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  • giovedì 12 dicembre 2019

Cosa fu la strage di piazza Fontana

Cinquant'anni fa a Milano fa una bomba uccise 17 persone: fu l'inizio degli "Anni di Piombo" e di una lunga e difficile ricerca dei responsabili, terminata solo pochi anni fa

di Davide Maria De Luca
(ANSA)

Nel pomeriggio del 12 dicembre del 1969 quattro bombe piazzate da un gruppo neofascista esplosero tra Milano e Roma. Quella che causò i danni maggiori scoppiò in mezzo alla sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, nel centro di Milano. Diciassette persone morirono, più di 80 furono ferite: le indagini conseguenti furono sviate e ostacolate da interventi di esponenti delle istituzioni, che divennero un lungo strascico delle responsabilità dell’attentato stesso. E la strage rimase, tra le altre cose, come una svolta storica e una “fine dell’innocenza” per i movimenti giovanili di cambiamento sociale del ’68 e del ’69 che si trovarono da allora di fronte a una risposta violenta e sanguinaria che determinò parte degli sviluppi violenti e sanguinari nella vita italiana degli anni successivi.

Il processo sulla strage di piazza Fontana è divenuto famoso per il ruolo dei servizi segreti nel depistare le indagini e nel proteggere i responsabili, che contribuì a far crescere un’intera generazione di militanti e simpatizzanti della sinistra con la convinzione che lo Stato approfittasse e fosse addirittura complice della violenza stragista (la cosiddetta “strategia della tensione”). Le falsificazioni compiute inizialmente dalle indagini, l’indicazione di colpevoli che non lo erano, la ricerca di capri espiatori nei movimenti anarchici e di sinistra, e il tempo impiegato e le difficoltà nel giungere a una sentenza di condanna nei confronti del gruppo neofascista responsabile dell’attentato costruirono un diffuso disincanto sulla capacità della giustizia di fornire risposte soddisfacenti e sulle complicità nelle istituzioni. Ma a cinque decenni dalla strage esiste un quadro quasi completo di quel che accadde.

L’attentato
Il 1969 era stato un anno di grandi tensioni in tutto il paese. Piccoli attentati che non avevano causato morti si erano succeduti per tutta la primavera e l’estate, a Milano e in altre città. Le contestazioni degli studenti iniziate in varie università negli anni precedenti si erano fatte sempre più forti, e più dura si era fatta anche la reazione della polizia. Nell’autunno di quell’anno, quello che venne chiamato “l’autunno caldo”, alla protesta degli studenti si affiancò quella degli operai di molte fabbriche e aziende, che iniziarono un periodo di proteste e scioperi per ottenere aumenti contrattuali. Quando esplosero le bombe del 12 dicembre, anche la situazione politica era molto precaria.

Le esplosioni quel giorno furono quattro: una a Milano e tre a Roma (una quinta bomba fu trovata inesplosa a Milano in piazza della Scala). L’unica a uccidere delle persone fu quella avvenuta intorno alle 16.30 nella sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, dove decine di agricoltori si erano trattenuti oltre l’orario di chiusura per depositare i loro guadagni di giornata (era venerdì, giorno di mercato). La bomba era costituita da sette chili di tritolo chiusi in una scatola di metallo all’interno di una valigia in pelle. La sala della banca, dall’alto soffitto a cupola, fu devastata dall’esplosione. Diciassette persone furono uccise, di cui tredici sul colpo. Altre 88 rimasero ferite dalle schegge e dalla potente onda d’urto. Poco dopo un’altra bomba esplose in un sottopassaggio della Banca del Lavoro a Roma, ferendo 14 persone. Seguirono altre due esplosioni, all’Altare della Patria e di fronte all’ingresso del museo del Risorgimento. Era l’attacco armato più esteso e violento dalla fine della guerra.

Fin da subito i commenti sulla strage di Piazza Fontana si divisero in base allo schieramento politico. La sinistra, in particolare quella più radicale extraparlamentare, vide nell’attacco un’azione degli estremisti neofascisti, forse in combutta con settori più o meno deviati delle istituzioni che con le bombe puntavano a spaventare gli elettori e spingerli a votare per la Democrazia Cristiana e i partiti di centro e destra che promettevano sicurezza (è questa, in sostanza, la base della famosa “strategia della tensione”). Moltissimi militanti e attivisti di sinistra hanno raccontato come furono profondamente segnati dalla strage, e molti di coloro che poi sarebbero entrati nei gruppi armati di sinistra la indicarono come il momento più importante della loro radicalizzazione.

