Neanche il “gelo eterno” dura per sempre
Cosa salta fuori quando il permafrost si scioglie: lo racconta il nuovo numero di The Passenger dedicato all'Artico

Due terzi della Russia sono ricoperti da permafrost, un terreno che resta gelato per tutto l’anno e che può raggiungere i 1.500 metri di profondità. Oggi la sua esistenza è data per scontata ma quando, nell’Ottocento, la comunità scientifica iniziò a studiarlo restò sbigottita davanti a quella massa di ghiaccio che esisteva da millenni, poi soprannominata “gelo eterno”.
Il permafrost, però, si sta lentamente sciogliendo a causa del riscaldamento globale, lasciando emergere parte di quel che tratteneva da millenni: microbi ibernati che si risvegliano, carcasse di mammut e il doppio del carbonio presente nell’atmosfera terrestre che, sprigionandosi, aumenta la temperatura in un circolo vizioso che accelera lo scioglimento del permafrost. Le conseguenze sono disastrose e affascinanti, come racconta il giornalista Joshua Yaffa nel nuovo numero dedicato all’Artico di The Passenger, la rivista-libro di Iperborea sui luoghi del mondo.
Il numero fa un quadro di quel che sta accadendo nell’Artico, o Polo Nord, l’area che si sta surriscaldando più velocemente al mondo: giacimenti minerari più accessibili, nuove rotte marine, terreni coperti dal ghiaccio che diventano coltivabili, ma anche crolli disastrosi, spostamenti forzati di città costruite su miniere e le minacce alle comunità indigene. Di seguito potete leggere un estratto dell’articolo di Joshua Yaffa.

L’aurora boreale vista da una guesthouse di Longyearbyen nelle isole Svalbard, in Norvegia (Laura Marchini per The Passenger)
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Il grande disgelo
di Joshua Yaffa
Traduzione di Teresa Ciuffoletti
Sorvolando la Jacuzia, nel Nordest della Russia, guardavo le distese scure della foresta boreale alternarsi a tratti d’erba soffice dai colori tenui. Ero allacciato a un rigido sedile di metallo nella cabina di un Antonov an-2, un biplano monomotore noto in epoca sovietica con il nome di kukuruznik (da kukuruza, «mais») per via del suo impiego in agricoltura. L’aereo prendeva quota, staccandosi fragorosamente da un orizzonte di larici, pini e laghi limacciosi. Dalla mia postazione dietro l’oblò impolverato dell’Antonov non potevo certo accorgermene, ma il terreno sotto di me respirava, o meglio, esalava.
Tre milioni di anni fa, mentre ghiacciai grandi come continenti si espandevano a partire dai poli, le temperature in Siberia precipitarono fino a raggiungere i meno sessanta gradi e vaste aree del sottosuolo gelarono. Con l’alternarsi sul nostro pianeta di periodi glaciali e interglaciali, gran parte di questo terreno ghiacciato si è scongelata e ricongelata decine di volte. Più di 11.500 anni fa, l’ultima era glaciale cedette il passo al periodo interglaciale ancora in corso e le temperature cominciarono a salire. La porzione di terreno che rimaneva gelata in tutte le stagioni dell’anno ha preso il nome di permafrost. Oggi si estende per circa 23 milioni di chilometri quadrati sotto la superficie terrestre e occupa un quarto delle terre emerse dell’emisfero boreale.
La maggiore concentrazione di permafrost si trova in Russia: i due terzi del paese poggiano su questo tipo di suolo. In Jacuzia, dove il permafrost può raggiungere i 1500 metri di profondità, la temperatura media annuale è aumentata di oltre due gradi rispetto ai livelli preindustriali, il doppio della media globale. A surriscaldarsi non è soltanto l’aria, ma anche il suolo. La deforestazione e gli incendi boschivi, due piaghe assai diffuse nella regione, distruggono lo strato protettivo più superficiale su cui cresce la vegetazione, contribuendo all’aumento delle temperature sottoterra. Nel corso dei millenni il permafrost ha inglobato materiale organico di ogni sorta, dai ceppi d’albero alle carcasse di mammut lanoso. Quando si scongela, i microrganismi nel suolo si risvegliano e iniziano a nutrirsi della biomassa preservata al suo interno.
È un fenomeno curioso, simile a quello che potremmo osservare staccando la spina del freezer e lasciando lo sportello aperto: a distanza di un giorno noteremo che i petti di
pollo sul fondo hanno iniziato a guastarsi. Nel caso del permafrost, questa digestione microbica è accompagnata da un rigurgito continuo di anidride carbonica e metano. Si stima che il permafrost contenga 1500 miliardi di tonnellate di carbonio, il doppio di quello attualmente presente nell’atmosfera terrestre.
Trofim Maximov, uno scienziato che studia l’impatto del permafrost sul cambiamento climatico, era seduto accanto a me sull’Antonov e gridava istruzioni al pilota nell’abitacolo. Una volta al mese, Maximov noleggia l’aereo per misurare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera sopra la Jacuzia. Mi ha descritto il disgelo del permafrost come un circolo vizioso: il rilascio dei gas serra provoca un aumento delle temperature che a sua volta va a intaccare ulteriormente il permafrost. «È un processo naturale» mi ha spiegato. «Vale a dire che, una volta avviato, a differenza dei processi puramente antropogenici», come ad esempio le emissioni delle industrie o delle automobili, «non possiamo più fermarlo».

