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  • Giovedì 5 febbraio 2026

L’ammazzasentenze

È morto Corrado Carnevale, il giudice che annullò centinaia di processi negli anni Ottanta e Novanta, quando era presidente della prima sezione penale della Cassazione

Un'immagine d'archivio di Corrado Carnevale, ex giudice della Corte di Cassazione
Un'immagine d'archivio di Corrado Carnevale, ex giudice della Corte di Cassazione (ANSA/MIKE PALAZZOTTO)
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È morto l’ex giudice Corrado Carnevale, che fu assai noto tra gli anni Ottanta e Novanta quando da presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione annullò centinaia di processi e condanne per vizi come refusi nei testi, date e timbri mancanti, seguendo un approccio estremamente formalistico e causando tra le altre cose la scarcerazione di molti mafiosi. Per questo venne soprannominato “ammazzasentenze”. Aveva 95 anni.

Nel 1985 Carnevale divenne a soli 55 anni presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione. È stato il più giovane di sempre in quel ruolo.

La Cassazione è l’ultimo grado di giudizio della giustizia italiana: i giudici di Cassazione non giudicano il fatto, ovvero se l’imputato è colpevole, ma il diritto, cioè se il processo si è svolto regolarmente. Dal 1985 al 1993 Carnevale osservò questo concetto con acribia inusuale, applicando il codice penale alla lettera, annullando moltissime sentenze oppure rimandandole al secondo grado di giudizio, la Corte d’appello. Bastava un minimo errore procedurale per squalificare anni di inchieste e processi.

Secondo le stime, Carnevale annullò o rinviò circa 500 sentenze, tra cui molte di processi per mafia. Nel 1987 rinviò all’appello gli ergastoli dei fratelli Michele e Salvatore Greco, ritenuti i mandanti dell’omicidio del magistrato Rocco Chinnici. Secondo Carnevale, i pentiti che avevano testimoniato non erano credibili. In seguito i fratelli Greco furono assolti. Nel 1987 annullò le condanne contro 21 persone accusate di traffico di sostanze stupefacenti tra l’Italia e gli Stati Uniti, tra cui il boss mafioso Gaetano Badalamenti. Sempre nel 1987 annullò per tre volte l’ergastolo a cui era stato condannato il mafioso Santo Barranca per l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella.

Carnevale annullò anche l’ergastolo di Paolo Signorelli, ideologo del movimento di estrema destra Ordine Nuovo, condannato per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio. In uno dei tanti rinvii di una delle vicende giudiziarie più complesse della storia italiana, la strage di piazza Fontana, Carnevale annullò le sentenze di condanna per alcuni esponenti dell’estrema destra eversiva, contribuendo all’allungamento dei processi, poi durati decenni. Invalidò anche l’arresto di Giuseppe Misso, boss camorrista coinvolto nella strage del Rapido 904 Napoli-Milano.

Carnevale si occupava di tutti i processi più importanti perché fino all’inizio degli anni Novanta la Corte di Cassazione funzionava secondo un criterio di specializzazione per materia: tutti i processi di mafia e terrorismo venivano assegnati quasi automaticamente alla prima sezione penale, di cui Carnevale era presidente.

Nel 1991 il giudice Giovanni Falcone, allora direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia dopo anni di inchieste contro la mafia a Palermo, propose insieme al ministro della Giustizia Claudio Martelli una modifica ai criteri di assegnazione dei processi in Cassazione. Falcone temeva l’annullamento del cosiddetto “maxiprocesso” di Palermo, il più importante processo alla mafia che sia mai stato fatto in Italia.

Fu introdotto un meccanismo di rotazione che regolava le assegnazioni dei processi non più in funzione della materia, ma con turni automatici e casuali. Il maxiprocesso non finì quindi alla prima sezione di Carnevale, ma alla sesta, presieduta da Arnaldo Valente.

Nel 1993, dopo anni di contestazioni e sospetti, Carnevale fu accusato di concorso esterno in associazione mafiosa nello stesso processo che coinvolse Giulio Andreotti. Alcuni collaboratori di giustizia sostennero che gli annullamenti non fossero solo dovuti al rigore formale seguito da Carnevale, ma fossero il risultato di accordi con la mafia. In primo grado fu assolto: i giudici stabilirono che il suo era un approccio legittimo e che non c’erano prove di accordi con la mafia. In secondo grado venne condannato a 6 anni di carcere, mentre in Cassazione fu definitivamente assolto “perché il fatto non sussiste”: secondo i giudici, le accuse dei pentiti erano troppo generiche.