2025, mostra il testo di alcune email in cui Epstein faceva riferimento a Donald Trump, definendolo nel 2011 «un cane che non ha ancora abbaiato» e dicendo nel 2019 che «ovviamente sapeva delle ragazze» (Michael Nagle/Bloomberg/Getty Images)

Fin dalla sua morte la storia di Epstein era diventata materia di teorie del complotto e di continue strumentalizzazioni politiche, con gravi effetti sulla qualità del dibattito pubblico. Era stata usata prima dai Repubblicani per sostenere l’esistenza di connivenze e complicità tra Epstein e importanti leader progressisti, e poi dai Democratici per sostenere la stessa cosa ma tra lui e il presidente Donald Trump.

È noto da anni che tra le frequentazioni di Epstein ci fossero moltissimi politici, incluso Trump, e molta attenzione pubblica si sta concentrando appunto sul rilievo politico di queste frequentazioni, in termini di conflitti di interessi, ricattabilità, esposizione a influenze e pressioni. Ma finora le indagini giudiziarie, con i documenti interi nella loro versione originale a disposizione, non hanno portato altre persone di alto profilo a essere accusate formalmente di concorso nei reati sessuali di Epstein, ad eccezione della sua compagna Ghislaine Maxwell e dell’ex principe Andrew d’Inghilterra, che risolse le sue con un accordo extragiudiziale.

Le prime pagine dei quotidiani inglesi

Le prime pagine dei quotidiani inglesi, giovedì 5 febbraio 2026 (AP Photo/Kin Cheung)

L’archivio è stato reso pubblico – con oltre un mese di ritardo – per effetto di una legge approvata dal Congresso statunitense a novembre, dopo una lunga campagna di pressioni politiche esercitate da più parti. Ma l’operazione non ha messo fine alle estese accuse al governo americano di voler nascondere o mistificare la realtà dello scandalo. La censura di molti file, per esempio, ha scontentato più parti: da un lato è stata giudicata maldestra e sbadata dagli avvocati delle vittime; dall’altro ha alimentato in altre persone il sospetto che servisse a proteggere non l’identità delle vittime, ma quella di personaggi noti e influenti che avevano interesse a nascondere le loro relazioni con Epstein.

La pubblicazione degli ultimi file ha inoltre ingigantito il volume dell’archivio, stravolgendo di fatto il rapporto tra rumore e segnale in tutta la vicenda, in favore del primo. Nei file sono citate persone di cui Epstein parlava con i suoi amici, tra cui lo stesso Trump. Ma anche per esempio giornalisti che volevano intervistarlo e con cui lui parlava. Le email nei file, come ha scritto Semafor, «sono diventate una melma tossica che si infiltra in vari angoli della vita pubblica, creando una scia di documenti imbarazzante per le molte persone che hanno interagito con Epstein, indipendentemente da quanto fossero effettivamente vicine».

La divulgazione dei file ha reso più difficile di prima distinguere nelle frequentazioni di Epstein tra incontri casuali e relazioni stabili e complici, tra comportamenti umani riprovevoli e possibili reati. E ha ridotto la fiducia nelle istituzioni incaricate di quella distinzione, già da tempo erosa per effetto di vari fenomeni culturali e sociali, permettendo che a occuparsi dell’archivio senza alcuna mediazione sia chiunque dotato di curiosità, interesse, tempo e mezzi a disposizione.

Una manifestante regge un cartello con scritto “release the files" vicino alla scultura

Una manifestante vicino a una scultura intitolata “Best Friends Forever”, che raffigura il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Jeffrey Epstein che si tengono per mano, vicino al Campidoglio a Washington, D.C., il 2 ottobre 2025 (Mehmet Eser/Anadolu tramite Getty Images)

Anche in questo caso, come in tanti altri, è emersa con particolare evidenza l’influenza degli incentivi a produrre contenuti sui social, dove spararla grossa è un comportamento generalmente premiato. E alle interpretazioni più fantasiose si sono aggiunti moltissimi documenti falsificati con e senza l’intelligenza artificiale, che in questi giorni possono facilmente essere spacciati come autentici. In alcune fotografie false, per esempio, Epstein è con il sindaco di New York Zohran Mamdani da bambino: solo perché sua madre, la regista indiana Mira Nair, era amica della fidanzata di Epstein. Molte altre immagini che circolano sui social mostrano mail inesistenti.

Una delle conseguenze peggiori di questa gestione caotica degli “Epstein files”, secondo diversi commentatori, è che la confusione che ne è scaturita e l’assurdità di parte del discorso pubblico che li sta riguardando possono finire per ostacolare la comprensione di un’informazione fondamentale già chiara da prima della pubblicazione più recente: il livello di complicità economica, umana e sociale, e il senso di onnipotenza e impunità, diffusi tra i membri delle élite finanziarie e politiche occidentali.

Indipendentemente dagli sviluppi futuri del caso, ha scritto El País, «ciò che l’ultima divulgazione conferma è il modo in cui operano certi circoli di potere quando sfuggono al controllo pubblico» e «come un personaggio spregevole, già condannato per aver costretto una minorenne alla prostituzione, abbia continuato ad attirare l’attenzione di ogni sorta di persone influenti e sia stato calorosamente festeggiato in circoli da cui la stragrande maggioranza della popolazione è esclusa».