I partiti di centro e i grandi giornali furono dapprima prudenti nell’attribuire responsabilità, ma le indagini si orientarono invece fin da subito verso una ipotesi opposta a quella denunciata dai militanti di sinistra: la pista anarchica, cosiddetta. Gli anarchici non solo erano già ritenuti responsabili di una serie di esplosioni avvenute il 25 aprile nella fiera nella Stazione Centrale di Milano (successivamente attribuite ai neofascisti), ma erano considerati anche gli autori della maggior parte degli attacchi dinamitardi di tutto il biennio precedente (di piccoli attacchi dimostrativi con bombe a bassissimo potenziale).

Le indagini sugli anarchici
La sera stessa dell’attacco circa 150 persone furono fermate e interrogate in questura dalla polizia. Erano quasi tutti “soliti sospetti”, giovani con simpatie politiche radicali, in buona parte anarchici, fermati per controlli generici e senza che ci fossero particolari prove nei loro confronti. Tra loro c’era anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico di 41 anni, ex partigiano. Pinelli, in circostanze mai del tutto chiarite, fu trattenuto in questura e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni, più delle 48 ore in cui la legge permette di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato. Il terzo giorno Pinelli morì dopo essere precipitato dalla finestra al quarto piano dell’edificio. Molti suoi compagni sostennero, e sostengono ancora oggi, che Pinelli sia stato gettato dalla finestra: o per coprire le ragioni della sua morte nella violenza dell’interrogatorio, o per errore mentre lo si minacciava di gettarlo. Della morte di Pinelli fu accusato il commissario Luigi Calabresi (che sarà ucciso in strada a Milano due anni dopo: per il suo omicidio sarà condannato 25 anni dopo un gruppo di militanti del gruppo di estrema sinistra Lotta Continua, al termine di un processo lunghissimo, con sentenze alterne e tuttora molto contestato). Il processò sulla morte di Pinelli stabilì la sua totale estraneità alle accuse e risolse le molte contraddizioni nelle testimonianze e misteri sulla sua morte assolvendo i responsabili dell’interrogatorio con la formula del “malore attivo” che avrebbe portato Pinelli a perdere coscienza e cadere dalla finestra. Ma questo sarebbe successo comunque molto dopo: nei giorni immediatamente successivi le autorità di polizia – il questore per primo, che parlò persino di “un balzo felino” – annunciarono che Pinelli si fosse suicidato perché scoperto come responsabile della strage, e che il suicidio fosse una conferma della fondatezza della pista anarchica.

Il giorno dopo la morte di Pinelli, il 16 dicembre, un altro anarchico venne arrestato: Pietro Valpreda, un ex ballerino 37enne. Valpreda era stato riconosciuto da un tassista che sostenne di averlo portato di fronte alla Banca dell’Agricoltura, dove avrebbe depositato una misteriosa valigia prima di tornare sul taxi. Valpreda fu immediatamente indicato come il sicuro colpevole da tutta la grande stampa italiana. Il quotidiano comunista L’Unità, per esempio, lo chiamò «il mostro di piazza Fontana»; il giornalista del TG1 Bruno Vespa lo definì il «sicuro colpevole». Ma oltre alla testimonianza del tassista non c’era nient’altro, e man mano che la pista neofascista appariva più plausibile in molti iniziarono a dubitare del suo coinvolgimento. Nel 1972, dopo aver trascorso oltre 1.100 giorni di carcere, Valpreda fu liberato grazie a una legge ad personam che introduceva i limiti alla custodia cautelare anche per gli accusati di reati gravissimi, come la strage. L’assoluzione definitiva per lui sarebbe arrivata soltanto nel 1987.

