Non siamo fatti per immaginarci in guerra

Anche se l'attualità suggerisce di considerarla, è una prospettiva che in Occidente tendiamo a escludere per meccanismi cognitivi, psicologici ed evolutivi

Alcune persone camminano fuori da un cinema
La locandina del film del 2022 Niente di nuovo sul fronte occidentale fuori da un cinema a Berlino (AP Photo/Markus Schreiber)
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La distinzione tra ciò che sembra e ciò che non sembra plausibile è una parte fondamentale del modo in cui gli esseri umani formano le loro credenze sul mondo. Ma ultimamente il confine tra una cosa e l’altra sembra sempre più indefinito e incerto. La spudoratezza con cui Donald Trump e la sua amministrazione stanno minacciando di invadere altri paesi e rivendicando un ordine mondiale basato sulla legge del più forte sta costringendo anche la parte di mondo più ricca, e da decenni in pace, a confrontarsi con la possibilità di scenari che erano impensabili.

Se per milioni di persone nel mondo è stata la quotidianità anche negli ultimi decenni, immaginarsi in guerra, da europei nel 2026, è una prospettiva invece molto più incredibile. Ma oggi non è così assurdo prenderla in considerazione. Titoli di giornale come La Francia e gli alleati discutono la risposta alla possibile invasione statunitense della Groenlandia, uno tra i molti simili comparsi nei giorni scorsi sulla stampa internazionale, sono effettivamente descrizioni fattuali della realtà: la possibilità di un attacco militare a un paese della NATO, e peraltro da un paese alleato, è stata concretamente annunciata e discussa dai principali leader mondiali.

In generale abbiamo un rapporto duplice con gli scenari più catastrofici, come le guerre, le pandemie e gli eventi collettivi che mettono a rischio la sopravvivenza. Da una parte ne siamo affascinati e attratti, come dimostrano testi sacri e innumerevoli prodotti culturali sul tema della fine del mondo, specialmente nelle culture occidentali. Dall’altra tendiamo a escluderli dalle ipotesi plausibili, perché contraddicono i modelli soggettivi di spiegazione del mondo della maggior parte delle persone, e costringono a rivedere conoscenze e schemi di pensiero preesistenti.

Una persona in controluce, con il monumento sullo sfondo

Una persona cammina davanti al Memoriale della pace di Hiroshima, in Giappone, il 9 luglio 2025 (AP Photo/Eugene Hoshiko)

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Nella vita di tutti i giorni il rapporto con gli eventi collettivi che minacciano l’esistenza non riflette la fissazione culturale per l’apocalisse, perché la maggior parte delle persone nel XXI secolo e in molti paesi del mondo considera quegli eventi improbabili sulla base dell’esperienza. E questo può portare a sottovalutarne il rischio, anche in presenza di segni più o meno evidenti. Il discorso cambia e la predisposizione è chiaramente diversa quando la guerra è invece parte dell’esperienza quotidiana: in quei contesti immaginarla e prevederla è più facile di quanto lo sia per la maggior parte dei paesi ricchi e occidentali.

If London Were Syria, uno spot del 2014 prodotto dall’agenzia inglese Don’t Panic per l’ong Save the Children, in occasione del terzo anniversario dell’inizio della guerra civile siriana. Immagina l’evoluzione della vita di una ragazzina inglese durante un’ipotetica guerra civile a Londra.

Una teoria molto diffusa nelle neuroscienze, sviluppata tra gli altri dal neuroscienziato inglese Karl Friston, descrive il cervello come un sistema basato su princìpi statistici, che prende decisioni a partire dalle incertezze del mondo esterno: è chiamata teoria del cervello bayesiano, dal nome del matematico inglese del XVIII secolo Thomas Bayes, noto per i suoi studi sulla statistica.

Secondo questa teoria, soprattutto quando le informazioni disponibili sono incerte o ambigue, il modo in cui le persone interpretano la realtà è condizionato dalle loro esperienze passate e dalle aspettative create a partire da quelle esperienze. Il cervello funzionerebbe cioè come una specie di macchina che genera costantemente previsioni sul futuro per ridurne l’incertezza. Una notizia sorprendente e imprevedibile, in questo schema, è vista come un input che disattende quelle aspettative e genera nell’individuo un errore di predizione.

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In un contesto storico, sociale ed economico stabile gli errori di predizione sono relativamente rari, ma quando il contesto è incerto e le notizie imprevedibili sono frequenti gli errori di predizione aumentano e portano, in teoria, a un aggiornamento graduale del modello interno. L’obiettivo del cervello, in altre parole, è ridurre il fattore “sorpresa” e l’effetto dirompente e caotico dell’informazione imprevista.

