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  • Domenica 18 gennaio 2026

I nuovi requisiti di Israele per le ong sono fatti apposta per complicare tutto

Impongono di non fare dichiarazioni che «delegittimano» lo Stato di Israele, e di fornire informazioni dettagliatissime sui propri dipendenti palestinesi

di Ginevra Falciani

Un campo per palestinesi sfollati a Deir al Balah, nella Striscia di Gaza centrale, il 15 gennaio 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Un campo per palestinesi sfollati a Deir al Balah, nella Striscia di Gaza centrale, il 15 gennaio 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
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All’inizio di gennaio Israele non ha rinnovato il permesso per operare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania a 37 organizzazioni umanitarie. Ha già ordinato ad alcune di fermare le attività, e dato tempo fino alla fine di febbraio per andarsene. Ha sostenuto che questo non avrà un impatto sull’assistenza umanitaria nella Striscia: non è proprio così, dato che alcune tra le organizzazioni vietate gestiscono da decenni iniziative fondamentali per la popolazione palestinese.

Il governo israeliano ha detto che queste organizzazioni non hanno soddisfatto i nuovi requisiti che ha imposto per operare. A marzo aveva chiesto a tutte le ong, anche quelle presenti da decenni nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, di ripresentare la richiesta di autorizzazione per lavorare in quelle zone. Autorizzazioni simili sono richieste in modo più o meno ufficiale in tutti i contesti di guerra, e nella Striscia le ong devono ottenerle anche da Hamas.

Nei moduli di Israele però c’erano due novità importanti. Chiedevano alle ong (e ai loro dipendenti) di astenersi da azioni e dichiarazioni che avrebbero «delegittimato» lo Stato di Israele – definizione vaghissima: ci arriviamo – e di fornire al governo una lista completa degli operatori palestinesi insieme ad alcuni loro dati sensibili: nome e cognome, indirizzo di residenza, numero di passaporto e composizione del nucleo familiare, fra le altre cose.

Israele ha detto che i dati sarebbero serviti ad accertare che queste persone non abbiano legami con organizzazioni terroristiche palestinesi, come Hamas. Israele ribadisce da tempo l’esistenza di questi presunti legami, anche se non ha mai fornito prove di una consistente infiltrazione di questi gruppi nelle ong che operano a Gaza.

Per le organizzazioni queste richieste sono l’ultima di una lunga serie di misure che Israele ha messo in atto per complicare e delegittimare il loro lavoro nella Striscia, adducendo ragioni di sicurezza. Hanno chiesto più volte al governo di incontrarsi e discuterne, senza successo.

– Leggi anche: Il blocco di Israele alle ong che operano a Gaza sta già avendo i suoi effetti

L’unità di terapia intensiva neonatale dell’ospedale Al Awda nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, il 15 gennaio 2026 (Moiz Salhi/APA Images via ZUMA Press Wire/ANSA)

Le organizzazioni si sono rifiutate di soddisfare le nuove richieste perché le considerano contrarie alle norme del diritto internazionale, alle modalità consolidate del soccorso umanitario in zone di guerra e ad alcuni principi fondamentali per il loro lavoro: neutralità, ossia non favorire nessuna delle parti coinvolte in un conflitto; imparzialità, cioè fornire aiuti esclusivamente sulla base della necessità e senza alcuna discriminazione; e indipendenza, ossia avere solo obiettivi umanitari e non essere legati alle parti coinvolte.

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Le organizzazioni che operano in contesti di guerra sono non solo abituate, ma di fatto obbligate a collaborare con tutte le parti di un conflitto. I rappresentanti di quattro ong a cui Israele non ha rinnovato i permessi hanno detto al Post che è normale in questi contesti dover negoziare con chi controlla un territorio per poter raggiungere la popolazione civile al suo interno, e che ogni tanto arrivano richieste simili a quelle fatte da Israele. Succede però molto raramente e solo da parte di gruppi o governi non democratici, che comunque non vengono mai accontentati.

«Noi operiamo in 32 paesi, e questo creerebbe un precedente», dice Manfredi Miceli, capo dei progetti del Danish Refugee Council a Gaza e in Cisgiordania, che in passato ha lavorato anche in Myanmar, Sudan e Venezuela. Le nuove condizioni sono problematiche anche sul piano pratico, dato che accettarle significherebbe esporsi al rischio che Hamas veda le ong come alleate di Israele e blocchi loro l’accesso alla popolazione civile della Striscia.

Inoltre la richiesta di astenersi da qualsiasi commento che possa «delegittimare» lo Stato di Israele impedisce sostanzialmente alle ong di emettere qualsiasi comunicato più o meno critico verso il governo israeliano. È un problema concreto: alcune organizzazioni scelgono di non esporsi mai contro le parti di un conflitto, mentre altre sono tenute dai propri principi a rendere pubblici tutti gli «atti di violenza estrema» a cui assistono durante le operazioni umanitarie. Nel caso della Striscia di Gaza questo potrebbe essere interpretato come un attacco a Israele.

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I membri della sezione spagnola di Medici Senza Frontiere forniscono assistenza sanitaria e vaccinazioni agli sfollati nel campo di Rafah, nella Striscia di Gaza meridionale, il 13 febbraio 2024 (ANSA/EPA/HAITHAM IMAD)

La richiesta di condividere una lista dei nomi degli operatori palestinesi è ancora più problematica. Se per far entrare gli operatori internazionali, in qualsiasi paese, questi hanno bisogno di ottenere un visto ed essere approvati dalle autorità competenti, le organizzazioni con cui ha parlato il Post hanno assicurato che per ragioni di sicurezza non hanno mai condiviso i nomi del loro staff locale con le parti in causa di un conflitto. Il contesto della Striscia di Gaza non fa eccezione, specialmente perché negli ultimi due anni Israele ha arrestato e ucciso centinaia di operatori umanitari, sia in attacchi più ampi che con bombardamenti mirati, sostenendo che fossero terroristi sotto copertura.

Tutte le organizzazioni hanno sempre respinto le accuse di Israele e dichiarato che sarebbe per loro controproducente assumere coscientemente una persona che ha legami con un gruppo armato. In ogni caso, per come funziona da decenni il soccorso umanitario, queste accuse non basterebbero a giustificare la richiesta di Israele di conoscere i dati sensibili degli operatori.

Per le organizzazioni europee questa richiesta si scontra anche con le normative sulla privacy, di cui Israele non sembra preoccuparsi particolarmente. Tutti i rappresentanti delle ong con cui ha parlato il Post hanno detto di aver chiesto a Israele delle spiegazioni aggiuntive su come sarebbero stati utilizzati questi dati, senza ottenere risposta.

«Negli ultimi due anni 15 dei nostri operatori sono stati uccisi e un medico ortopedico che lavora con noi dal 2018 è ancora detenuto nelle carceri israeliane senza accuse formali da ottobre del 2024», dice Monica Minardi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia. «Le nostre preoccupazioni non sono solo legittime dal punto di vista etico, ma sono anche un obbligo nei confronti del nostro staff, che dobbiamo proteggere in quanto loro datore di lavoro».

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