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  • Martedì 20 gennaio 2026

C’è una novità sulla Xylella in Salento, ma ancora non sappiamo spiegarla

Mentre l'epidemia continua a diffondersi nel nord della Puglia, in provincia di Lecce alcuni ulivi rinsecchiti dal batterio sono tornati a produrre

di Francesco Gaeta

Ulivi a Cannole, in provincia di Lecce: nel campo al centro si vedono piante affette da Xylella in cui si riscontra una ripresa di foliazione (Scortichini/WWF)
Ulivi a Cannole, in provincia di Lecce: nel campo al centro si vedono piante affette da Xylella in cui si riscontra una ripresa di foliazione (Scortichini/WWF)
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In certe zone del Salento, il territorio pugliese più colpito negli ultimi anni dal batterio della Xylella fastidiosa, su alcuni ulivi quasi completamente secchi di recente sono ricresciute foglie verdi e olive. È un fenomeno visibile nella provincia di Lecce, a Parabita e Alezio, Tiggiano e Sannicola, tra Ionio e Adriatico, zone dove le macchie di verde delle nuove foglie si alternano al marrone degli alberi disseccati dal batterio.

La Xylella è causa del “disseccamento rapido”, una malattia che porta gli ulivi a non produrre più olive e a morire in poco tempo. Al momento non esiste una cura: secondo le stime della Regione, dal 2013 ha contaminato circa 10 milioni di ulivi pugliesi, molti dei quali abbattuti per limitare il contagio. L’epidemia cominciò appunto nella provincia di Lecce: che oggi proprio lì ci siano oasi di ulivi attivi è un fatto inatteso, di cui ancora bisogna comprendere tutte le ragioni. Ma può diventare molto rilevante.

La capacità di alcuni ulivi colpiti dalla Xylella di ricostruire una chioma funzionale e in parte tornare a produrre è chiamata dagli studiosi “resilienza”. È una risposta della pianta allo stress del batterio, che pure continua a essere presente nella chioma, ed è stata osservata anche per altre specie legnose, tra cui le querce della California. Non coincide con la guarigione, né con l’assenza di infezione. È piuttosto un recupero vegetativo che permette all’albero di riprendere a dare frutti. In Puglia è testimoniato da immagini satellitari e da indagini NDVI (Normalized Difference Vegetation Index), un indice che misura quanto una chioma è “viva” e attiva.

Al momento tra gli esperti non c’è una spiegazione scientifica condivisa di questo fenomeno. Gli esempi raccolti nella provincia di Lecce hanno seguito tendenzialmente due approcci diversi, ma al momento è difficile stabilire un rapporto di causa-effetto tra i trattamenti usati sugli ulivi e gli indizi di resilienza.

Alcuni agricoltori hanno tentato il cosiddetto “recupero senza ricette”, cioè senza adottare nuovi trattamenti rispetto al passato. A Collepasso, nel Salento interno, Fabrizio Mastrogiovanni racconta di avere ereditato «circa 90 piante non ancora interamente disseccate» e di avere scelto di lavorare soprattutto sul suolo. «Da sette anni ho iniziato un trattamento con concime stallatico, quindi del tutto naturale, pulendo regolarmente il terreno», dice. «Il primo anno non ho avuto riscontri, il secondo ho visto aumentare la rigenerazione. Tra quarto e quinto anno è iniziata la produzione». Nel 2024 Mastrogiovanni ha prodotto «65 litri di olio». Oggi dice che le piante si sono «riprese all’80 per cento».

Altri agricoltori invece hanno tentato di usare un trattamento a base di rame, zinco e acido citrico, codificato e testato da un gruppo di una ventina di ricercatori tra agronomi, botanici e chimici di diverse università ed enti di ricerca, noto come “protocollo Scortichini” dal nome di uno di loro. Donato Minosi dice di averlo applicato ai 1.200 ulivi della sua azienda nelle campagne vicino a Otranto, tranne che a cinque piante che ha usato come test. «Quelle cinque sono morte, le altre continuano a produrre», dice. Su scala più ridotta, Stefano Ciardo dice di aver applicato questo trattamento a 140 alberi nella zona di Alessano, sempre nella provincia di Lecce. Dice che «dopo un anno hanno cominciato ad essere verdi, dopo due anni hanno cominciato a produrre».

Per molti studiosi però la resilienza non ha tanto a che fare con questi trattamenti, ma con una riduzione, ancora non completamente spiegabile, della popolazione dell’insetto vettore: la “sputacchina” (Philaenus spumarius), che trasporta il batterio pungendo gli alberi sulle foglie di cui si nutre.

Donato Boscia è un ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ed era nel team che ha isolato la Xylella alle origini (cioè l’ha separata dall’organismo infetto). Dice che questo calo «dipende da molti fattori e non è quantificabile perché mancano studi dettagliati sull’argomento, ma è osservabile empiricamente». Una minore densità di insetti «significa minori casi di “superinfezione”, cioè di re-inoculazione del batterio nella stessa pianta, quindi mancato sviluppo di nuovi sintomi e maggiori possibilità di ripresa, soprattutto in olivi gestiti con buone pratiche agronomiche».

