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  • Domenica 1 febbraio 2026

La detenzione di Alberto Trentini, raccontata da lui

Ne ha parlato nell'intervista a Che Tempo Che Fa, la prima dalla sua liberazione dopo 423 giorni passati in carcere in Venezuela

Alberto Trentini durante l'intervista a Che Tempo Che Fa, primo febbraio 2026 (Nove)
Alberto Trentini durante l'intervista a Che Tempo Che Fa, primo febbraio 2026 (Nove)
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Domenica sera Alberto Trentini ha parlato pubblicamente della sua detenzione in Venezuela in un’intervista al programma Che Tempo Che Fa di Fabio Fazio, la prima dalla sua liberazione. Il cooperante veneziano ha raccontato delle dure condizioni a cui è stato sottoposto nel carcere El Rodeo, nella periferia di Caracas, di come ha saputo di essere una «pedina di scambio» per il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro, e di cosa è successo nei 423 giorni in cui è stato detenuto senza accuse formali.

Trentini ha raccontato che la vita nel carcere El Rodeo è stata particolarmente dura. Stava in una cella di 2 metri per 4, dove si stava in due e dove c’era una turca che serviva anche per fare la doccia, con l’acqua per lavarsi o per scaricare la latrina solo due volte al giorno. Non aveva né penne né carta per scrivere. Non c’erano opportunità di svago, aveva accesso a pochissimi libri prestati da altri detenuti, e in più gli erano stati tolti gli occhiali (è miope).

Riusciva a vedere il corridoio davanti alla cella solo inclinando la testa, e ogni volta che doveva uscire veniva incappucciato. Veniva spesso trasferito in altre celle senza che gli fossero date motivazioni. Usava un pezzetto di gesso per scrivere sulla parete che giorno era e tenere traccia del tempo, e si svagava giocando a scacchi con delle pedine fatte di carta igienica, sapone e acqua che gli avevano regalato alcuni detenuti colombiani: quelle nere erano colorate con il caffè.

Ha raccontato di aver avuto paura di essere ucciso solo durante l’arresto, dopo l’interrogatorio, quando la camionetta su cui era stato caricato aveva cominciato a percorrere una strada in campagna. In carcere però ha temuto che sarebbe stato torturato. Dice di non aver subìto violenze fisiche, ma psicologiche: per mesi non aveva avuto alcun contatto con l’esterno e non aveva idea di cosa stesse succedendo. Dopo la prima telefonata con la madre, sei mesi dopo l’arresto, ha detto di essersi un po’ tranquillizzato.

Trentini era arrivato in Venezuela a ottobre del 2024, per conto della ong internazionale Humanity & Inclusion, che aiuta le persone con disabilità. A Che Tempo Che Fa ha raccontato di essere stato arrestato il 15 novembre del 2024 a un posto di blocco fisso vicino al confine con la Colombia, a Guasdualito. Dopo circa un’ora dal fermo si erano presentati gli agenti del controspionaggio militare, che lo avevano interrogato per quattro ore e fermato. Oltre a lui era stato arrestato anche il tassista che lo stava portando a Caracas, Rafael Ubiel Hernández Machado, che è stato liberato pochi giorni fa.

Trentini ha raccontato che pochi giorni dopo era stato portato in una bella casa del centro di Caracas, dove era rimasto incappucciato e ammanettato per ore in una stanza molto calda. Era stato di nuovo interrogato e poi sottoposto a 12 domande con una macchina della verità. Gli agenti facevano di tutto per farlo innervosire, spiega, di modo che potesse dire qualcosa che giustificasse la sua detenzione. Ha detto che durante l’interrogatorio cercavano di fargli ammettere di aver commesso atti di terrorismo o spionaggio.

