Anche gli animali hanno problemi con la disinformazione

Ed è rischiosa per la loro sopravvivenza, secondo uno studio che offre nuovi spunti a un dibattito umano frequente

Un banco di pesci visto frontalmente
Un banco di pesci della famiglia dei Carangidi (Caranx sexfasciatus) nell’atollo di Huon, nella Nuova Caledonia, in Oceania (Alexis Rosenfeld/Getty Images)
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Spesso le persone partecipano con interesse al dibattito sui rischi della disinformazione, ma convinte che quei rischi riguardino sempre qualcun altro e mai loro stesse. Come quando si parla dei rischi delle truffe telefoniche. Diversi studi suggeriscono però da tempo di trattare la disinformazione come una questione biologica, un fatto che riguarda tutta la specie umana. E uno tra questi, uscito a dicembre, ha esteso questa considerazione anche ad animali non umani come pesci, uccelli e batteri.

Lo ha condotto un gruppo di ricerca guidato dal biologo Andrew Hein, del dipartimento di biologia computazionale dell’università Cornell a Ithaca, nello stato di New York. L’obiettivo dichiarato dello studio e di altri simili è apprendere informazioni sui meccanismi di trasmissione della disinformazione, ancora in gran parte sconosciuti, nei diversi sistemi biologici.

Un esempio tipico di disinformazione nel regno animale, scrivono i ricercatori e le ricercatrici, è quella che viene trasmessa «a cascata» negli stormi di uccelli, a partire da un falso allarme. Un singolo individuo dello stormo emette una particolare vocalizzazione, tipicamente prodotta quando c’è un pericolo, ma lo fa in assenza di una minaccia reale, perché ha interpretato male un segnale ambientale. Gli altri individui percepiscono quel richiamo di allarme e possono cominciare a produrre a loro volta richiami dello stesso tipo, trasmettendo il messaggio ad altri e amplificandolo.

Uno stormi di uccelli in volo sopra la bassa marea

Uno stormo di trampolieri, uccelli acquatici tipicamente costieri, in una riserva naturale a Snettisham, in Inghilterra (Dan Kitwood/Getty Images)

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La specialità di Hein sono le ricerche sulle interazioni sociali tra i pesci di particolari ecosistemi, come quelli dell’isola polinesiana di Moorea, circondata da un’estesa barriera corallina, nell’oceano Pacifico meridionale. Osservando i movimenti dei banchi di pesce pappagallo e di pesce chirurgo, specie erbivore diffuse nella barriera, Hein e i colleghi notarono che i pesci utilizzavano le informazioni sulla densità del banco e sulle azioni degli individui vicini per decidere se nutrirsi delle alghe in una determinata area o spostarsi velocemente da lì.

Quando il banco era poco numeroso, i pesci trascorrevano meno tempo a nutrirsi e più tempo in allerta. Quando invece il banco era molto affollato, i pesci traevano vantaggi che non avevano individualmente, perché lo stato di allerta era distribuito. Bastava che qualche pesce notasse la presenza di un predatore e cambiasse velocemente direzione, per diffondere l’informazione sul pericolo a tutto il banco, che in questo modo poteva mettersi in fuga.

Anche nel caso dei pesci succedeva però con una certa frequenza che il singolo si sbagliasse, perché non c’era un predatore. Nonostante l’assenza di pericoli, tutto il banco si dava all’improvviso a una fuga immotivata.

In termini generali, come scrivono gli autori e le autrici nello studio recente, la disinformazione può essere un problema nei sistemi biologici perché interferisce con la capacità dell’organismo singolo di adattare il suo comportamento in modo efficiente rispetto alle condizioni ambientali. E interessa diverse specie che vivono in grandi reti sociali, dai babbuini alle termiti, e condividono informazioni che possono essere distorte.

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La disinformazione riguarda però anche organismi meno complessi, come per esempio i batteri, che sono in grado di rilasciare segnali chimici per coordinarsi con altre cellule della stessa specie (un sistema di comunicazione noto come quorum sensing). Questa forma di scambio di informazioni permette ai batteri di reagire ai cambiamenti nell’ambiente e adattare i comportamenti di conseguenza. Ma batteri come l’Escherichia coli e la Salmonella typhimurium, per esempio, possono sovvertire questo sistema: “ingannano” altre specie batteriche perché utilizzano molecole usate come segnale da altri batteri, e questo dà loro maggiori probabilità di sopravvivenza nell’ambiente.

Analizzando i modelli matematici che avevano sviluppato per studiare la condivisione delle informazioni in qualsiasi specie, gli autori e le autrici dello studio hanno concluso che la disinformazione riguarda probabilmente tutti i sistemi di comunicazione nel mondo naturale. Rappresenta inoltre una minaccia per la sopravvivenza, perché può avere costi notevoli per il gruppo: non è un problema trascurabile, come invece ipotizzato in precedenza da altri biologi. I pesci che reagiscono a troppi falsi allarmi, per esempio, non rischiano «di perdere un solo pasto, ma di perderli tutti», ha detto Hein al New York Times.

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Esistono però delle contromisure alla disinformazione, che non eliminano la possibilità di falsi allarmi, ma ne limitano gli effetti. Nelle sue ricerche nell’isola di Moorea, Hein scoprì che quando i pesci nuotavano in piccoli gruppi erano in effetti estremamente sensibili ai movimenti degli individui che avevano intorno. Ma in banchi molto numerosi questa loro sensibilità si riduceva: serviva il movimento di molti più pesci per indurre un cambiamento nel comportamento collettivo. L’effetto dei falsi allarmi si disperdeva prima di poter prendere il sopravvento su tutto il banco.

Alcuni pesci pappagallo nuotano vicino alla barriera corallina

Un gruppo di pesci pappagallo dalla testa a picco (Chlorurus microrhinos) nuota sopra la barriera corallina dell’isola di Taravai, nella Polinesia francese (Alexis Rosenfeld/Getty Images)

I meccanismi di trasmissione della disinformazione nelle reti sociali delle diverse specie animali non sono chiari, e serviranno altri studi per scoprirli e modelli matematici più complessi per analizzarli. Ma un contributo molto importante dello studio del gruppo di Hein al dibattito sulla disinformazione nelle società umane è che, in generale, sposta l’attenzione dall’individuo singolo al gruppo e alla rete di condivisione delle informazioni: com’è fatta o quanto è densa, per esempio.

È per questo motivo che può avere senso, nel caso della specie umana, valutare anche strumenti di contrasto alla disinformazione che non agiscono sulle convinzioni o sulle azioni del singolo, ma piuttosto sulla rete stessa, per esempio rallentando la comunicazione. La limitazione della funzione di inoltro dei messaggi è un esempio di questo tipo, perché riduce la velocità con cui l’informazione e la disinformazione circolano all’interno della rete, nel bene e nel male.

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