Wembanyama vuole insegnare agli statunitensi a fare gli ultras
Il giocatore francese di basket sta portando in NBA il tifo organizzato e ci sta riuscendo, più o meno: ha pure pagato a sue spese una trasferta per i tifosi

In NBA, il campionato di basket statunitense, si parla spesso di Victor Wembanyama e delle cose notevoli che sta facendo con i San Antonio Spurs. È un cestista fuori dal comune: è alto 2,24 metri (pare sia pure cresciuto nell’ultimo anno), ha buonissime capacità tecniche e si muove con un’agilità e una sinuosità impressionanti per quell’altezza.
Eppure, in questi mesi sta cercando di fare qualcosa di forse ancora più eccezionale per l’NBA: creare il primo gruppo di ultras della lega. Il tifo organizzato è piuttosto caratteristico nello sport europeo e sudamericano, ma negli Stati Uniti esiste quasi solo nel principale campionato di calcio (la MLS) e comunque in una forma abbastanza edulcorata.
Questa cosa succede perché negli Stati Uniti – e soprattutto in NBA – gli eventi sportivi sono pensati prima di tutto come una sorta di spettacolo e le squadre non possono permettersi la presenza di gruppi indipendenti, potenzialmente offensivi, pericolosi o persino politicizzati (come i veri ultras). Inoltre ci sono poche squadre “locali” e quelle più importanti sono franchigie, che possono cioè spostarsi da una città all’altra. Negli Stati Uniti è dunque molto più raro trovare quel forte legame storico, culturale e identitario, spesso alla base di una tifoseria organizzata.
In NBA, per esempio, il tifo organizzato non c’è mai stato davvero. Al massimo c’è il cosiddetto “muro” dei Los Angeles Clippers. È una parte riservata del loro palazzetto, dove si può entrare solo previo questionario e dove non si possono indossare maglie avversarie, pena l’esclusione a tempo indeterminato.
Per cambiare questa cosa, a settembre – cioè poco prima che iniziasse questa stagione di NBA – Wembanyama aveva tenuto dei provini per fondare il gruppo ultras dei San Antonio Spurs. Voleva appunto formare un gruppo ultras ispirandosi a quello del Paris Saint-Germain, la squadra che tifava da bambino.
L’obiettivo era anche quello di creare nel palazzetto una sezione riservata ai membri di tale gruppo, che avrebbero dovuto rimanere in piedi per tutta la partita suonando tamburi e cantando cori per creare «un’atmosfera da arena europea».
I provini sono stati alquanto particolari, ma efficaci
Il gruppo nacque nemmeno un mese dopo. Wembanyama – che se ne occupa personalmente – chiamò i tifosi “Jackals”, cioè sciacalli, che The Athletic ha spiegato essere l’equivalente europeo della mascotte degli “Spurs”, cioè dei coyote nordamericani. E nominò sette capitani, identificabili da una fascia che hanno sul braccio con il simbolo del gruppo (il muso di un coyote, appunto).
Il volto principale dei Jackals è Big Red, questo tifoso molto gasato
A inizio stagione gli ultras degli Spurs erano solo otto, ma stanno aumentando. Nel gruppo però ci sono solo 75 posti disponibili e per ottenerne uno bisogna fare dei provini.
Fare parte dei Jackals ha comunque i suoi vantaggi. Pagano 860 euro per un abbonamento stagionale. È poco, considerando che hanno posti molto vicini al campo e pure parcheggi privati. In cambio, però, devono presentarsi a ogni partita della stagione che si gioca in casa, cioè al palazzetto degli Spurs. È un modo per coinvolgere nel progetto solo tifosi davvero convinti, e quindi disposti a stare in piedi tutta la sera a cantare.
A meno di quattro mesi dalla loro fondazione, i Jackals hanno la loro pagina Instagram, i loro cori (li trovate sul sito degli Spurs), la loro curva (che ha un nome, la Tana degli sciacalli) e le loro “tradizioni”. Una è quella di suonare un tamburo dopo una vittoria e far battere le mani ai tifosi a un ritmo che va sempre più veloce e che si conclude con urla e applausi. È una cosa che fanno già i Vikings, una squadra di football americano, ma prende ispirazione dalla nazionale islandese di calcio, che festeggiava così le sue vittorie agli Europei del 2016.
I Jackals hanno fatto da poco anche la loro prima “trasferta”, pagata da Wembanyama. Sono andati a Las Vegas per vedere la finale di NBA Cup (il torneo annuale della lega), persa infine contro i New York Knicks. Prima della partita hanno fatto una cosa da “veri ultras europei”: sono entrati tutti assieme e rumorosamente dentro lo stadio quando ancora era vuoto.
Per quanto eccezionali nel contesto della NBA, i Jackals rimangono molto diversi dagli ultras europei. Sono controllati e gestiti dall’alto, non usano petardi né fumogeni e sono molto più carnevaleschi e meno seriosi. C’è chi si veste da Spider-Man (Spurs spidey) e chi si mette delle parrucche colorate; e la mascotte della squadra interagisce spesso con loro.
Ma non è una cosa che piace a tutti. Julian Champagnie, compagno di squadra di Wembanyama, ha suonato il tamburo una volta e ha detto che non lo vorrà fare mai più, nonostante il suo nome evochi qualcosa di decisamente festoso.