La pista neofascista 
La pista neofascista iniziò a svilupparsi già nei giorni immediatamente successivi all’attacco, ma impiegò un paio d’anni a concretizzarsi. Al centro di questa pista c’era Giovanni Ventura, all’epoca un giovane libraio ed editore padovano e membro del gruppo neofascista “Ordine Nuovo”. Il giorno dopo la strage, Ventura, parlando con un suo amico, si sarebbe fatto sfuggire un paio di frasi in cui ammetteva di aver avuto qualcosa a che fare con gli attacchi del 12 dicembre. Se dopo l’attentato le forze politiche non si muoveranno, avrebbe detto Ventura al suo amico, «bisognerà fare qualcos’altro». L’amico di Ventura ne parlò con il suo avvocato e poi andò a raccontare ai magistrati non solo le frasi ambigue di Ventura, ma che Ventura si vantasse di essere capo di un gruppo paramilitare di estremisti di destra, parte di un movimento più ampio che aveva lo scopo di utilizzare stragi e attentati per rovesciare l’ordine sociale e politico. Nelle settimane e nei mesi successivi, Ventura e il suo amico Franco Freda, un altro neofascista di Ordine Nuovo, furono sottoposti a diversi controlli, perquisizioni e persino intercettazioni, ma i magistrati che si occupavano del caso, alcuni a Treviso, altri a Padova e altri ancora a Roma, ritennero che non ci fossero abbastanza elementi per procedere contro di loro.

La svolta arrivò due anni dopo la strage, nel novembre del 1971, quando in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione in una casa nella campagna trevigiana furono ritrovate in un’intercapedine armi, munizioni e simboli fascisti. Il proprietario dell’edificio disse che era stato Ventura a chiedergli di nascondere lì l’arsenale. Sembrava la conferma dell’esistenza di un movimento eversivo di estrema destra basato tra Padova e Treviso. Proseguendo le indagini, i magistrati e la polizia trovarono esplosivi dello stesso tipo usati per le bombe del 12 dicembre, e, in una cassetta di sicurezza di cui disponevano la madre e la sorella di Ventura scoprirono documenti interni e segreti del SID, uno dei servizi segreti italiani del tempo. Grazie a tutti questi elementi, il 3 marzo del 1972 Freda e Ventura furono arrestati.

I depistaggi
La fase istruttoria del processo e il procedimento vero e proprio furono lunghissimi e tormentati. Fin dall’inizio c’era parecchio disordine tra gli investigatori. Sul caso indagavano procure, corpi di polizia e servizi segreti, divisi da reciproche rivalità e impegnati a consultarsi soltanto saltuariamente, senza una chiara gerarchia che ne ordinasse le ricerche. Per esempio soltanto nel 1972 i magistrati furono informati che già nei primi giorni dopo l’attacco un negoziante di Padova aveva detto alla polizia di aver venduto quattro valigie dello stesso modello usato negli attentati a un uomo che gli sembrava Franco Freda.

Ma le sentenze nel corso degli anni hanno dimostrato che alcuni degli ostacoli alle indagini non erano frutto di errori e incomprensioni. Il SID, e in particolare la sua sezione “D” che si occupava di controspionaggio, ostacolò le indagini, per esempio aiutando a fuggire dall’Italia due testimoni importanti: Marco Pozzan, un neofascista amico di Freda che aveva riferito ai magistrati il contenuto di alcuni incontri riservati tra gli ordinovisti e che, secondo gli investigatori, conosceva altri aspetti della vicenda che non aveva ancora rivelato; l’altro sospettato aiutato a fuggire, salvo poi tornare in Italia ed essere arrestato, fu Guido Giannettini, un giornalista finanziato dal SID che da anni frequentava Ventura al quale passava informazioni e documenti riservati (come le informative del SID trovate nella cassetta di sicurezza di Ventura). In un altro episodio, una comunicazione del SID datata pochi giorni dopo l’attentato, ma scoperta dai magistrati soltanto mesi dopo, ipotizzava l’esistenza di una pista neofascista con mesi di anticipo rispetto alla scoperta di Ventura e Freda, ma indicava come sospetto un altro militante neofascista, poi rivelatosi estraneo alla vicenda e appartenente a un diverso gruppo da quello dei “veneti”. Quando i magistrati chiesero spiegazioni sull’accaduto, il SID oppose il segreto militare. Anni dopo l’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti ammise che opporre il segreto era stato un errore, che Giannettini era un informatore del SID e che la vicenda era stata gestita in maniera oscura dai servizi (i quali saranno sottoposti negli anni successivi a una profonda opera di riforma).

Il processo infinito
Il primo processo su piazza Fontana si concluse soltanto nel 1979, a dieci anni dalla strage. Dopo aver girovagato per tutta Italia, alla fine il processo era arrivato a Catanzaro, per ragioni di legittimo sospetto e di ordine pubblico (Milano era ritenuto un luogo troppo pericoloso dove tenerlo). Soltanto nel 1974 la Cassazione aveva poi ordinato di riunire i due procedimenti fino a quel momento separati, quello contro gli anarchici e quello contro i neofascisti. Tutti i filoni furono riuniti a Catanzaro, dove proseguirono anche le indagini sui depistaggi di stato.

La sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro del 1979 condannò Freda e Ventura per strage e gli agenti e collaboratori del SID per i depistaggi; gli anarchici furono assolti per la strage ma condannati per altri reati. A questa prima sentenza seguì un complicato scambio tra tribunali. Nel 1981 la Corte d’Appello di Catanzaro ribaltò la sentenza e assolse tutti dai reati principali, ma poi la Cassazione ordinò di rifare tutto. Il processo d’appello ricominciò per una seconda volta nella Corte d’Appello di Bari. Nel 1985 la Corte confermò in gran parte la seconda sentenza di Catanzaro: Freda e Ventura, ma anche Valpreda, furono giudicati non colpevoli per insufficienza di prove. Infine, nel 1987 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione dei neofascisti.

Per i giudici, insomma, le prove raccolte non erano sufficienti a condannare gli imputati. In particolare, non considerarono sufficienti le testimonianze contro Freda e Ventura (quasi tutte provenienti da testimoni considerati non molto affidabili e che avevano cambiato più volte versione), né fu considerato sufficiente il fatto che Freda avesse acquistato diverse decine di timer dello stesso tipo di quello ritrovato sul luogo delle esplosioni e che fosse fortemente sospettato di aver acquistato quattro valigie identiche a quelle usate negli attacchi. Per i numerosi giudici che si occuparono del caso, Freda e Ventura facevano sì parte di un’organizzazione eversiva di estrema destra e avevano partecipato ad azioni e attacchi terroristici, ma non c’era modo di collegarli con certezza alla strage di piazza Fontana. Due importanti ufficiali del SID furono condannati per i depistaggi, ma quanto i loro superiori e i responsabili politici fossero a conoscenza delle loro azioni non è mai stato chiarito. In un famoso interrogatorio sulla vicenda, Andreotti rispose per 33 volte “non ricordo” alle domande dei magistrati.

Insomma, la strage di piazza Fontana sembrava destinata a rimanere senza un responsabile. Subito dopo la fine del processo, però, altre due inchieste portarono nuovi elementi. Nel primo processo, che si svolse di nuovo a Catanzaro, erano imputati Stefano Dalle Chiaie e Massimiliano Fachini, due neofascisti accusati da un ex membro del loro gruppo – divenuto collaboratore di giustizia – di essere gli autori materiali dell’attentato (confermò anche il ruolo di Freda, che invece era appena stato assolto). Nel 1991 i due furono assolti definitivamente (ma saranno coinvolti in numerosi altri processi e Fachini sarà poi condannato per associazione sovversiva e banda armata).

Nel 1994, poi, un giudice milanese riprese nuovamente a indagare sugli autori della strage in seguito alle informazioni fornitegli da un altro collaboratore di giustizia ex membro di Ordine Nuovo, Carlo Digilio. Il collaboratore confermò ancora una volta il ruolo di Freda e Ventura emerso nel corso del primo processo, e indicò i nomi di altri partecipanti all’attacco o alla sua organizzazione (tutti e tre già implicati in vicende di violenza politica e terrorismo). Il processo si concluse in Cassazione nel 2005 con un’assoluzione per insufficienza di prove di tutti e tre i neofascisti indicati. Il collaboratore, Digilio, divenne invece l’unico condannato in relazione alla strage, anche se grazie alle attenuanti generiche dovute alla collaborazione il suo reato era caduto in prescrizione.

Nella sentenza definitiva su quest’ultimo stralcio di processo su piazza Fontana, la Cassazione tornò a esprimersi anche sul ruolo di Ventura e Freda. Grazie ai nuovi elementi emersi negli ultimi anni, in particolare le parole dei collaboratori di giustizia, la corte scrisse che Ventura e Freda parteciparono all’organizzazione della strage di piazza Fontana al di là di ogni dubbio, ma non avrebbero potuto essere processati perché per quel reato erano già stati assolti in via definitiva nel 1987.
A oggi la storia dei processi racconta con estesa completezza come andarono le cose, come non andarono, e come diversi esponenti di istituzioni e polizia cercarono di raccontarle.

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