Come si è arrivati alla liberazione di Alberto Trentini
È servita la cattura di Maduro, ma anche una dichiarazione del governo italiano che il Venezuela aspettava da tempo
di Laura Fasani

La liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini è avvenuta dopo 423 giorni di ingiusta detenzione nel carcere El Rodeo I di Caracas, in Venezuela, e dopo intricate trattative diplomatiche su cui la riservatezza è sempre stata molto elevata. Trentini, insieme all’imprenditore torinese Mario Burlò, è stato scarcerato all’interno di una più ampia liberazione di detenuti politici venezuelani (tra cui anche italo-venezuelani, come il dissidente Biagio Pilieri) e internazionali, decisa dal governo di Delcy Rodríguez pochi giorni dopo gli attacchi statunitensi e la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Oltre al governo e al ministero degli Esteri, nelle negoziazioni sono stati coinvolti anche i servizi segreti, il Vaticano, rappresentanti politici venezuelani, e ovviamente gli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rivendicato «il grande lavoro della nostra diplomazia» e ha detto che ora l’Italia ripristinerà «appieno» le relazioni diplomatiche con il Venezuela. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ringraziato Rodríguez «per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni».
Le dichiarazioni di Meloni e Tajani sono in linea con l’approccio adottato dal governo italiano negli ultimi giorni, che per la prima volta – a partire dalla conferenza stampa di “fine anno” di Meloni, che si è tenuta venerdì – ha riconosciuto Rodríguez come un’interlocutrice politica, cosa che non aveva mai fatto con Maduro. Era la richiesta del Venezuela fin dall’inizio: liberando gli ostaggi e i prigionieri internazionali, il paese cerca così di accreditarsi a livello internazionale, nonostante la contrarietà di alcuni esponenti del governo, come il ministro dell’Interno Diosdado Cabello.
Trentini era stato arrestato a novembre del 2024 senza accuse formali perché il regime di Maduro, al potere dal 2013 e rieletto nel 2024 con brogli documentati, puntava a ottenere una forma di riconoscimento politico da parte del governo italiano. È la cosiddetta diplomazia degli ostaggi, una pratica frequente nei regimi illiberali e nelle dittature, e applicata anche dal Venezuela. L’Italia si era però sempre rifiutata di riconoscere il regime venezuelano come legittimo.
– Leggi anche: Cos’è la diplomazia degli ostaggi
Il governo italiano non si era mosso in questo senso neanche subito dopo la nomina di Rodríguez. Anzi, aveva fatto due cose con ogni probabilità sgradite al nuovo governo venezuelano: la presidenza del Consiglio aveva detto di considerare legittimo l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, definendolo «di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza»; e poi Meloni aveva telefonato a María Corina Machado, la leader riconosciuta dell’opposizione venezuelana e quindi una diretta avversaria di Rodríguez, dicendosi fiduciosa sull’inizio di una transizione democratica nel paese senza Maduro (in realtà in quei giorni Donald Trump aveva escluso Machado da ogni processo decisionale sul futuro del Venezuela).
A metà novembre inoltre, in occasione dell’anniversario di detenzione di Trentini, la sua avvocata Alessandra Ballerini aveva detto che sarebbe stato un importante segno di distensione se l’Italia avesse ribadito la necessità di rispettare il diritto internazionale nelle tensioni crescenti tra Stati Uniti e Venezuela. L’Italia allora non aveva fatto dichiarazioni simili; lo ha fatto invece il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez subito dopo gli attacchi statunitensi, e i detenuti spagnoli sono stati i primi a essere annunciati ufficialmente giovedì.
Negli ultimi anni l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero ha svolto un ruolo ambiguo di mediatore con il Venezuela, stando sempre attento a non delegittimare né condannare mai il regime di Maduro. E secondo la ricostruzione del quotidiano El País proprio Zapatero ha mediato per i detenuti spagnoli, insieme al presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e al Qatar.

