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  • Lunedì 26 gennaio 2026

Usare vecchi decreti contro i nazisti per confiscare terreni

Lo fa da anni il governo slovacco con conseguenze soprattutto sulle minoranze, e punisce chi prova a criticarlo

Il primo ministro slovacco Robert Fico (secondo da sinistra) insieme ad altri membri del governo e funzionari slovacchi nel luglio del 2024 (AP/TASR/Jaroslav Novak)
Il primo ministro slovacco Robert Fico (secondo da sinistra) insieme ad altri membri del governo e funzionari slovacchi nel luglio del 2024 (AP/TASR/Jaroslav Novak)

In Slovacchia negli ultimi anni il governo populista di Robert Fico ha rispolverato dei vecchi decreti, approvati dopo la Seconda guerra mondiale, per confiscare terreni a centinaia di persone soprattutto di origine ungherese. Fico è un politico illiberale, e in Slovacchia le persone appartenenti a minoranze sono spesso discriminate. La questione delle confische però sta causando particolare scalpore, al punto che il governo ha modificato il codice penale per punire con il carcere chi critica i decreti.

Anche se può sembrare solo una questione amministrativa, le confische sono parte di una storia molto più lunga e complessa, che riguarda il periodo dell’occupazione nazista: i decreti su cui sono basate furono approvati proprio per punire le minoranze tedesca e ungherese, partendo dal presupposto che avessero sostenuto il nazismo. Fanno parte dei “decreti Beneš”, dal nome del presidente cecoslovacco Edvard Beneš, che li approvò dopo essere fuggito dai nazisti, nel 1938. Fino al 1993 la Slovacchia era unita alla Repubblica Ceca, formando la Cecoslovacchia.

Dalla fine degli anni Trenta la Germania nazista smembrò progressivamente la Cecoslovacchia: nel 1938 annetté la regione dei Sudeti, al confine con la Germania, dove vivevano milioni di tedeschi. Poi i nazisti occuparono il resto: divisero la Cecoslovacchia tra un protettorato di Boemia e di Moravia, e una Repubblica di Slovacchia, dipendenti dalla Germania. Anche l’Ungheria, governata da un regime di destra filonazista, annetté una regione nel sud della Slovacchia, abitata in gran parte da persone ungheresi.

La spartizione della Cecoslovacchia tra il 1938 e il 1939 (Wikimedia Commons)

La spartizione della Cecoslovacchia tra il 1938 e il 1939 (Wikimedia Commons)

Il presidente Edvard Beneš si rifugiò all’estero. Dall’esilio a Londra continuò a rappresentare il governo riconosciuto di un paese che, di fatto, non esisteva più. Dall’esilio approvò anche i suoi primi decreti, per esempio per organizzare il lavoro del governo in esilio e la formazione dell’esercito all’estero.

Nel 1945, dopo la fine della guerra e la liberazione, Beneš ritornò in Cecoslovacchia e approvò i suoi decreti più controversi, che punirono le minoranze tedesche e ungheresi, sostenendo che avessero sostenuto il nazismo: a moltissimi venne revocata la cittadinanza cecoslovacca e le loro proprietà furono confiscate. Circa 3,5 milioni di tedeschi furono espulsi. Molti ungheresi, però, rimasero. Oggi in Slovacchia ce ne sono circa 450mila, su una popolazione di 5,4 milioni.

Tedeschi espulsi dalla Cecoslovacchia al campo di Karlovy Vary, nel 1946 (Getty Images/Hulton Archive/Picture Post/Raymond Kleboe)

Tedeschi espulsi dalla Cecoslovacchia al campo di Karlovy Vary, nel 1946 (Getty Images/Hulton Archive/Picture Post/Raymond Kleboe)

Non tutte le confische previste dai decreti vennero effettuate. Dal 2019 però il governo ha ripreso a farle, ufficialmente dicendo che vuole correggere errori e mancanze amministrative, completando quelle già decise all’epoca e che non furono portate a termine. In realtà è probabile che c’entrino motivi economici.

Le confische infatti riguardano soprattutto terreni di discendenti di ungheresi che si trovano sul tracciato previsto per alcuni nuovi tratti di autostrada. Dato che non prevedono alcuna compensazione si tratta, verosimilmente, di uno stratagemma per impadronirsi dei terreni senza spendere.

Dal 2019 al 2025 il governo ha confiscato in questo modo circa 10 chilometri quadrati di terreno, più o meno come una piccola città. A lungo la questione è stata sostanzialmente ignorata, poi le cose sono iniziate a cambiare.

L’anno scorso il principale partito di opposizione, Slovacchia Positiva, ha criticato Fico per le confische, accusandolo di discriminare le minoranze. Fico ha reagito facendo approvare una legge che punisce con sei mesi di carcere chiunque critichi i “decreti Beneš”. Secondo molti è una misura contraria alla Costituzione e viola la libertà di espressione: per protesta tre intellettuali della minoranza ungherese si sono autodenunciati alla polizia, che ha aperto un’indagine nei loro confronti. Fico è in carica dal 2023 e governa in modo sempre più autoritario, attaccando stampa e opposizioni.

Il primo ministro Robert Fico insieme al primo ministro ungherese Viktor Orban, nel 2025. (AP/Omar Havana)

Il primo ministro Robert Fico insieme al primo ministro ungherese Viktor Orbán, nel 2025. (AP/Omar Havana)

Laura Bárczi e Balázs Kovács, due attivisti dell’associazione della minoranza ungherese Köz.ügy, spiegano che criticare i decreti e sostenere i diritti degli ungheresi è complicato, perché per la grande maggioranza degli slovacchi sono atti che rappresentano la fondazione della Cecoslovacchia (e quindi della Slovacchia) moderna. Sono leggi discriminatorie, ma questo non è mai stato un grande problema, nemmeno quando nel 2004 la Slovacchia entrò nell’Unione Europea: l’Unione in passato le aveva esaminate, concludendo che si trattava di atti molto vecchi che avevano ormai esaurito i loro effetti.

Ci sono state alcune proteste contro le confische, che si inseriscono nel più ampio movimento di contestazioni contro Fico degli ultimi mesi. Finora però sono rimaste piuttosto contenute. Anche Köz.ügy ne ha organizzata una, il 23 gennaio. Bárczi e Kovács dicono che servono più che altro a sensibilizzare le persone non ungheresi sulla questione, e per resistere ai tentativi di Fico di limitare la libertà di espressione: secondo loro «proibire la critica dei decreti per legge è un provvedimento tipico dei regimi illiberali, come Russia e Cina».

La questione sta anche creando qualche difficoltà al primo ministro ungherese, Viktor Orbán, e al suo partito di estrema destra Fidesz. Orbán a parole si è sempre presentato come un politico che difende le minoranze ungheresi all’estero. È però anche molto vicino a Fico, con cui condivide posizioni anti-europeiste e filorusse. Per questo finora non lo ha criticato apertamente. In Ungheria si vota il 12 aprile, e il principale partito di opposizione, Tisza, sta usando la questione per attaccare Orbán. Secondo diversi sondaggi Tisza ha buone probabilità di vincere contro Orbán, che governa da quasi 16 anni.

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