Vincenzo Verrastro, amministratore scientifico del CIHEAM (Centro internazionale di studi agronomici avanzati del Mediterraneo) di Bari, aggiunge un altro elemento che può spiegare la resilienza in Salento: «Negli alberi colpiti e già quasi disseccati gli insetti non trovano più le foglie di cui si nutrono. Questo abbassa la carica batterica e favorisce la ripresa». Secondo Verrastro «non esiste un nesso di causa-effetto dimostrabile con cure o trattamenti particolari che renda questa ripresa riproducibile». Potature frequenti, pulizia del terreno e l’uso di fertilizzanti – cioè quel che gli esperti chiamano “buone pratiche agricole” – «possono al massimo ritardare la diffusione del batterio».

L’analisi dell’olio ricavato dagli ulivi che hanno ripreso vigore, in gran parte delle varietà Ogliarola salentina e Cellina di Nardò tipiche del Salento, mostra comunque alcune novità di rilievo. Secondo Francesco Paolo Fanizzi, professore di Tracciabilità chimica dei prodotti agroalimentari all’Università del Salento, i primi risultati in laboratorio indicano modifiche chimiche nell’olio: un aumento dei polifenoli, composti naturali presenti nelle piante che tra l’altro hanno effetti antiossidanti e antinfiammatori. «L’olio ne risulta più ricco, probabilmente perché la pianta, sotto stress, aumenta i polifenoli come meccanismo di difesa». Storicamente quello salentino era un olio “dolce” a basso contenuto polifenolico, usato come addolcitore di oli più amari e piccanti, su tutti quelli del nord barese. «Ora, con la resilienza, stiamo osservando un possibile cambio di profilo: andrà verificato su un campione più ampio e su un arco di tempo più lungo», dice Fanizzi.

L’epidemia ha fatto fin qui danni che la Regione e le associazioni di produttori quantificano in circa 2 miliardi di euro ed è tutt’altro che sconfitta. Anzi, secondo il Servizio fitosanitario della Regione continua a espandersi. Nel 2025 sono stati individuati nuovi focolai più a nord rispetto all’epicentro iniziale: nel barese (a Giovinazzo e Bisceglie), nel foggiano (a Cagnano Varano), e nelle Murge, cioè verso la Basilicata. Da un punto di vista tecnico il batterio si è evoluto e oggi in Puglia ne esistono tre varianti: la ST53 (pauca) che è la più letale, la ST1 (fastidiosa) che attacca anche vite e mandorlo e la ST26 (multiplex), che è quella che si sta diffondendo nelle zone più a nord.

La cosa che è cambiata rispetto al passato è la velocità di diffusione. Nei primi anni in Salento il batterio divorava gli ettari da un anno all’altro, mentre oggi c’è stato un rallentamento del contagio. Una delle ragioni è climatica: la Xylella è termofila, cioè la temperatura ottimale perché possa prosperare è intorno ai 28 gradi centigradi. Nella zona del barese e del foggiano dove gli inverni sono più freddi fa più fatica a espandersi e resistere.

La Xylella vive nello xilema, cioè nei vasi interni alla pianta che trasportano acqua e sali minerali dalla radice alla chioma. Passa da una pianta all’altra tramite l’insetto vettore, che può prelevare il batterio da un ulivo infetto e inocularlo in uno sano. Oltre alla diffusione naturale in un uliveto intorno a un albero infetto, possono avvenire anche salti da una zona all’altra per spostamenti derivanti da insetti trasportati involontariamente da persone, veicoli o attrezzi.

Per contrastarne la diffusione la Puglia è ancora oggi divisa in tre zone che seguono regole diverse. Nel Salento, dove il batterio è ormai endemico, l’obiettivo è la convivenza e la gestione: qui non si fanno più abbattimenti perché non servirebbero. Risalendo verso nord, nella fascia che viene definita di cuscinetto, si abbattono le piante infette. Nelle altre aree più a nord, definite di contenimento, l’abbattimento riguarda anche le altre piante entro un raggio di 50 metri da quelle infette. La Regione è obbligata a questo da un Regolamento europeo del 2020, che nei focolai fuori dall’area endemica prescrive la rimozione non solo dell’albero infetto ma anche delle piante presenti entro un raggio di 50 metri.

Il metodo di contrasto adottato dalla Regione in questi anni ha seguito due tipi di intervento. Il primo consisteva nel gestire l’emergenza investendo molto sul monitoraggio della diffusione, come si fa in ogni epidemia. È un sistema complesso perché richiede molte persone e mezzi, e nel 2025 ha portato ad analizzare oltre 150mila campioni. Salvatore Camposeo, che insegna Coltivazione arborea all’università di Bari, spiega che è «il più importante sistema di monitoraggio vegetale al mondo per dimensione, durata, estensione e numero di campioni». Lo scorso anno per queste operazioni sono stati spesi circa 10 milioni di euro. A questi soldi si aggiungono i 150 euro per ogni pianta espiantata che vanno all’agricoltore come ristoro economico.

Il secondo metodo è quello del Piano straordinario di rigenerazione olivicola, che ha una dotazione di 300 milioni di euro e comprende varie misure per ripopolare i campi e fare ricerca sui rimedi. La voce più rilevante, circa 80 milioni, è quella del reimpianto delle piante abbattute con ulivi di varietà resistenti al batterio o più tolleranti. Attualmente la Regione ne ha quattro, due autoctone (Leccino e Leccio del Corno) e due ottenute in laboratorio: sono la Favolosa FS17 (un vecchio brevetto del CNR scaduto a settembre 2023) e la Lecciana (brevetto e royalty divise tra università di Bari e un’azienda privata, la Agromillora). In queste varietà la carica batterica è più bassa e la presenza della Xylella è più localizzata nella chioma.