Piazza Italia è stata messa in amministrazione giudiziaria

Le accuse sono le stesse fatte ad altre aziende di abbigliamento nei mesi scorsi, cioè aver agevolato lo sfruttamento di manodopera

Il tribunale di Prato (ANSA)
Il tribunale di Prato (ANSA)
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Il tribunale di Firenze, su richiesta della procura di Prato, ha messo in amministrazione giudiziaria il marchio di abbigliamento Piazza Italia, con l’accusa di aver agevolato lo sfruttamento di manodopera cinese in aziende che lavorano lungo la sua filiera. Finora provvedimenti di questo tipo erano stati attuati dal tribunale di Milano, e non c’erano casi noti di altri tribunali che avessero agito in questa direzione, come ora quello di Firenze.

L’amministrazione giudiziaria è un provvedimento che consiste nel nominare uno o più funzionari (gli amministratori giudiziari, appunto) incaricati di correggere pratiche illecite all’interno della filiera di un’azienda: il loro controllo sull’azienda dura fino a quando il tribunale non ritiene che le pratiche siano state effettivamente corrette. Il tribunale la applica su richiesta di una procura (in questo caso appunto quella di Prato).

L’amministrazione giudiziaria è una misura preventiva: può essere applicata anche in assenza di reati da parte dell’azienda, a cui, in sostanza, si contesta di non aver controllato adeguatamente la sua filiera produttiva per prevenirli. In casi come questo i reati sono contestati a società più piccole a cui l’azienda committente ha appaltato o subappaltato parte del lavoro per ridurre i costi di produzione.

Nel caso specifico, la procura di Prato contesta a Piazza Italia, che ha sede a Nola, in Campania, di essersi servita per la produzione dei propri capi di due aziende di Prato gestite da cittadini cinesi, che ora sono indagati per sfruttamento e caporalato. Sempre secondo la procura, Piazza Italia avrebbe affidato ad aziende esterne una parte «significativa» della propria produzione a partire dal 2022.

Le pratiche di sfruttamento e caporalato attuate dalle aziende in questione avrebbero permesso a Piazza Italia di massimizzare i propri profitti, con margini di guadagno che la procura di Prato ha stimato a «circa il 300 per cento rispetto ai costi di produzione». La procura ritiene che Piazza Italia abbia «colposamente» agevolato le pratiche che permettevano questa riduzione dei costi per via di una «mancata vigilanza» su come funzionavano queste aziende: che tipo di persone impiegavano e in quali condizioni retributive, di sicurezza e di alloggi.

L’azienda, secondo la procura, si sarebbe occupata solo di aver verificato la qualità del prodotto finito, per poterla vendere. Quello che la procura ha definito un «sistema illegale» avrebbe permesso a Piazza Italia di poter «praticare prezzi anticoncorrenziali e di affermarsi nel mercato». Secondo i dati riferiti al 2024 dell’Ufficio camerale, il fatturato annuale di Piazza Italia si aggira intorno ai 300 milioni di euro all’anno.

Da anni ormai, e per varie ragioni, il sistema produttivo delle grandi aziende di diversi settori (moda, logistica ma anche grande distribuzione) è basato sull’affidamento di parte della produzione ad aziende più piccole (la cosiddetta “esternalizzazione”), con filiere che nel tempo sono diventate sempre più lunghe, ramificate e frammentate. Fino a poco tempo fa i provvedimenti giudiziari si limitavano a punire le singole aziende che compivano i reati, senza risalire ai marchi committenti, che non sono formalmente responsabili dei reati compiuti da altre aziende che lavorano per loro (di cui non hanno, o sostengono di non avere, il controllo).

Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato, proprio per via dell’applicazione di misure preventive come l’amministrazione giudiziaria da parte della procura di Milano: con un metodo criticato e discusso, questa procura ha ritenuto per la prima volta responsabili dei reati non solo le aziende che lavorano in appalto o subappalto, ma direttamente i marchi committenti. Tra le altre sono state messe in amministrazione giudiziaria aziende del gruppo Dior e del gruppo Armani, e anche Alviero Martini, Valentino, Loro Piana.

Alcuni giuristi contestano questo metodo ritenendo che abusi dei poteri di un pubblico ministero per fare un utilizzo politico della giustizia, anziché limitarsi a indagare i singoli reati. Al Post non risulta che, almeno fino a oggi, altri tribunali oltre a quello di Milano avessero adottato strumenti simili, come successo ora con quello di Firenze.

– Leggi anche: Le inchieste sullo sfruttamento nelle grandi aziende stanno avendo un effetto preventivo