La campagna per il referendum sulla giustizia è fatta soprattutto di mistificazioni
Sia da parte dei sostenitori sia da parte degli oppositori: e mancano ancora quasi 70 giorni al voto

Il Consiglio dei ministri ha stabilito la data del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia: si voterà domenica 22 e lunedì 23 marzo. Mancano dunque 67 giorni alla consultazione, e sarà un tempo in cui i sostenitori e i detrattori della riforma potranno spiegare le loro ragioni. La campagna referendaria però è già iniziata da tempo, almeno dalla fine di ottobre, quando il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge. E finora, da un lato e dall’altro, il dibattito è stato caratterizzato da semplificazioni e mistificazioni notevoli, più che da un confronto ragionato sul merito della riforma.
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Le premesse, del resto, non erano state incoraggianti. Il primo novembre, all’indomani del quarto e decisivo passaggio parlamentare della riforma, sul Fatto Quotidiano venne pubblicato un articolo in cui si spiegava come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, i due magistrati palermitani assassinati da Cosa Nostra nell’estate del 1992, fossero entrambi contrari all’ipotesi della separazione delle carriere – quelle dei magistrati requirenti e dei magistrati giudicanti, cioè i pubblici ministeri da un lato e i giudici dall’altro – che è uno degli elementi principali della riforma promossa dal governo di Giorgia Meloni. Lo si faceva citando un supposto intervento di Borsellino a Samarcanda, un talk show condotto da Michele Santoro su Rai 3 tra il 1987 e il 1992, del 23 maggio 1991; e riportando dichiarazioni attribuite a Falcone e tratte da una sua presunta intervista a Repubblica del gennaio del 1992.
Solo che Borsellino non era mai stato ospite di Samarcanda, e non aveva mai detto le cose che gli erano state attribuite. Quanto all’intervista di Falcone a Repubblica, semplicemente non esisteva. Si trattava di due notizie false, che circolavano in rete da un po’ di tempo e che erano state evidentemente prese per vere. Non solo dal Fatto Quotidiano – il cui direttore Marco Travaglio poi si scusò per l’errore pur rivendicando la bontà dell’operato del suo giornale – ma anche da vari attivisti o utenti semplici dei social network, che le rilanciarono. Una settimana dopo anche il magistrato calabrese Nicola Gratteri, capo della procura di Napoli e una delle figure più esposte in sostegno del “No”, cioè in opposizione alla riforma, lesse nuovamente le parole di Falcone durante un’intervista a DiMartedì, su La7, citando la fantomatica intervista a Repubblica. Dovette poi scusarsi pure lui.
Nicola Gratteri, procuratore di Napoli e frontman del No al referendum, legge una falsa intervista di Giovanni Falcone contro la separazione delle carriere: uno di quei meme che girano su Facebook e Whatsapp, talvolta sul Fatto. Se pure da pm verifica così le prove siamo fottuti. pic.twitter.com/tLjryyoEkx
— Luciano Capone (@lucianocapone) November 11, 2025
Più di recente, invece, il tentativo di utilizzare strumentalmente personaggi illustri a sostegno della propria propaganda ha indotto in errore un esponente del fronte del “Sì”. Andrea Cangini, giornalista di grande esperienza ed ex senatore di Forza Italia, segretario generale della fondazione Luigi Einaudi che è tra le principali animatrici del comitato SìSepara, l’11 gennaio ha scritto sull’HuffPost un articolo in cui ha preteso di intuire che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella voterà a favore della riforma. Cangini ha recuperato una vecchia seduta dell’ottobre del 1997 della cosiddetta Bicamerale – una commissione parlamentare presieduta da Massimo D’Alema nata con l’ambizione, poi rivelatasi vana, di promuovere riforme costituzionali col sostegno trasversale dei partiti – nella quale Mattarella, allora deputato del Partito popolare italiano, votò a favore dell’istituzione di un doppio Consiglio superiore della magistratura (CSM), misura presente anche nella riforma voluta dal governo Meloni.
Sulla base di questo elemento, e tenendo in considerazione i ripetuti appelli fatti dal capo dello Stato in questi ultimi anni contro le degenerazioni correntizie della magistratura, le stesse che la riforma attuale si propone di arginare attraverso l’elezione per sorteggio dei membri dei due CSM, Cangini è arrivato a questa conclusione: «Ce n’è abbastanza, crediamo, per ipotizzare che al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati Sergio Mattarella voterà Sì».
