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  • Lunedì 19 gennaio 2026

L’Australia attrae sempre più neozelandesi

Stipendi migliori e una nuova legge sulla cittadinanza spingono decine di migliaia di persone a trasferirsi ogni anno

Alcune persone in partenza dall'aeroporto di Wellington, in Nuova Zelanda (AP/Charlotte Graham-McLay)
Alcune persone in partenza dall'aeroporto di Wellington, in Nuova Zelanda (AP/Charlotte Graham-McLay)
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La Nuova Zelanda sta vivendo una delle crisi demografiche più gravi della sua storia recente: in un anno più di 72mila cittadini (una cifra considerevole, per un paese con poco più di 5 milioni di abitanti) hanno lasciato il paese per trasferirsi all’estero, il dato più alto dalla crisi finanziaria del 2008. E in più della metà dei casi hanno scelto la soluzione più comoda e immediata tra quelle disponibili: l’Australia, una meta particolarmente attrattiva per via della vicinanza geografica, di condizioni economiche più favorevoli e di una procedura di accesso alla cittadinanza che da un paio d’anni è stata notevolmente semplificata.

Sui giornali locali non è raro sentire parlare di “brain drain” (“fuga di cervelli”), e il governo neozelandese di centrodestra ha avviato quello che la ministra delle Finanze Nicola Willis ha definito un «ambizioso programma di riforme per rendere la Nuova Zelanda un paese in cui i cittadini più qualificati vogliano rimanere». Tra le misure annunciate ci sono incentivi fiscali per le imprese locali e l’introduzione di una legge per allentare le restrizioni sugli investimenti esteri.

Sono state avviate diverse campagne di sensibilizzazione per scoraggiare le partenze. Per esempio, la polizia neozelandese ha pubblicato un video che invita gli agenti a non trasferirsi in Australia, esagerando scherzosamente gli “svantaggi” di alcune regioni australiane: dal nord, dove ci sarebbero «grandi cose che mordono», alla costa orientale affollata di gente, fino al centro desertico e «molto lontano da tutto».

L’aumento delle partenze è dovuto al momento di grande fragilità dell’economia neozelandese. Durante la pandemia il governo aveva introdotto misure di sostegno per famiglie e imprese e mantenuto tassi di interesse molto bassi, interventi che hanno contribuito a sostenere l’economia ma anche ad alimentare l’aumento dei prezzi.

Con la fine di queste misure e il rialzo dei tassi, l’economia ha rallentato fino a entrare in recessione, con effetti diretti su lavoro e costo della vita. Anche chi ha un lavoro stabile si trova ad affrontare salari che crescono più lentamente dell’inflazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, come pane e latte. La fiducia dei consumatori non è ancora tornata ai livelli precedenti alla pandemia.

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Secondo uno studio condotto dal gruppo bancario britannico HSBC, nel 2024 l’economia della Nuova Zelanda ha registrato la maggiore contrazione del prodotto interno lordo tra tutti i paesi sviluppati. E stando alle stime più recenti la disoccupazione in Nuova Zelanda è al 5,3 per cento, il valore più alto degli ultimi dieci anni.

Mark Berger, direttore di NZRelo, una piattaforma che offre servizi e informazioni ai neozelandesi che si trasferiscono in Australia, ha detto al New York Times che l’aumento degli spostamenti è dovuto a ragioni molto concrete: stipendi più alti, migliori opportunità di avanzamento di carriera e un costo della vita più basso, che permette di risparmiare di più.

Ma ha contribuito anche la riforma introdotta due anni fa dal governo laburista di Anthony Albanese. La nuova normativa consente ai cittadini neozelandesi arrivati in Australia dopo il 2001 e residenti nel paese da almeno quattro anni di chiedere direttamente la cittadinanza, senza dover prima ottenere la cosiddetta residenza permanente. In precedenza, questo passaggio obbligatorio (lungo, costoso e con forti limitazioni nell’accesso ad alcuni servizi pubblici, tra cui sanità e welfare) aveva scoraggiato a lungo gli arrivi dalla Nuova Zelanda.

I dati sull’aumento dell’emigrazione dalla Nuova Zelanda vanno letti con cautela, dato che nell’anno fino a ottobre del 2025 gli ingressi di cittadini stranieri (quasi 110mila) hanno comunque superato le partenze dei neozelandesi. Paul Spoonley, sociologo della Massey University di Auckland, ha detto che il dato più preoccupante non è tanto quello delle partenze complessive, ma delle fasce d’età. Lasciano il paese molti cittadini tra i 25 e i 30 anni, e secondo Spoonley questa tendenza potrebbe tradursi «nella perdita di competenze che non possiamo permetterci di perdere».

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