Armanda Colusso, madre di Alberto Trentini, a palazzo Marino a Milano, 15 novembre 2025 (ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
L’azione diplomatica italiana si è mossa su più fronti: nei mesi scorsi sono circolate varie indiscrezioni sui giornali, ottenute da fonti a conoscenza delle trattative e sempre rimaste anonime, nessuna delle quali è mai stata confermata ufficialmente. Ci sono stati anche vari momenti di stallo, che a novembre la madre di Trentini, Armanda Colusso, aveva denunciato, accusando l’Italia di non fare abbastanza per liberare suo figlio.
– Leggi anche: La madre di Trentini ha accusato il governo di non aver fatto abbastanza per liberare suo figlio
Dopo mesi di silenzio sulla vicenda, dalla scorsa estate c’erano stati diversi segnali che indicavano un’intensificazione dell’attività diplomatica. A luglio per esempio il direttore generale per gli italiani all’estero, Luigi Vignali, era stato nominato inviato speciale per i detenuti italiani in Venezuela. Nelle settimane successive Vignali aveva poi provato ad arrivare a Caracas, senza però riuscirci.
A settembre poi l’ambasciatore a Caracas Giovanni De Vito aveva potuto finalmente visitare Trentini e Burlò nel carcere El Rodeo I per la prima volta: li aveva incontrati poi di nuovo a fine novembre. Dopo la prima visita di De Vito, il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli aveva chiamato la sua omologa Andrea Corao, ringraziandola, e avevano parlato della situazione dei detenuti. Anche questa chiamata era stata ritenuta un importante segno di distensione nei rapporti tra i due paesi.

Un gruppo di fedeli venezuelani con la fotografia del santo José Gregorio Hernández Cisneros nel giorno della cerimonia di proclamazione in piazza San Pietro a Roma, 19 ottobre 2025 (AP Photo/Andrew Medichini)
Un momento particolarmente importante per le trattative è stata anche la proclamazione di due santi venezuelani, José Gregorio Hernández Cisneros e María Carmen Rendiles Martínez, il 19 ottobre scorso. Alla cerimonia in Vaticano si erano infatti incontrate una delegazione italiana che ha seguito le trattative – con l’ambasciatore De Vito, l’inviato speciale Vignali e il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli, che ha consolidati rapporti in Venezuela e ha seguito il caso di Trentini da vicino – e una delegazione venezuelana, di cui faceva parte tra gli altri la ministra delle Donne e delle Pari opportunità Yelitze Santaella. Alla cerimonia erano presenti anche l’arcivescovo di Caracas Raúl Biord (ringraziato anche da Tajani in conferenza stampa lunedì per il suo impegno per Trentini), il sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato della Santa Sede, Edgar Peña Parra, e il cardinale Baltazar Porras, che in quell’occasione aveva espressamente nominato i prigionieri politici.
Del resto il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, conosce benissimo la situazione in Venezuela. Parolin è stato per anni nunzio apostolico (cioè ambasciatore della Santa Sede) a Caracas, dove ha molti e consolidati rapporti, ed è stato centrale nelle trattative diplomatiche internazionali lavorando a un’intesa per l’esilio di Maduro in Russia.
Queste telefonate e questi incontri sono stati tutti tentativi per cercare di instaurare un dialogo con il Venezuela in condizioni complicate (cioè sempre senza un riconoscimento politico del regime), e così tentare di liberare Trentini.
Come emerso da varie ricostruzioni sui giornali e anche secondo alcune fonti informate sulla trattativa sentite dal Post, il riconoscimento politico non è però stata l’unica richiesta del Venezuela. Eppure in questo caso non c’erano contropartite evidenti come era stato per la giornalista italiana Cecilia Sala, che l’Iran aveva infatti arrestato nel 2024 per scambiarla con Mohammed Abedini Najafabadi, un ingegnere iraniano accusato di trafficare in tecnologia militare.