Poche ore dopo la presidenza della Repubblica ha inviato allo stesso giornale una nota per smentire il tutto, e per suggerire a entrambi gli schieramenti di tenere fuori Mattarella e le sue presunte volontà dal dibattito sul referendum. «Naturalmente nessun desiderio di impedire libere interpretazioni né ricostruzioni, anche proiettate ad alcuni decenni addietro, ma è fortemente auspicabile che ci si astenga dal tentativo, comunque vano e improduttivo, di cercare di arruolare il Presidente della Repubblica in uno schieramento o semplicemente in una posizione politica», sta scritto nella nota.
Per ottenere “giudici che dipendono dalla politica”, come dice QUESTO TRUFFALDINO, VERGOGNOSO MANIFESTO DEI COMITATI PER IL NO, occorrerebbe che: 1) lo preveda la Costituzione, MENTRE L’ATTUALE RIFORMA ADDIRITTURA LO VIETA (ART. 104 COMMA PRIMO) 2) lo prevedano tecnicamente una… pic.twitter.com/8onoL2JXD4
— Gian Domenico Caiazza (@gdcaiazza) January 5, 2026
Nei primi giorni dell’anno hanno suscitato grande clamore i cartelloni esposti in varie stazioni ferroviarie italiane per volere di Giusto Dire No, il comitato contrario alla riforma promosso in primo luogo dall’Associazione nazionale magistrati (ANM), cioè il sindacato dei magistrati. «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum, vota NO», era lo slogan.
L’iniziativa ha suscitato grande indignazione tra i favorevoli alla riforma e in generale tra osservatori e commentatori di vario orientamento, per via dell’evidente mistificazione contenuta nel messaggio. La separazione delle carriere viene da tempo considerata, da parte di chi la contesta, come un passaggio preliminare alla decisione di sottomettere il pubblico ministero al ministero della Giustizia, come in effetti avviene nella maggior parte dei paesi europei dove vige la separazione delle carriere, cioè in quasi tutti.
Questo ulteriore passaggio, però, non è presente nel testo della riforma: e da parte del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del presidente del Senato Ignazio La Russa e di altri importanti esponenti della maggioranza, pur a dispetto di loro vecchie dichiarazioni, è stato ribadito che non c’è l’intenzione di subordinare i magistrati inquirenti al governo, e che d’altronde per fare questo andrebbe nuovamente cambiata la Costituzione, in particolare l’articolo 104 in base al quale «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».
Anche Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha criticato duramente questa iniziativa, dicendo che «la campagna che è stata fatta dall’ANM nelle stazioni» in realtà «delegittima i magistrati». Nella stessa conferenza stampa Meloni ha poi – più o meno esplicitamente ma sempre in modo molto chiaro – attribuito alle inefficienze della magistratura una serie di problemi che vengono imputati al suo governo, anzitutto quello sulla sicurezza urbana, sostenendo che il permissivismo o il lassismo dei giudici vanificherebbe il lavoro svolto dalla politica e dalle Forze dell’ordine per contrastare l’illegalità.
Subito dopo alcuni dirigenti del suo partito ne hanno approfittato per rilanciare in modo più veemente le accuse ai magistrati e completando il ragionamento in modo piuttosto curioso: dicendo che se vincerà il Sì, e la riforma diventerà legge, si eviterà che questi presunti casi di «buonismo» da parte dei giudici si ripetano, e si avranno dunque meno reati e una maggiore certezza della pena. Il più determinato è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami. «Solo con la riforma della giustizia avremo città più sicure. Basta buonismo e scarcerazioni facili: chi sbaglia deve pagare», ha scritto. Ha citato poi una serie di casi di cronaca in cui, a suo avviso, proprio gli errori o le trascuratezze dei giudici sarebbero stati alla base di violenze e assassinii.
La veridicità di questo assunto è quanto meno discutibile, cioè che davvero una gran parte dei reati urbani sia attribuibile alla benevolenza che i magistrati riservano a chi viene arrestato o segnalato. Ma il punto è che non si capisce affatto in che modo una riforma che introduce la separazione delle carriere e l’elezione sorteggiata dei membri di due CSM possa ridurre questo presunto problema, rispetto al quale nel testo del disegno di legge approvato dal parlamento non c’è assolutamente nulla che possa influire né in modo diretto né in modo indiretto.



