I presidenti del Consiglio italiani hanno spesso problemi con Davos

Giuseppe Conte e Matteo Renzi ebbero esperienze complicate al World Economic Forum: e ora tocca a Giorgia Meloni

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel a Davos, il 23 gennaio 2019 (Filippo Attili/LaPresse)
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel a Davos, il 23 gennaio 2019 (Filippo Attili/LaPresse)

L’11 gennaio scorso alcuni media arabi hanno diffuso la notizia che anche Giorgia Meloni avrebbe partecipato all’incontro del cosiddetto “board of peace”, o consiglio di pace, l’organismo internazionale che secondo la presidenza degli Stati Uniti dovrebbe gestire la ricostruzione della Striscia di Gaza e sovrintendere al rispetto degli accordi tra Hamas e Israele. La presidente del Consiglio aveva lavorato non poco per essere inclusa in questo board: sia per rivendicare il ruolo non del tutto marginale che l’Italia svolge nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, sia per mostrare la solidità dei suoi rapporti con il presidente statunitense Donald Trump.

Per Meloni però il luogo scelto per l’incontro era un problema, e per questo motivo la notizia ha generato un certo trambusto tra i dirigenti di Fratelli d’Italia. Davos, il comune nel cantone svizzero dei Grigioni, è la sede del World Economic Forum, il più prestigioso incontro della grande finanza mondiale a cui ogni anno partecipano importanti imprenditori, leader politici e amministratori delegati delle più potenti aziende del pianeta. Trump, che ha deciso di partecipare al Forum e di farne un momento di grande promozione delle sue idee e della sua agenda politica, ha ritenuto opportuno sfruttare questa occasione per incontrare leader europei e dei paesi arabi per discutere con loro varie importanti questioni, dalla guerra in Ucraina alle dispute sulla Groenlandia, fino appunto alla crisi di Gaza.

Per Meloni questo è una complicazione notevole. Per anni, in varie circostanze sia in Italia sia all’estero, la leader di Fratelli d’Italia ha criticato in modo veemente Davos come la riunione del «gotha globalista», uno di quei posti dove c’è chi, secondo lei, «pur non avendo alcuna legittimazione democratica, condiziona ogni giorno le scelte economiche e quindi le scelte politiche di chi invece quella legittimazione l’ha ottenuta dal voto popolare». Per questo ora prendervi parte sarebbe un poco imbarazzante sul piano elettorale.

Dal suo staff ci hanno subito tenuto a precisare che, se davvero ci sarà bisogno di andare a Davos per partecipare a queste importanti riunioni internazionali promosse da Trump a cui Meloni non vuole mancare, tuttavia Meloni non ritirerà gli accrediti necessari per qualificarsi come ospite a tutti gli effetti del Forum. Sarà a Davos, insomma, ma per motivi diversi da quelli per cui tutti ci vanno. In ogni caso, fanno sapere i suoi collaboratori, tenendosi alla larga dagli incontri di finanzieri e investitori.

La pignoleria di Meloni è notevole, in questo senso, e risponde a logiche di propaganda. Anche se in effetti diversi dei protagonisti degli incontri di Davos di quest’anno hanno, com’è normale che sia, rapporti col governo italiano. Il più potente degli amministratori delegati, che ha svolto un ruolo decisivo nella definizione di buona parte del programma di Davos, è Larry Fink, l’amministratore delegato del fondo di investimento statunitense BlackRock che ha cospicui interessi nel settore bancario e industriale italiano, e che Meloni ha ricevuto con grandi onori a Palazzo Chigi nel settembre del 2024.

Non è comunque la prima volta che la partecipazione di un presidente del Consiglio a Davos genera polemiche. Nel gennaio del 2019, quando fu Giuseppe Conte ad andarci, la sua decisione fu accolta con critiche analoghe a quelle che Meloni oggi vuole scansare: fu ricordato a Conte quello che il Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo – cioè il suo partito e il suo fondatore – avevano detto per anni di Davos e di forum analoghi, descrivendoli grosso modo con gli stessi toni adoperati da Meloni.

Conte in effetti partecipò proprio con l’obiettivo di rassicurare gli investitori internazionali sulla sostenibilità finanziaria del programma del suo governo, populista e antieuropeista, che aveva appena approvato una legge di bilancio al termine di una burrascosa trattativa con la Commissione Europea. Incontrò tra gli altri Tim Cook, l’amministratore delegato di Apple, discutendo con lui di possibili investimenti in Italia. Ci tenne a dare l’immagine di un leader responsabile, a dispetto degli atteggiamenti spesso tutt’altro che istituzionali dei suoi vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

D’altronde è proprio quello il proposito fondamentale con cui i leader politici, non solo italiani, partecipano al Forum di Davos: promuovere il proprio governo, raccontare i programmi e le riforme che si stanno facendo e in definitiva convincere i facoltosi imprenditori presenti in platea e gli operatori di mercato a investire nel paese.

Proprio in questo contesto si sviluppò l’episodio più clamoroso, che causò grosse polemiche. Durante una pausa dei lavori del Forum, Conte si intrattenne a parlottare davanti a un bar con Angela Merkel, la cancelliera tedesca, a cui descrisse le continue gazzarre di Lega e Movimento 5 Stelle contro Francia e Germania in modo piuttosto irridente. Poi le garantì che la sua condotta, specie sulla gestione dei migranti, impediva a Salvini di attuare fino in fondo i suoi propositi sui cosiddetti “porti chiusi”, da cui il presidente del Consiglio prendeva invece le distanze.

La conversazione riservata fu ripresa da un operatore del programma televisivo di La7 Piazzapulita, e fece scalpore: Conte fu duramente criticato, e tutt’ora gli viene rimproverato quell’atto come una forma di servilismo o di subalternità a Merkel.

Altri presidenti del Consiglio, come Mario Monti e ancor più Mario Draghi, avevano una maggiore affinità col Forum di Davos. La partecipazione di Paolo Gentiloni, presidente a fine mandato nel gennaio del 2018, non fu invece delle più memorabili. Maggiori dibattiti accompagnarono l’intervento di Matteo Renzi nel 2015. Andò a Davos da segretario del Partito Democratico e presidente del Consiglio a promuovere le riforme istituzionali che il suo governo stava portando avanti, dicendo che era il momento giusto per investire in Italia, e che anche la riforma elettorale in discussione in parlamento, il cosiddetto Italicum, avrebbe consentito di avere una maggiore stabilità politica e un presidente del Consiglio forte di un incarico che sarebbe durato per tutta la legislatura, cioè per cinque anni.

Sono in buona sostanza gli stessi argomenti utilizzati ora da Meloni per sostenere la sua proposta di riforma elettorale, di cui però per ora non si conoscono i dettagli: l’Italicum fu del resto dichiarato incostituzionale nel 2017.

Il problema fu che proprio nel giorno in cui Renzi arrivò a Davos il Senato approvò un emendamento che, attraverso il cosiddetto supercanguro, snelliva significativamente le procedure di voto dell’Italicum, di fatto facendo decadere una gran parte degli emendamenti critici presentati, per lo più in modo strumentale, dalle opposizioni.

Questa forzatura, comunque legittima, unita al fatto che molti dei senatori di Forza Italia votarono a favore della riforma promossa da Renzi, generò grosse polemiche anche dentro al PD, dove la minoranza interna guidata da Pier Luigi Bersani protestò in modo vivace. E così, come spesso capita ai presidenti del Consiglio impegnati in missioni all’estero, mentre era a Davos Renzi si ritrovò a dover commentare per lo più faccende di politica interna.