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  • Venerdì 16 gennaio 2026

Quanto è solido il regime iraniano?

È strutturato per la sopravvivenza e ha un apparato di sicurezza compatto, capillare e brutale, ma anche varie debolezze che si stanno accumulando

Donne a Teheran davanti a un manifesto di propaganda, gennaio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Donne a Teheran davanti a un manifesto di propaganda, gennaio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
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Negli ultimi mesi l’Iran era spesso stato descritto come un paese debole e governato da un regime traballante: l’Asse della resistenza, cioè la rete delle sue alleanze costruita a livello internazionale, è stato smantellato in poco più di un anno; a giugno le forze armate del paese non sono riuscite a rispondere efficacemente ai bombardamenti di Israele e Stati Uniti contro i siti del programma nucleare; e l’economia iraniana è sempre più fragile e vicina al collasso. Allo stesso tempo, la repressione estremamente violenta delle proteste ha rafforzato l’immagine del regime iraniano come un sistema solido e brutale, che non si è fatto scrupoli a intimidire, spaventare e massacrare migliaia di persone, senza defezioni.

Come conciliare queste due immagini, quella di un regime infragilito e quella di un regime compatto, capace di soffocare le proteste più grandi degli ultimi decenni?

Le due cose in realtà coesistono. Il regime iraniano è strutturato per la sopravvivenza e ha varie caratteristiche che lo rendono difficile da rovesciare, soprattutto se a provarci è un’opposizione divisa e senza armi. Al tempo stesso fa i conti con alcune debolezze, sia interne sia esterne, che stanno peggiorando nel tempo e potrebbero renderlo sempre meno resistente.

Donne con in mano poster dell'ayatollah Ali Khamenei, 2012 (AP Photo/Vahid Salemi)

Donne con in mano poster dell’ayatollah Ali Khamenei, 2012 (AP Photo/Vahid Salemi)

Il primo elemento di forza del regime è la sua struttura. Pur avendo una leadership politica e religiosa chiara e riconosciuta da tutti – la Guida Suprema Ali Khamenei –, lo stato iraniano ha una struttura stratificata e complessa, che rende difficile rovesciarlo. L’idea è che se una parte del regime dovesse essere neutralizzata o dovesse disertare, c’è la possibilità di assorbirne la mancanza.

Lo si vede a tutti i livelli: l’Iran ha un presidente eletto (al momento Masoud Pezeshkian), ma buona parte del potere politico è detenuta dalla Guida Suprema. Ha un parlamento, ma molte decisioni strategiche vengono prese in concili e assemblee diverse. L’Iran ha un esercito regolare ma anche un corpo armato parallelo che detiene il grosso del potere militare (i Guardiani della rivoluzione) e altri corpi paramilitari potenti e capillari, come i bassij. Questa stratificazione è molto profonda, e rende impossibile per eventuali manifestanti o rivoluzionari concentrarsi su un solo obiettivo: i centri di potere sono numerosi, spesso sovrapponibili e in competizione tra loro.

Anche l’apparato di repressione del regime è particolarmente efficace perché, come il resto dello stato, non è concentrato in una singola istituzione. La repressione e il controllo sono affidati ai Guardiani della rivoluzione e ai bassij, affiancati dalla polizia, dall’intelligence e da altri corpi i cui ruoli molto spesso si sovrappongono. Questo crea una certa ridondanza, che però risulta molto efficace quando c’è da reprimere enormi proteste, perché il regime ha a sua disposizione migliaia di persone armate e leali, ciascuna con una propria catena di comando: se qualcuno diserta, ci sono sempre delle alternative.

– Leggi anche: Polizia, bassij e Guardiani della rivoluzione

Il pericolo delle diserzioni però è stato attenuato da un lavoro di selezione che va avanti da decenni, in cui vengono scelte le persone più attivamente e fanaticamente fedeli al regime.

La fedeltà non è soltanto ideologica: poiché gli apparati di sicurezza controllano buona parte dell’economia iraniana, molto spesso i loro membri devono al regime il proprio posto di lavoro, la propria sicurezza economica e perfino il proprio senso di identità. Come ha scritto l’analista Saeid Golkar su Al Jazeera, per i membri dell’apparato di repressione «il collasso del regime non è una transizione politica, è una minaccia esistenziale», a cui reagire con la massima prontezza e durezza.

In questo contesto, qualunque figura di opposizione che negli ultimi anni avrebbe potuto emergere come leader è stata rapidamente arrestata o uccisa. L’opposizione è politicamente divisa e incapace di agire in maniera incisiva. Le proteste senza leader, come quelle delle ultime settimane, sono potenti e capaci di coinvolgere moltissime persone, ma senza una struttura che le sostenga rischiano di spegnersi rapidamente davanti alla brutalità della repressione.

Il regime mantiene inoltre un assoluto monopolio della forza: i manifestanti e l’opposizione non hanno armi, o non ne hanno abbastanza per impensierire gli apparati di sicurezza.

– Leggi anche: Il regime iraniano ha represso le proteste con una brutalità senza precedenti

Membri dei bassij durante una parata militare, 2022 (AP Photo/Vahid Salemi)

Membri dei bassij durante una parata militare, 2022 (AP Photo/Vahid Salemi)

Tutto questo non deve far pensare però che il regime sia inscalfibile, anzi. Selezionare la classe dirigente in base alla lealtà e non alla competenza significa condannare lo stato a un declino inevitabile. Lo si è visto nella disastrosa gestione dell’economia, e anche nell’aumento eccezionale della corruzione, perché finché gli apparati rimangono fedeli al regime, il regime chiude un occhio su tutto il resto.

Questo processo di degradazione delle competenze è costante. L’Iran ha una burocrazia statale moderna che resiste da decenni ai cambi di regime, ma la cui efficacia si sta via via esaurendo. Con il tempo lo stato sta diventando sempre più disfunzionale.

La corruzione, la crisi economica e l’inefficacia dell’apparato statale contribuiscono alla crisi di legittimità: è impossibile fare sondaggi liberi in Iran, ma si ritiene che il regime abbia generalmente perso il sostegno della maggior parte della popolazione, comprese le classi sociali che fino a poco tempo fa stavano dalla sua parte.

Anche le difficoltà internazionali dell’Iran sono reali: per decenni il regime aveva sostenuto, finanziato e armato una serie di alleati regionali con l’obiettivo di garantire la propria difesa e capacità di attacco. Erano la Siria del dittatore Bashar al Assad, Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza, gli Houthi in Yemen, più altri gruppi sciiti in Iraq. Oggi la gran parte di questi alleati è stata eliminata o gravemente indebolita. Questo rende l’Iran più esposto e vulnerabile ad attacchi esterni, come si è visto nella guerra dei 12 giorni di giugno.

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