Il prete influencer che non lo è più

Alberto Ravagnani era stato molto abile a farsi notare quando lavorava in parrocchia, ora che l'ha lasciata anche di più

Alberto Ravagnani si fa un selfie in una chiesa (foto tratta dal suo profilo Instagram)
Alberto Ravagnani si fa un selfie in una chiesa (foto tratta dal suo profilo Instagram)

Dopo aver annunciato che lascerà il sacerdozio, lo scorso sabato, il “prete-influencer” Alberto Ravagnani ha rassicurato i suoi follower del fatto che avrebbe raccontato loro i motivi della sua scelta. Da allora ne ha parlato come ospite nel podcast PoretCast, in un’intervista a Repubblica, e in un libro che uscirà il 10 febbraio. Ha detto anche farà un video apposta sul suo canale YouTube e un evento aperto al pubblico a Milano, per chi ha «tante cose da dire, e magari domande da fare».

La scelta di spretarsi è in effetti uno sviluppo molto succoso nella storia di un prete diventato così famoso, anche se con un modo di fare decisamente poco da prete. Ravagnani infatti aveva già fatto molto parlare di sé nei mesi scorsi, per via di un video in cui sponsorizzava un marchio di integratori. Ai tempi l’arcidiocesi era intervenuta chiedendogli di non rifarlo, facendo emergere le difficoltà del rapporto tra Chiesa cattolica e preti influencer e dubbi su quanto fosse opportuno, per una persona che si pone come guida spirituale, promuovere un prodotto dicendo: «pregare non basta, ciccini!».

Alberto Ravagnani ha 32 anni e dal 2023 lavorava nella parrocchia di San Gottardo al Corso, vicino ai Navigli, nella zona sud di Milano. Ogni giovedì sera teneva una funzione a cui partecipavano ventenni e trentenni, che arrivavano anche da fuori città, e aveva fondato Fraternità, una comunità di giovani con cui organizzava ritiri. Aveva cominciato a usare i social durante la pandemia, condividendo video molto poco formali sulla sua vita da prete, come quelli in cui lo si vede in palestra, in viaggio o a ballare, o più semplicemente non vestito da prete. Sui social, così come a messa, si rivolgeva al pubblico con un linguaggio semplice e disinvolto, a volte con discorsi quasi più motivazionali che religiosi.

Nel tempo Ravagnani ha accumulato quasi 300mila follower su Instagram e più di 160mila iscritti al suo canale YouTube. È stato intervistato da media di ogni tipo, da Famiglia CristianaMuschio Selvaggio, il podcast di Luis Sal e Fedez, solo per citarne alcuni.

Sulla propria decisione di lasciare il sacerdozio sta mantenendo per ora una certa ambiguità. Sul suo profilo Instagram c’è ancora scritto «Don Alberto Ravagnani», e anche nella copertina del suo libro si chiama così. Lui ha detto di sentirsi ancora prete, e che chi vuole potrà continuare a chiamarlo “don” («teologicamente uno è prete per sempre», dice), ma che non vuole esserlo all’interno di un’istituzione che richiede obblighi e aspettative per lui diventati insostenibili.

Nell’intervista a Repubblica ha detto che in tanti sperano che lui ci ripensi ma che non ha intenzione di cambiare idea perché è da anni che pensava di spretarsi. Il motivo principale è che spera di interfacciarsi «con il mondo scristianizzato che non dà valore al colletto del prete, o gliene dà uno negativo».

Ha anche spiegato di aver sentito «il peso della ripetitività» dei riti, degli obblighi e delle aspettative che comportava essere prete, che dice di non riuscire più ad accettare. Continua a voler dedicare la sua vita a Dio, parlare di spiritualità e avvicinare quante più persone possibili alla fede, «ma senza l’obbligo di stare in una parrocchia a dire messa»: insomma, sintetizza, vuole «rimanere prete senza fare il prete».

Ravagnani è nato nel 1993 ed era diventato prete della diocesi di Milano nel 2018. Ha raccontato che la sua famiglia non era credente, che lui si era avvicinato alla religione a 17 anni e che due anni dopo era entrato in seminario a Milano. Ha detto anche che prima era chiuso e introverso, e aveva poca stima di sé stesso: poi era rimasto affascinato dal Vangelo e, visto che Dio gli aveva cambiato la vita, aveva deciso di mettere al suo servizio la propria.

Come molte persone che si sono allontanate dalla Chiesa, Ravagnani trova che la liturgia e i preti non siano più in grado di coinvolgere attivamente i fedeli. Così all’inizio aveva imparato a comunicare in maniera più concreta, sforzandosi di essere interessante e accattivante, con il risultato che le sue prime messe in una parrocchia di Busto Arsizio, in provincia di Varese, erano seguite da moltissimi ragazzi e ragazze.

Negli ultimi anni però ha detto di aver sentito una discrepanza tra quello che ci si aspettava da lui in quanto prete, e quello che si sente «chiamato a essere, diventare e fare». Nella Chiesa a suo dire non è concepito che un prete abbia la propria soggettività e nessuno ha il coraggio di affrontare il tema del celibato. «Si dice solo che “c’è una fatica”, non che ci si masturba, che ogni tanto c’è un rapporto sessuale», ha detto sempre a Repubblica.

Nelle interviste recenti Ravagnani non chiarisce in che misura la sessualità o eventuali relazioni sentimentali abbiano influito nella sua decisione di lasciare il sacerdozio, ma si è lamentato del fatto che la sua vita sessuale e affettiva si fosse bloccata.

Insieme alla popolarità Ravagnani si è procurato sempre anche diverse critiche per il suo modo di fare e per le sponsorizzazioni di prodotti religiosi e integratori (di quel caso lui ha detto che lo rifarebbe, ma in modo diverso). E anche negli ultimi giorni ha ricevuto molti commenti negativi e polemici nei confronti della sua scelta. Ha risposto che chi giudica lui e le sue scelte è invidioso, escludente e intollerante; e ha negato di aver lasciato il sacerdozio per far parlare di sé, come strategia per promuovere il suo libro.

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