In cosa consiste l’«armada» con cui Trump minaccia l’Iran
E cosa potrebbe succedere ora, messo in ordine con quello che sappiamo e con qualche mappa

In questi giorni gli Stati Uniti hanno spostato attorno all’Iran uno schieramento di forze aeronavali che Donald Trump ha definito «un’armada imponente». Trump ha minacciato un intervento militare contro il regime iraniano, parlando più di smantellamento del programma nucleare che di una risposta alle grandi proteste di metà gennaio, represse con una violenza estrema dal regime.
Armada è un’espressione, mutuata dallo spagnolo per ragioni storiche, che in inglese indica un vasto spiegamento navale, e dunque più una flotta che forze terrestri, come nell’accezione italiana più immediata.
Il fulcro di questo schieramento è la portaerei Abraham Lincoln, che è accompagnata da tre cacciatorpediniere armate con missili Tomahawk: sono missili a lungo raggio che possono raggiungere con precisione obiettivi fino a 2.500 chilometri di distanza. Al momento la portaerei si trova nel mar Arabico: abbastanza vicina all’Iran perché anche la settantina di aerei che trasporta (modello F/A-18 e F-35) possa colpire il territorio iraniano.
Il New York Times ha ricostruito la posizione della portaerei e del resto della flotta, in una mappa come quella qui sotto.
Oltre alla flotta, gli Stati Uniti hanno trasferito nelle basi del Medio Oriente una decina di altri aerei. Foto satellitari ne mostrano nella base di Muwaffaq Salti in Giordania, la stessa dove erano stati avvistati prima dei bombardamenti di giugno ai siti del programma nucleare iraniano, a cui parteciparono un centinaio di aerei. Nella mappa poco sotto la base è colorata in rosso.
Sono stati spostati anche i sistemi di contraerea: servirebbero a intercettare un attacco iraniano in risposta a quello degli Stati Uniti, che hanno almeno 40mila soldati nella regione. Le basi più vicine all’Iran sarebbero gli obiettivi più probabili di questa ritorsione: la principale è quella di al Udeid in Qatar, già attaccata la scorsa estate e recentemente evacuata parzialmente, proprio come precauzione. Nella mappa è colorata in arancione.
A quanto si sa, Trump non ha ancora autorizzato un attacco. I giornali statunitensi, sulla base di loro fonti nel governo, scrivono che potrebbe avere obiettivi più ampi ed estesi di quanto ipotizzato poche settimane fa, mentre il regime stava soffocando con una repressione senza precedenti le enormi proteste.
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Le opzioni che Trump starebbe valutando sono tre:
• Quella originaria, ipotizzata durante le proteste prima che Trump ci ripensasse, è un attacco a luoghi simbolici del regime, come le sedi delle forze di sicurezza responsabili della repressione. L’obiettivo sarebbe incoraggiare nuove proteste, o addirittura un rovesciamento del regime.
• Un’opzione più rischiosa sarebbe un’incursione mirata di squadre speciali per distruggere i siti del programma nucleare, che era stato solo rallentato dai bombardamenti di giugno, nonostante Trump avesse sostenuto di averlo «annientato».
• Una terza possibilità, caldeggiata da Israele, sarebbe un attacco aereo contro le capacità missilistiche e le difese antiaeree iraniane, che sono state in parte ripristinate dopo la guerra della scorsa estate.
Lo schieramento militare, così come l’insistenza nelle minacce, servono a mettere pressione sull’Iran perché accetti le ultime condizioni di Trump: la rinuncia totale al programma di arricchimento dell’uranio e la consegna delle scorte; una netta riduzione dell’arsenale di missili balistici del paese; la fine del sostegno ai gruppi armati alleati come Hamas, Hezbollah e gli Houthi.
L’amministrazione Trump sta paragonando questa campagna all’accerchiamento che ha preceduto la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, ma il regime iraniano è molto più solido e strutturato, con un apparato di sicurezza compatto, capillare e brutale, tuttora pienamente funzionante, come si è visto durante le proteste.
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