Trump comincia a essere un problema per Meloni

Finora la presidente del Consiglio era stata sempre conciliante, ma qualcosa sta cambiando, per ragioni diplomatiche ed elettorali

Giorgia Meloni viene ricevuta da Donald Trump alla Casa Bianca, il 17 aprile 2025 (Hu Yousong/Xinhua via ZUMA Press)
Giorgia Meloni viene ricevuta da Donald Trump alla Casa Bianca, il 17 aprile 2025 (Hu Yousong/Xinhua via ZUMA Press)
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Nel giro di diciotto giorni, tra il 6 e il 24 gennaio, Giorgia Meloni si è trovata costretta a prendere le distanze da Donald Trump più volte di quanto non le fosse accaduto nei quattordici mesi precedenti. Meloni ha criticato in modo più o meno esplicito Trump per le minacce di ritorsioni commerciali ai paesi europei che vogliono difendere la Groenlandia, per il Board of peace per Gaza e per il suo giudizio riguardo all’atteggiamento dei militari della NATO durante la guerra in Afghanistan. E almeno in questo caso con toni fermi.

Negli atteggiamenti di Meloni c’è sempre una certa ambiguità: da un lato, la rivendicazione di un presunto rapporto privilegiato tra lei e Trump; dall’altro, la consapevolezza che questa posizione ha finora prodotto scarsi, se non nulli, vantaggi per l’Italia. La ricerca di un equilibrio è resa d’altronde complicata dalla volubilità e dall’imprevedibilità di Trump, e tutto questo sta rendendo sempre più difficile per il governo italiano interfacciarsi con lui.

Durante un’intervista a Fox News, il 22 gennaio, Trump aveva usato per l’ennesima volta toni sprezzanti nei confronti della NATO, dicendo che i contingenti non americani dell’Alleanza atlantica erano «rimasti un poco indietro, un po’ lontano dalla prima linea» durante la guerra in Afghanistan. Il più risoluto a reagire a queste dichiarazioni, l’indomani, era stato Keir Starmer, il primo ministro britannico, che in un video ha definito le parole di Trump «insultanti e francamente spaventose».

Trump a quel punto ha dovuto scrivere un post di scuse, a modo suo, su Truth. Ma questo non è bastato a evitare che anche altri leader europei mostrassero la loro indignazione. Il premier polacco Donald Tusk lo ha fatto pochi minuti dopo Starmer, su X. Sabato anche il presidente francese Emmanuel Macron, con delle dichiarazioni anonime provenienti dal suo entourage, ha definito le parole di Trump «inaccettabili», al punto da «non meritare nessun commento». E in quelle stesse ore anche Meloni è intervenuta.

Lo ha fatto al termine di due giorni in cui nel suo governo c’era stato un certo imbarazzo. Perché proprio nel momento in cui Starmer rispondeva con durezza alle parole di Trump, Meloni aveva al contrario fatto una grande apertura di credito al presidente statunitense. Durante la conferenza stampa al termine dell’incontro col cancelliere tedesco Friedrich Merz, a Roma, si era augurata di poter finalmente candidare Trump al premio Nobel per la Pace se lui riuscisse a favorire una pace tra Russia e Ucraina.

Le opposizioni, e Matteo Renzi per primo, avevano iniziato a incalzare Meloni. Il ministro della Difesa Guido Crosetto e quello degli Esteri Antonio Tajani erano allora intervenuti, ciascuno testimoniando a proprio modo una certa insofferenza. Ma alla fine, poco dopo le sette di sera di sabato, anche Meloni aveva diffuso un comunicato piuttosto duro, dicendo tra l’altro che «non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei paesi NATO in Afghanistan».

In realtà il 2026 si era aperto con una significativa presa di posizione di Meloni a favore di Trump, dopo l’attacco americano in Venezuela. Se nessun leader dei paesi fondatori dell’Unione Europea si era spinto a condannare in modo inequivocabile l’operazione statunitense, nessuno l’aveva neppure giustificata in modo tanto netto quanto Meloni, la quale aveva detto che il governo considera «legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico» (una tesi, questa, che poi lo stesso Trump è andato ridimensionando nelle settimane seguenti all’attacco).

