Dieci anni dopo l’omicidio di Giulio Regeni è cambiato tutto e non è cambiato niente
Una mobilitazione senza precedenti ha impedito che si smettesse di parlarne, ma ancora oggi non c'è una verità giudiziaria

Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni, un ricercatore italiano di 28 anni, scomparve mentre stava lavorando alla sua tesi di dottorato al Cairo, in Egitto. Regeni fu sequestrato, torturato e ucciso: il suo corpo venne poi ritrovato il 3 febbraio sull’autostrada tra il Cairo e Alessandria. Dieci anni dopo non c’è ancora una verità giudiziaria sulla sua morte: il processo a Roma, in cui sono imputati quattro agenti dei servizi segreti egiziani che non si sono mai presentati in tribunale, si è di nuovo fermato lo scorso ottobre. Non si sa quando riprenderà.
La vicenda giudiziaria sulla morte di Giulio Regeni è complessa, e finora è proceduta a rilento per il costante rifiuto di collaborare delle autorità egiziane. Ci sono stati depistaggi clamorosi, e le cose sono state ulteriormente complicate anche dal fatto che l’Egitto è un paese con cui l’Italia ha rapporti stretti. In parallelo, la mobilitazione civile per chiedere verità e giustizia per Regeni è stata enorme: si è formato un collettivo per portarla avanti, decine di comuni, scuole, università e associazioni hanno appeso a muri e finestre gli striscioni gialli ideati dalla ong Amnesty International con il quotidiano Repubblica; ci sono stati presidi e manifestazioni, e in tutta Italia si trovano ancora le panchine gialle dedicate a lui.
Molto di questa mobilitazione si deve all’attività incessante portata avanti in questi anni dai genitori di Regeni, Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme all’avvocata Alessandra Ballerini. Venerdì hanno ringraziato tutte le persone che si sono impegnate a impedire che «questa tragica storia di violazione dei diritti umani cadesse nell’oblio».
– Ascolta anche: La prima puntata di Altre Indagini su Giulio Regeni
Giulio Regeni era nato il 15 gennaio 1988 a Fiumicello Villa Vicentina, un piccolo comune in provincia di Udine, in Friuli Venezia Giulia. Dal 2014 era un dottorando dell’università di Cambridge, in Inghilterra, ed era arrivato per la prima volta in Egitto nel settembre del 2015 per una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti. La ricerca gli era stata commissionata dalla sua docente, Maha Abdelrahman, che lo aveva messo in contatto con una ricercatrice dell’università americana del Cairo, Rabab Al Mahdi. Quest’ultima lo aveva fatto incontrare con Hoda Kamel, responsabile dell’Egyptian center for economic and social rights, che a sua volta l’aveva messo in contatto con Mohammed Abdallah, leader del sindacato dei venditori ambulanti.
Secondo quanto ricostruito, fu proprio Abdallah a denunciare le attività di Regeni all’Agenzia nazionale di sicurezza, i servizi segreti interni egiziani, o alla polizia egiziana.
Prima del sequestro Regeni era tornato in Italia per le vacanze di Natale, ed era rientrato in Egitto ai primi di gennaio del 2016. La sera del 25 gennaio uscì di casa per andare alla festa di compleanno di un amico, Gennaro Gervasio. Le indagini ricostruirono che il cellulare di Regeni si agganciò alla cella della fermata metropolitana Dokki, la più vicina a casa sua, alle 19:51 (inizialmente si era detto alle 19:41). La fermata è vicina a piazza Tahir, la principale del Cairo, che in quei giorni era presidiata dalla polizia in vista del quinto anniversario della cosiddetta primavera araba, cioè delle proteste che ebbero il centro in piazza Tahir e che portarono alla caduta del presidente Hosni Mubarak, al governo ininterrottamente dal 1981.
Gervasio aveva sentito Regeni alle 19:38, che gli aveva detto che stava per uscire di casa. Non vedendolo arrivare, intorno alle 20:20 Gervasio provò a chiamarlo due volte. Alle 20:25 il cellulare risultava spento. Due ore dopo Gervasio avvisò le autorità italiane.