Un gruppo di adolescenti di Kiruna, una città nel nord della Svezia che è stata spostata per lasciare spazio alle estrazioni minerarie: la storia è raccontata in un altro articolo di The Passenger. (Katrin Streicher per The Passenger)
Un tubo fissato a un’ala dell’aereo aspirava l’aria, convogliandola in una dozzina di cilindri di vetro disposti sul pavimento della cabina. Confrontando i livelli di gas serra registrati nel corso del tempo e a quote diverse, Maximov può stabilire in che misura la degradazione del permafrost e il riscaldamento climatico si influenzano a vicenda. Nel 2017, quando ha iniziato a effettuare queste rilevazioni aeree, ha scoperto che la concentrazione atmosferica di anidride carbonica in Jacuzia stava aumentando a una velocità doppia rispetto alle medie storiche.
Stando ai dati raccolti da Maximov, anche il rilascio di metano nella regione si è intensificato: attualmente si sta accumulando a una velocità del cinquanta per cento più alta rispetto a una generazione fa. Il metano ha un tempo di permanenza in atmosfera più breve dell’anidride carbonica, ma la sua capacità di trattenere il calore è circa 25 volte maggiore. Ciò che più mi turbava in quel momento, tuttavia, erano le manovre da capogiro dell’aereo che si abbassava descrivendo una spirale vertiginosa.
Eravamo scesi a poche centinaia di metri da terra affinché il collega di Maximov, un ricercatore 33enne di nome Roman Petrov, potesse prelevare l’ultimo campione: un’istantanea dell’anidride carbonica a bassa quota. L’Antonov vibrava come un go-kart truccato. Petrov si è portato una mano allo stomaco e ha tuffato la faccia in un sacchetto di plastica, e così facevo anch’io un attimo dopo. Quando finalmente siamo atterrati su una pista erbosa, sono uscito dalla cabina barcollando, ancora nauseato. Maximov mi ha offerto del cognac in un bicchiere di plastica. Dopo un lungo sorso ho constatato con sollievo che il giramento di testa era diminuito e che il terreno sotto i miei piedi aveva ripreso una parvenza di solidità, anche se di fatto, ormai lo sapevo, non era poi così diverso da un enorme pezzo di pollo molliccio e marcescente.
Nel corso del Seicento e del Settecento, mentre l’Impero russo si espandeva verso est, nella capitale cominciarono ad arrivare notizie di una «massa di ghiaccio compatta» nel sottosuolo, qualcosa di cui fino ad allora «non si era mai sentito parlare», per citare un esploratore dell’epoca. A Jakutsk, capitale della Jacuzia, i primi coloni faticavano a trarre sostentamento dalla terra e a reperire fonti sotterranee di acqua dolce. Nell’estate del 1827 lo zar inviò in Jacuzia un mercante di nome Fëdor Šergin, in qualità di rappresentante della Compagnia russo-americana, con l’incarico di realizzare un pozzo. Gli uomini di Šergin lavorarono assiduamente per un decennio, scavando una fossa profonda novanta metri, ma non trovarono che terra ghiacciata.
Nel 1844 l’illustre scienziato ed esploratore Alexander von Middendorff, giunto a Jakutsk da San Pietroburgo, calcolò correttamente che il terreno sottostante era ghiacciato fino a una profondità di almeno 180 metri. Le sue scoperte sconvolsero l’Accademia delle scienze russa e approdarono infine nei salotti europei. Oggi l’ingresso dello scavo noto come «pozzo di Šergin» si trova all’interno di una casetta di legno nel centro di Jakutsk, stretta tra un palazzo di cemento e la carcassa bruciata di una vecchia accademia militare. Nell’estate del 2021 sono andato a vederla in compagnia di uno scienziato dell’Istituto Melnikov per la ricerca sul permafrost, che ha sede proprio a Jakutsk. «Lo studio del permafrost è cominciato qui» mi ha spiegato Jurij Murzin. «Prima del pozzo di Šergin, praticamente nessuno fuori dalla Jacuzia immaginava che esistesse qualcosa di simile.»
Per dare un’occhiata al suo interno, abbiamo dovuto sollevare una serie di pesanti sportelli di legno; immediatamente una colonna d’aria fredda è schizzata fuori dal pozzo. Mi sono affacciato, ma non ho visto altro che buio. Un sentore mucido di terra e ghiaccio si spandeva a poco a poco nella stanza. «Odora di antico, di tempi remoti» ha commentato Murzin. Meno di duecentomila persone vivono nelle regioni artiche dell’Alaska e del Canada e a quelle latitudini non ci sono grandi città; diversa è la situazione in Russia, che ai tempi dell’Unione Sovietica si adoperò attivamente per popolare i propri territori nordorientali.
Jakutsk è una delle due grandi città al mondo sorte in una zona di permafrost continuo, dove cioè vaste estensioni di terreno presentano temperature inferiori allo zero. L’altra, anch’essa in Russia, nel territorio di Krasnojarsk, è Noril’sk, edificata negli anni Trenta dai prigionieri di un gulag. Noril’sk ospita alcuni dei più grandi giacimenti di nichel al mondo. Per sostenere lo sviluppo dell’industria mineraria e metallurgica, la città aveva bisogno di fabbriche, casamenti, scuole, ospedali e sale pubbliche. Molte di queste prime strutture ebbero vita breve.
Valery Grebenets, docente di ingegneria all’Università statale di Mosca, lavorava a Noril’sk negli anni Ottanta. Tra i suoi colleghi circolavano storie di ingegneri che avevano subìto conseguenze piuttosto pesanti per il crollo di edifici da loro progettati. «Quando cominciano a sparare ai tuoi colleghi, allora sì che ti spremi le meningi» ha commentato amaramente Grebenets, aggiungendo però che grazie ai progressi della ricerca sul permafrost «abbiamo iniziato a comprenderne le proprietà e a maturare nuove idee».
(Pubblicato in accordo con Iperborea)




