I prezzi aumentano, ma quelli della spesa di più: perché?

Se lo sta chiedendo l'Antitrust, che ha avviato un'indagine conoscitiva sulla grande distribuzione organizzata

Il reparto ortofrutta di un supermercato di Roma (Valentina Stefanelli /LaPresse)
Il reparto ortofrutta di un supermercato di Roma (Valentina Stefanelli /LaPresse)
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A dicembre l’AGCM, l’autorità italiana per la concorrenza meglio nota come Antitrust, ha avviato un’indagine conoscitiva sulla grande distribuzione organizzata (GDO). Il presupposto dell’indagine è questo: com’è possibile che da tempo il costo di fare la spesa al supermercato cresca in maniera più marcata rispetto al costo generale della vita? Se ne accorge chiunque frequenti i supermercati, che continua a spendere sempre di più nonostante la questione dell’inflazione sia considerata perlopiù risolta.

Le ipotesi sono due: o è solo una questione statistica, ed effettivamente c’è un rincaro a monte dei prodotti venduti al supermercato, soprattutto del cibo; o i supermercati hanno approfittato degli anni di grande inflazione per far crescere i prezzi più di quanto la merce fosse effettivamente rincarata, speculando e facendo così salire i profitti. La seconda ipotesi è quella che deve accertare l’Antitrust, mentre sulla prima si possono dare alcune spiegazioni.

Partiamo da un assunto di base, cioè che l’inflazione è un problema generalmente superato. Gli ultimi dati di Istat dicono che a dicembre in Italia l’inflazione generale è stata dell’1,2 per cento su base annua, il che significa che se a dicembre del 2024 un prodotto costava 100 euro oggi costa 101,2.

È considerata una crescita dei prezzi tutto sommato sana, visto che in economia si ritiene ideale una crescita media dei prezzi intorno al 2 per cento: né troppo accentuata da creare problemi ai consumatori, come quando nel 2022 superò il 10 per cento, né troppo stagnante a indicare un’economia ferma.

Il fatto è che l’inflazione misura l’aumento dei prezzi generalizzato, quindi è una media sull’andamento dei prezzi di una serie di prodotti che gli istituti di statistica chiamano “paniere di beni”, e che è rappresentativo degli acquisti di un consumatore medio. Alcuni di questi prezzi scendono, e abbassano la media, e altri aumentano, alzandola. Come si vede dal grafico i prezzi dei prodotti alimentari contribuiscono a farla salire, come tutti quelli in blu, mentre quelli dei prodotti in rosso a farla scendere.

Tutti noi consumiamo cibo e prodotti del supermercato con più frequenza rispetto ad altri, perciò abbiamo una netta percezione di questo aumento. L’Istat raggruppa questi consumi nel cosiddetto “carrello della spesa”, quell’insieme di prodotti che considera rappresentativo della spesa di un consumatore medio in Italia: comprende i beni alimentari, ma anche quelli per la cura della casa e della persona, come il detersivo per i piatti e lo shampoo. A dicembre i prezzi del carrello della spesa erano del 2,2 per cento più alti rispetto a un anno prima, cioè quasi il doppio dell’inflazione generale (all’1,2 per cento). Come si vede dal grafico è dall’autunno del 2024 che questi prezzi seguono un andamento piuttosto altalenante.

E se si amplia l’osservazione la differenza resta significativa: da gennaio 2021 a dicembre 2025 il carrello della spesa è rincarato del 26,4 per cento, contro un’inflazione generale del 19,3.

Il motivo per cui il costo di fare la spesa aumenta più di tutto il resto è legato al fatto che soprattutto i prezzi dei prodotti alimentari sono più soggetti a improvvise oscillazioni, perché risentono della stagionalità e di cose imprevedibili come i grandi eventi climatici o le guerre. Due esempi recenti sono l’aumento del costo del cacao degli ultimi anni – innescato da eventi climatici nei paesi produttori e aggravato da cause strutturali – e quello del grano a causa della guerra in Ucraina, uno tra i maggiori produttori al mondo.

Eventi straordinari possono portare ad aumenti eccezionali nel prezzo del cibo, eppure coerenti con le oscillazioni a cui sono abitualmente soggetti i prodotti alimentari: a dicembre in Italia il cacao e il cioccolato in polvere costavano il 20 per cento in più di un anno prima, il caffè il 18 per cento, la carne e le uova quasi l’8.

Questi sono i prezzi proposti al consumatore finale dai supermercati, le cui associazioni di categoria negli ultimi anni hanno sempre giustificato i rincari col fatto che le merci erano rincarate a loro volta anche per loro, e che quindi dovevano rivenderle a prezzi più elevati: la pasta costava di più perché c’era la guerra in Ucraina, i detersivi erano rincarati perché costava di più il packaging, e via così.

Il dubbio dell’Antitrust è che questo non sia del tutto vero.

Un negozio Esselunga in provincia di Milano (Alessandro Bremec/LaPresse)

L’Antitrust sostiene che anche a fronte di quotazioni stabili o addirittura in discesa i rivenditori possano aver usato il loro potere di mercato per proporre in modo ingiustificato prezzi sempre più elevati. Non solo a svantaggio dei consumatori, che nel frattempo sapevano del problema generale dell’inflazione e quindi giustificavano i rincari, ma anche dei fornitori, che al contrario lamentano di avere margini di guadagno sempre più bassi, e quindi non sarebbero all’origine degli aumenti.

L’Antitrust pensa che possa esserci un problema di concorrenza. Dato che la GDO in Italia è sempre più fatta da pochi grandi gruppi, questi sfrutterebbero la loro posizione per imporre ai loro fornitori di comprare la merce a prezzi non congrui. E i fornitori sarebbero costretti ad accettarli perché dal lato loro è tutto il contrario, soprattutto nel settore alimentare: sono perlopiù piccole aziende agricole a rifornire i supermercati, aziende disposte a vendere a prezzi non vantaggiosi pur di non perdere il grande supermercato come cliente.

A dire dell’Antitrust c’è quindi un problema di squilibrio tra i due estremi della filiera: acquirenti troppo grandi e potenti contro un sistema di fornitura frammentato e con scarso potere contrattuale. La cosa da capire è se questa dinamica di mercato sia all’origine dei rincari degli ultimi anni, oppure se lo sia l’aumento del costo dell’energia e delle materie prime.

In questi anni di grande inflazione non è la prima volta che i supermercati si trovano nella posizione di dover difendere le loro scelte di prezzo. Dopo il picco di rincari tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, quando dunque il prezzo dell’energia, delle materie prime e dei prodotti alimentari iniziò a normalizzarsi, l’opinione pubblica e i media osservarono con attenzione se si stessero adeguando anche i prezzi dei supermercati: la normalizzazione gradualmente arrivò, ma le associazioni dei consumatori li accusavano di scarsa trasparenza e di applicare un margine superiore rispetto al passato.

Le associazioni della GDO hanno sempre smentito, sostenendo anzi di non aver mai scaricato del tutto gli aumenti di prezzo sui consumatori e di aver assorbito parte dei rincari grazie soprattutto alle cosiddette private label, cioè i prodotti a marchio del supermercato che costano meno di quelli di marca. L’Antitrust sta indagando anche su questi prodotti: siccome costano meno sono molto venduti, e siccome sono molto venduti le catene di supermercati potrebbero aver imposto ai fornitori prezzi ancora più bassi, almeno secondo l’Antitrust. In ogni caso l’indagine è solo conoscitiva: ha l’obiettivo di capire meglio come funziona il mercato analizzato, non per forza porterà a provvedimenti contro le aziende.

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