Prima di essere portato al Rodeo, era rimasto per dieci giorni nella cosiddetta “pescera” (acquario), una stanza dentro la sede del controspionaggio militare con un vetro da cui è impossibile vedere cosa succede fuori, ma dove è possibile per chi sta all’esterno osservare chi sta dentro. Nell’acquario bisognava rimanere seduti tutto il giorno, dalle 6 del mattino alle 21, con l’aria condizionata al massimo. Quando Trentini ci era stato portato c’era una ventina di persone, quando è stato trasferito in carcere erano in sessanta.

All’inizio Trentini non sapeva di essere di fatto un ostaggio del regime venezuelano. Poi nel gennaio del 2025 il direttore del carcere gli aveva detto che lui e altri tre detenuti erano «pedine di scambio»: aveva quindi capito di esserlo, ma non sapeva per chi o per cosa. Al Rodeo era detenuto in una sezione con una novantina di uomini stranieri, tutti arrestati nelle stesse circostanze. «Si prova stupore, e disperazione, a non sapere per cosa sarai scambiato, né se la trattativa funzionerà», ha detto.

Trentini è stato incarcerato senza accuse formali, come successo ad altri detenuti politici internazionali. Il regime di Maduro puntava a ottenere una qualche forma di riconoscimento politico da parte del governo italiano: è la cosiddetta diplomazia degli ostaggi, una pratica frequente nei regimi illiberali e nelle dittature, e applicata anche dal Venezuela. L’Italia si era però sempre rifiutata di riconoscere il regime di Maduro come legittimo.

Oltre al riconoscimento politico, il Venezuela pretendeva anche qualcos’altro: voleva l’archiviazione del procedimento penale per riciclaggio e intestazione fittizia di beni in cui erano accusati in Italia l’ex ministro dell’Industria del Venezuela Alex Saab Moran – tra i più rilevanti del governo di Maduro e uno dei più vicini all’ex presidente – e l’italiana Camilla Fabri, viceministra per la Comunicazione internazionale del Venezuela. I due sono marito e moglie. Il processo si è chiuso con un patteggiamento il 31 ottobre, e chi seguiva le trattative era certo che Trentini sarebbe stato liberato in quel momento. Le cose non andarono così, con ogni probabilità perché il governo di Maduro pretendeva comunque un riconoscimento politico soprattutto nel momento in cui la campagna di pressione degli Stati Uniti sul Venezuela si era intensificata.

Trentini, comunque, non sapeva per cosa sarebbe stato scambiato. Ogni volta che gli tagliavano barba e capelli, magari con particolare fretta, pensava che potesse essere il momento della sua liberazione. Cominciò ad avere qualche informazione in più su quello che succedeva fuori grazie a “radio carcere”, come viene chiamata la comunicazione tra i detenuti: così ha detto di aver saputo del dispiegamento delle navi militari degli Stati Uniti al largo del Venezuela, e dei successivi tentativi di indebolire il regime di Maduro. Della cattura dell’ex presidente venezuelano nell’imponente operazione militare statunitense a Caracas dentro a El Rodeo si era saputo solo due giorni dopo, ha detto Trentini.

Trentini è poi stato scarcerato il 12 gennaio insieme all’altro italiano detenuto a El Rodeo, l’imprenditore torinese Mario Burlò, in una più ampia scarcerazione dei detenuti politici decisa dal governo di Delcy Rodríguez.

– Leggi anche: Come si è arrivati alla liberazione di Alberto Trentini

Parlando con Fazio, Trentini ha detto che si sente abbastanza bene, che ha avuto tempo di riposarsi e che dopo essere rientrato in Italia, il 13 gennaio, ha trascorso queste settimane con la sua famiglia e la sua compagna lontano da Venezia, la sua città, per evitare troppe attenzioni. Ha detto che adesso starà a casa un bel po’, e che poi spera di poter ricominciare a fare il cooperante. In studio c’erano anche sua madre, Armanda Colusso, e la sua avvocata Alessandra Ballerini. Trentini ha infine raccontato che quando è stato liberato gli sono stati restituiti pochi effetti personali, tra cui le sue magliette di band heavy metal: «Non gli sono piaciute», ha scherzato.