Ha avuto un peso il processo per riciclaggio in cui erano imputati a Roma il ministro dell’Industria del Venezuela Alex Saab Moran – tra i più rilevanti del governo di Maduro e uno dei più vicini all’ex presidente – e l’italiana Camilla Fabri, viceministra per la Comunicazione internazionale del Venezuela. I due, marito e moglie, erano accusati di riciclaggio e intestazione fittizia (cioè a un prestanome) di beni: la procura sosteneva che in passato avessero gestito in Italia grosse somme di denaro di origine illecita. Il Venezuela puntava a ottenere una soluzione del processo favorevole per Saab e Fabri, cosa che in Italia non si può chiedere dal momento che la magistratura è autonoma rispetto alla politica.
Saab ha peraltro un precedente simile: era stato detenuto negli Stati Uniti dal 2021 con accuse di riciclaggio di denaro e corruzione e nel 2023 l’amministrazione statunitense di Joe Biden lo aveva rilasciato in cambio della liberazione di 10 statunitensi detenuti in Venezuela. La vicenda giudiziaria italiana è però diversa per molti aspetti: perché Saab non è in carcere, perché non è in Italia e perché il processo a suo carico era ancora in corso quando Trentini è stato arrestato. Si è chiuso il 30 ottobre con un patteggiamento, e la notizia è stata resa nota solo pochi giorni fa.
Parlando con il Post, diverse fonti a conoscenza della trattativa avevano comunque segnalato il 30 ottobre come data possibile per la scarcerazione del cooperante italiano, appunto in concomitanza con l’esito del processo di Saab e Fabri. Non è stato così, ma al momento è difficile ricostruire con certezza perché: l’ipotesi più solida è che l’accordo sia saltato con l’intensificazione delle campagna di pressione degli Stati uniti su Maduro. Non ci sono però conferme ufficiali al riguardo.

L’avvocata Alessandra Ballerini e Armanda Colusso con uno striscione per Alberto Trentini a palazzo Marino a Milano, 15 novembre 2025 (ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
Il Fatto Quotidiano aveva rivelato che a metà dicembre era andato in Venezuela un rappresentante venezuelano dell’ONU, Alberto López, per cercare di trattare direttamente con Maduro per Trentini, ma dopo gli attacchi statunitensi in Venezuela di inizio gennaio la situazione si è ulteriormente complicata. Il 6 gennaio però il ministro degli Esteri Tajani aveva detto di avere insistito sulla necessità di liberare gli italiani detenuti in Venezuela durante una riunione del G7, e che il segretario di Stato americano Marco Rubio aveva assicurato il suo sostegno. Tajani aveva fatto in particolare i nomi di Trentini, di Burlò, del petroliere Luigi Gasperin e di Biagio Pilieri, oppositore politico e giornalista italo-venezuelano. Gli ultimi due sono stati liberati negli scorsi giorni.
In questi ultimi giorni le informazioni su Trentini sono state molto confuse. Venerdì la ong venezuelana Justicia, Encuentro y Perdon, che si occupa dei prigionieri politici, ha detto al Post che non aveva notizie e che in generale la situazione era molto complicata perché le scarcerazioni stavano procedendo a rilento e in modo poco trasparente. Tajani intanto aveva ripetuto che il governo stava tentando «il possibile e l’impossibile» per liberare il cooperante italiano. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha la delega ai servizi segreti, aveva chiesto il silenzio per non compromettere le trattative.
Al Post risulta che il nome di Trentini non fosse stato inizialmente inserito nella lista dei prigionieri politici da liberare, e che una delegazione italiana composta da politici e servizi segreti sia andata a Caracas per cercare di convincere il governo venezuelano a liberarlo. Lunedì Tajani ha infine detto di avere ricevuto domenica sera la notizia della scarcerazione di Trentini dal suo omologo venezuelano, Yván Gil.



