L’economia russa sta perdendo un pezzo importante
Cioè i proventi del petrolio, che sono in forte calo anche a causa delle sanzioni americane

Se in questi anni l’economia della Russia è riuscita a reggere alle sanzioni internazionali e all’enorme aumento delle spese per l’invasione dell’Ucraina, lo deve soprattutto al petrolio. Mentre l’Europa smetteva di comprare il gas naturale russo, togliendo al paese una grossa fonte di entrate, il regime di Vladimir Putin ha continuato a vendere petrolio un po’ in tutto il mondo, Europa compresa, anche grazie a una flotta illegale di petroliere, la cosiddetta “flotta fantasma”.
Da mesi però le entrate provenienti dal petrolio sono in calo, e questo sta affaticando sempre di più l’economia. Non significa che la Russia sia sul punto di crollare o di abbandonare la guerra, anzi, ma il calo degli introiti provenienti dal petrolio si aggiunge ad altre difficoltà note dell’economia del paese, che nel complesso potrebbero rendere più complicata la situazione per il regime.
Il problema principale della Russia è che in questo momento il prezzo del petrolio è piuttosto basso, dopo alcuni anni in cui era stato alto anche a causa dell’incertezza provocata dalla guerra. Il prezzo del petrolio, semplificando molto, è basato sul rapporto tra domanda e offerta a livello globale, ed è manipolato dai paesi produttori. Quando un consorzio come l’OPEC, che riunisce alcuni dei principali paesi petroliferi, decide di aumentare la produzione, allora il prezzo si abbassa, e viceversa.
È più o meno quello che è successo lo scorso aprile quando l’OPEC decise di aumentare la produzione dopo anni di tagli. Il prezzo del petrolio scese notevolmente, e la Russia si trovò con un significativo calo delle entrate. Ad agosto la Russia vendeva il suo petrolio a 57 dollari al barile, che a dicembre si erano ridotti a 39 dollari.

La faccia di Putin su un palazzo a San Pietroburgo, dicembre 2025 (AP Photo/Dmitri Lovetsky)
L’altra ragione delle difficoltà russe riguarda le nuove sanzioni contro il petrolio imposte dall’amministrazione statunitense di Donald Trump, che negli scorsi mesi si è concentrata sulle due principali compagnie petrolifere del paese, Rosneft e Lukoil, con misure che prevedono il congelamento dei loro beni negli Stati Uniti e il divieto di collaborare in qualsiasi modo con aziende o enti statunitensi. Inoltre gli Stati Uniti hanno cominciato a perseguire con più decisione la «flotta fantasma» che trasporta petrolio russo, in alcuni casi sequestrando le petroliere. È quello che è successo, per esempio a gennaio con alcune imbarcazioni al largo del Venezuela.
In altre circostanze la Russia avrebbe potuto far fronte al calo delle entrate provocato dal petrolio tagliando la spesa pubblica. Ma questo significherebbe ora ridurre le spese per la guerra, cosa che il regime di Vladimir Putin non è disposto a fare. Potrebbe anche svalutare la valuta per rendere più convenienti le esportazioni, ma al momento il valore del rublo rimane molto alto, perché contemporaneamente l’economia russa si trova ad affrontare un’alta inflazione, che la banca centrale del paese sta contrastando alzando i tassi d’interesse.
Questo sta lasciando la Russia con un notevole buco di bilancio. Secondo stime di Bloomberg, se la situazione attuale persistesse le entrate del petrolio russo nel 2026 potrebbero passare da poco meno di 120 miliardi di dollari a 87 miliardi di dollari circa.