Tre giorni dopo Meloni aveva rinunciato a differenziarsi sulla Groenlandia. E aveva deciso di sottoscrivere una dichiarazione congiunta con Macron, Merz, Starmer, Tusk, lo spagnolo Pedro Sánchez e la danese Mette Frederiksen per dissuadere eventuali iniziative ostili di Trump in Groenlandia. Meloni aveva poi ribadito la sua convinzione che Trump non avesse intenzione di invadere militarmente la Groenlandia, e aveva anzi sostenuto che Trump volesse più che altro mandare un messaggio di fermezza a Russia e Cina, rivali degli Stati Uniti nell’Artico. Il governo italiano, a differenza di altri, aveva subito rinunciato a inviare delle proprie truppe in Groenlandia, ritenendo inutile quell’iniziativa. Ma al dunque, quando Trump aveva poi annunciato nuovi dazi commerciali nei confronti dei paesi europei che avevano mandato soldati sull’isola, anche Meloni aveva giudicato sbagliata quella minaccia del presidente statunitense.

Di nuovo, aveva evitato di usare toni particolarmente ostili, e anzi si era mostrata conciliante: aveva parlato di un «errore di comunicazione», insomma di un malinteso per cui Trump aveva considerato l’esercitazione militare europea in Groenlandia come una mossa ostile nei confronti degli Stati Uniti. Aveva anche, in modo più sibillino, criticato l’eccessiva fermezza adottata da Starmer e Macron.

Pochi giorni dopo, però, pur mantenendo questa attitudine al dialogo con Trump, aveva di nuovo dovuto prendere le distanze, decidendo di non aderire al Board of peace, l’inedito organismo internazionale che dovrebbe sovrintendere alla ricostruzione di Gaza. Lo aveva fatto dopo essersi inizialmente detta entusiasta di partecipare, e a seguito di qualche conflitto col ministro Tajani. Alla fine il governo aveva trovato un alibi per giustificare il suo ripensamento ritenendo che l’adesione al “board” fosse incompatibile con la Costituzione. Desiderosa però di ribadire la sua vicinanza a Trump, Meloni lo aveva subito rassicurato, per telefono, dicendogli che l’Italia resta comunque intenzionata a risolvere – non si sa bene come, visto che si tratta di un ostacolo di tipo costituzionale – i problemi che le impediscono di prendere parte all’iniziativa.

Il comunicato pubblicato sull’Afghanistan è significativo anche in questo senso: se finora Meloni, anche quando prendeva le distanze, aveva sempre mostrato un fare conciliante, stavolta ha invece adottato toni piuttosto severi. Non è certamente un fatto che segna un cambio di orientamento definitivo, ma è un segnale che il governo italiano sta facendo sempre più fatica a gestire le relazioni col presidente statunitense. E sta succedendo per diversi motivi.

Ci sono quelli di natura diplomatica: l’ostilità di Trump nei confronti dell’Europa sta raggiungendo livelli tali per cui, anche volendo, per un governo italiano, che proprio grazie al suo ruolo nell’Unione Europea può preservare la maggior parte dei suoi interessi, diventa difficile ignorare quelle minacce, o assecondare le scelte imprevedibili del presidente statunitense. Ma ci sono anche ragioni di politica interna.

Il 2025 si era aperto con il viaggio di Meloni a Mar-a-Lago, che aveva contribuito a favorire la liberazione della giornalista Cecilia Sala. Per molti sostenitori della posizione di Meloni, era il segno che la vicinanza della presidente del Consiglio al nuovo capo della Casa Bianca avrebbe portato vantaggi all’Italia. Un anno dopo, però, questa tesi è sempre meno consistente. Meloni non ha ottenuto alcun trattamento di favore sui dazi, come pure sembrava convinta di poter fare. Anche sulla spesa militare, l’imposizione di Trump agli alleati europei ha costretto il governo italiano a cercare soluzioni piuttosto complicate per aumentare la quota di PIL da destinare alla Difesa senza compromettere un progetto virtuoso di risanamento dei conti pubblici.

In questo contesto, molte delle iniziative ostili di Trump nei confronti dell’Europa vanno a toccare temi su cui proprio l’elettorato di destra è particolarmente sensibile. Pretendere con arroganza il controllo della Groenlandia significa violare il concetto di integrità territoriale; invadere un paese e catturare un dittatore, sia pure un dittatore di sinistra, è il contrario dell’esaltazione della sovranità nazionale; insolentire l’impegno e le morti dei soldati in Afghanistan è un’offesa alla cultura patriottica.

Sono infatti sempre più frequenti i sondaggi che dimostrano, in modo abbastanza univoco, come il giudizio degli italiani nei confronti di Trump sia sostanzialmente negativo. Mostrarsi in sintonia con le sue scelte rischia di essere controproducente per Meloni, che non può permettersi dei contraccolpi sul consenso personale proprio in mezzo a una delicata campagna in vista del decisivo referendum sulla riforma della giustizia.