Claudio Regeni e Paola Deffendi in aula durante un’udienza del processo per l’omicidio di Giulio Regeni, 15 luglio 2025 (ANSA/FABIO FRUSTACI)
Gli investigatori italiani hanno raccolto le testimonianze di persone che dicono di averlo visto in diversi momenti della sera del 25 gennaio per ricostruire cosa successe: Regeni sarebbe stato visto nella stazione della polizia di Dokki, poi sarebbe stato fatto salire su un’auto e portato in un posto chiamato Lozoughly, un edificio del ministero dell’Interno noto per le torture.
Della scomparsa di Regeni si venne a sapere soltanto il 31 gennaio, e per giorni l’Egitto continuò a sostenere di non avere informazioni. Regeni fu poi trovato morto il 3 febbraio lungo la strada che porta ad Alessandria, sul cavalcavia Hazem Hassan. Era seminudo e reso irriconoscibile dalle torture. Aveva sette costole rotte, quindici fratture, cinque denti rotti, bruciature di sigaretta qua e là sul corpo, lesioni alla testa, al volto, alle gambe e sulle piante dei piedi. In seguito l’autopsia stabilì che le lesioni erano state provocate in momenti diversi, con bastoni, coltelli e mazze, e che Regeni era morto probabilmente per la frattura di una vertebra cervicale. È stato quindi torturato per giorni, e poi ucciso.
La madre di Regeni, Paola Deffendi, raccontò che l’unico punto del figlio che fu in grado di riconoscere era la punta del naso. Disse che sul suo volto diventato «piccolo piccolo» per le violenze subite aveva visto «tutto il male del mondo». Questa espressione è diventata anche il titolo di un docufilm prodotto da Fandango, presentato nei giorni scorsi a Roma e in programmazione al cinema dal 2 al 4 febbraio.
Fin da subito si pensò che Regeni fosse stato ucciso per motivi politici, a causa del suo lavoro di ricerca sui sindacati e sui diritti dei lavoratori. L’Egitto è governato dal regime autoritario di Abdel Fattah al Sisi, e le attività associative che non sono sotto il controllo dello Stato sono sorvegliate e viste con sospetto, compresi i sindacati.
Le autorità egiziane negarono a lungo qualsiasi coinvolgimento nella morte di Regeni. Sostennero varie versioni, tutte false: dissero inizialmente che Regeni era morto in un incidente stradale, poi parlarono di una rapina, di un omicidio avvenuto nell’ambito di una relazione omosessuale e infine anche di un regolamento di conti tra trafficanti di droga. Tutte queste ricostruzioni furono smentite dalle successive indagini, nonostante i molti tentativi di depistaggio delle autorità egiziane, alcuni clamorosi come quello sul modo in cui vennero trovati i documenti di Regeni (che non aveva con sé quando fu trovato morto).
Solo a settembre del 2016 l’Egitto ammise che la polizia del Cairo aveva indagato su Regeni per tre giorni, su segnalazione di Abdallah. Per la procura di Roma Abdallah iniziò invece a dare informazioni su Regeni ai servizi nell’ottobre del 2015.
Le indagini degli investigatori italiani andati in Egitto furono da subito ostacolate in ogni modo dalle autorità egiziane. In risposta all’omicidio e ai depistaggi compiuti dalle autorità egiziane, ad aprile del 2016 il governo italiano di Matteo Renzi decise di ritirare l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari. Nell’agosto 2017, dopo circa un anno di assenza e in seguito a una maggiore collaborazione da parte della procura di Giza, il governo Gentiloni nominò però un nuovo ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini, che è ancora oggi in carica.
Pur condannando l’omicidio di Regeni, i governi italiani hanno avuto atteggiamenti ambivalenti nei confronti dell’Egitto in questi anni, perché l’Italia ha diversi interessi nel paese, dove ci sono varie aziende italiane. La principale è l’Eni, la più importante società energetica italiana, che è in Egitto dal 1954 ed è attualmente il principale produttore di gas. Nel marzo del 2016, due mesi dopo il ritrovamento del corpo di Regeni, Eni aveva annunciato di avere eseguito la prima prova di produzione nel pozzo “Zohr”, su cui l’azienda puntava molto.
Negli ultimi anni il governo di Giorgia Meloni ha insistito sulla necessità di cooperare con il regime di al Sisi proprio sull’energia (già il governo di Mario Draghi aveva concordato un aumento delle importazioni di gas naturale dall’Egitto) e sul commercio di prodotti per l’agricoltura. Meloni ha cercato di riprendere i rapporti tra l’Italia e l’Egitto, che nel 2024 è stato inserito nell’elenco dei paesi cosiddetti “sicuri”, quelli che secondo il governo rispettano libertà e diritti civili e hanno un orientamento democratico (è una definizione che serve soprattutto a respingere più facilmente le richieste d’asilo delle persone migranti o a rimandarle nei paesi d’origine).
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Nel giugno del 2020 l’Italia autorizzò inoltre la vendita all’Egitto di due navi da guerra. A gennaio del 2021 i genitori di Regeni denunciarono il governo italiano per aver violato una legge che vieta di vendere armi (in questo caso, le fregate) ai paesi che hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani.
Nello stesso periodo la procura di Roma chiese il rinvio a giudizio del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, e del maggiore Magdi Sharif. Li accusò tutti di sequestro di persona pluriaggravato, Sharif anche di lesioni personali aggravate e di omicidio aggravato. Gli atti processuali non sono mai stati notificati agli imputati perché l’Egitto non ha mai fornito all’Italia le informazioni necessarie per rintracciarli.

I genitori di Giulio Regeni, Paola Deffendi e Claudio Regeni, a una manifestazione a Roma nel 2024 (ANSA/ANGELO CARCONI)
Il processo sarebbe dovuto iniziare il 14 ottobre del 2021, ma si bloccò subito perché gli imputati non si presentarono. Secondo la legge italiana il processo non potrebbe proprio avvenire senza la notifica degli atti processuali agli imputati. Le udienze ripresero poi il 20 febbraio del 2024, dopo che una sentenza del 2023 della Corte costituzionale stabilì che il processo poteva continuare – in questo caso specifico – anche senza gli imputati.
Il processo era proseguito fino al 23 ottobre scorso, quando la Corte d’Assise di Roma ha deciso di chiedere alla Corte costituzionale se la difesa può commissionare consulenze a spese dello Stato nel caso in cui gli imputati siano irreperibili e quindi incapaci di pagare, garantendo loro il diritto costituzionale a un giusto processo. Ora la Corte costituzionale dovrà decidere se discutere il caso nel merito, oppure no; se decidesse di non farlo, il processo potrebbe riprendere entro pochi mesi. Altrimenti starà fermo più a lungo.
Per domenica pomeriggio a Fiumicello Villa Vicentina, dove vive la famiglia Regeni, è stato organizzato un ciclo di incontri, in cui sarà proiettato anche il docufilm Tutto il male del mondo. L’evento si intitola “Giulio continua a fare cose…”, dal titolo del libro scritto dai genitori di Regeni insieme all’avvocata Alessandra Ballerini per raccontare la sua storia.
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