Per quanto suggestiva e utile come modello per descrivere le caratteristiche di alcune psicopatologie, la teoria del cervello bayesiano è anche criticata perché semplifica il funzionamento del cervello nei contesti reali e presuppone una spiegazione troppo meccanicistica del modo in cui si formano le credenze e le convinzioni. Secondo diversi studiosi questo modello sottovaluta i molti fattori variabili che possono influenzare le stime individuali di probabilità di un evento.

Nel caso delle guerre, per esempio, prevederle con largo anticipo è difficile perché spesso sono il risultato di un insieme confuso di fattori politici, economici e umani, di fronte ai quali il cervello potrebbe non reagire come farebbe di fronte a una minaccia diretta alla sopravvivenza. La reazione individuale alle notizie impreviste è peraltro influenzata anche dalla percezione condivisa di un determinato pericolo all’interno del gruppo sociale di appartenenza. E questo, a seconda del gruppo, può portare a sovrastimare o sottostimare la probabilità di uno scenario catastrofico.

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Di fronte a un ciclo continuo di notizie di eventi collettivi sconvolgenti e imprevisti alcune reazioni individuali potrebbero inoltre portare non a un aggiornamento del modello di spiegazione del mondo, ma a una difesa delle convinzioni preesistenti. Diverse ricerche sull’esperienza della pandemia da Covid-19, per esempio, mostrano come uno stress prolungato e collettivo possa influenzare il modo in cui le persone valutano le nuove informazioni, spesso rafforzando pregiudizi ottimistici o pessimistici esistenti, invece di aggiornarli sulla base dei nuovi dati disponibili.

Una donna scatta una foto a un edificio danneggiato

Una donna scatta una foto a un edificio danneggiato dopo la caduta di un drone, vicino a un manifesto militare, a Mosca, il 23 agosto 2023 (Getty Images)

In generale l’esposizione ininterrotta a notizie di incertezza e instabilità può portare a una desensibilizzazione agli stimoli e a una riduzione delle facoltà cognitive e psichiche che la teoria del cervello bayesiano presuppone. Secondo lo psichiatra e neuroscienziato americano Judson Brewer, professore alla Brown University, in tempi recenti è aumentata la difficoltà delle persone a gestire da un lato un bisogno compulsivo di rimanere informate, e dall’altro l’ansia che aumenta man mano che assimilano nuove informazioni per soddisfare il primo impulso.

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Il motivo per cui consultare ossessivamente i social network o i siti di news lascia gli utenti iperstimolati e insoddisfatti, secondo Brewer, è perché le tecnologie moderne hanno dirottato «antichi sistemi di sopravvivenza». I nostri antenati svilupparono quella che alcuni ricercatori definiscono «curiosità da privazione»: un impulso che emerge di fronte a una lacuna informativa da colmare e che è associato al rilascio di dopamina (lo stesso neurotrasmettitore coinvolto nelle dipendenze). Era un meccanismo di sopravvivenza, perché tracce di animali mai viste prima potevano indicare la presenza di predatori pericolosi, per esempio, e riuscire a colmare rapidamente le lacune informative era questione di vita o di morte.

Questo sistema funzionava quando le informazioni erano scarse e difficili da reperire, ha scritto Brewer, ma funziona meno bene in un contesto in cui le persone ricevono nello stesso momento notizie affidabili, notizie inaffidabili ma prodotte in buona fede, disinformazione intenzionale e propaganda.

Il sistema di elaborazione delle informazioni, in origine funzionale alla sopravvivenza, viene attivato da stimoli spesso concepiti per provocare paura, indignazione e clic compulsivi. E deve gestire complessità con cui i nostri antenati non dovevano confrontarsi, ha scritto Brewer, perché di fronte a una tigre dai denti a sciabola «non avevano bisogno di fermarsi a chiedersi se si trattasse di un deepfake».

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In un contesto simile l’esposizione continua a notizie allarmanti, incluse quelle affidabili e che dovrebbero ricevere particolare attenzione, può portare al logoramento di quel sistema di gestione delle informazioni e di valutazione e previsione del pericolo. Le due tipiche reazioni estreme sono opposte ed entrambe controproducenti, secondo Brewer. Una è la diffidenza verso qualsiasi informazione, che comporta il rischio di perdersi quelle importanti. L’altra è l’ipervigilanza costante e la fiducia in ogni nuova informazione, che porta a un’ansia generalizzata e a un senso di sopraffazione di fronte a notizie contrastanti.

La tendenza a giudicare come improbabili degli scenari futuri estremamente negativi, nonostante gli eventuali segni di quegli scenari, può dipendere in definitiva da molti fattori. L’incertezza dovuta sia alle circostanze storiche sia alle conseguenze del sovraccarico di informazioni, in particolare, può condizionare i meccanismi alla base del normale funzionamento del cervello, che smette di aggiornare credenze e convinzioni esistenti, e attribuisce maggior valore a quelle anziché ai dati che potrebbero contraddirle.

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