Il tema su cui Giorgia Meloni è più in affanno è sempre l’economia
Nella tradizionale conferenza stampa “di fine anno” ha usato argomenti un po' fumosi e si è contraddetta parecchio

«Sicurezza e crescita sono i miei due focus principali di questo anno», ha detto Giorgia Meloni nella tradizionale conferenza stampa “di fine anno”, che però ormai da tre anni si tiene all’inizio dell’anno nuovo. È un’affermazione a suo modo notevole, tra le varie interessanti dette in quasi tre ore di colloquio coi giornalisti alla Camera, perché è bizzarro che un governo di destra, che proprio sulla sicurezza e sulla crescita aveva costruito gran parte della propria propaganda elettorale, si ponga questi obiettivi dopo oltre tre anni di mandato.
Sulla sicurezza Meloni è ricorsa a un espediente retorico piuttosto efficace, criticando la sinistra, in sostanza, per avere a lungo negato l’esistenza di un problema che ora proprio da sinistra viene contestato; sulla crescita invece le argomentazioni sono state in certi casi fumose, in altri contraddittorie, quasi sempre piuttosto deboli.
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Quando ha provato a descrivere la coerenza e la solidità degli impegni adottati per favorire gli investimenti e la produttività, Meloni ha paradossalmente messo in evidenza soprattutto le mancanze del governo e, in particolare, del ministero delle Imprese guidato da Adolfo Urso. Rispondendo a una sollecitazione di Vincenzo Miglietta di Radiocor sulla necessità di definire una strategia chiara e duratura per la politica industriale, Meloni ha detto che «avere una pluriennalità nei provvedimenti è esattamente quello che noi abbiamo cercato di fare». In effetti non è così: anzi, in questi tre anni le misure in sostegno della produttività sono state caratterizzate da ripensamenti caotici e clamorosi.
Significativamente, uno dei provvedimenti citati da Meloni è stato l’iperammortamento, cioè un’agevolazione fiscale cospicua per le imprese che acquistano beni strumentali. Meloni ha rivendicato che nell’ultima legge di bilancio è previsto un finanziamento per tre anni di questa misura (anche se lo ha confuso col superammortamento): ma ciò che è notevole è che l’iperammortamento è un’agevolazione introdotta nel 2017 dal governo di centrosinistra, che il governo di Meloni, una volta insediatosi, ha voluto sostanzialmente eliminare, salvo poi recuperarla dopo tre anni trascorsi a sperimentare nuove misure che si sono infine dimostrate fallimentari, e che poi sono state modificate più volte in modo confusionario dal ministero delle Imprese. Questo dà l’idea di come la strategia industriale del governo sia stata finora il contrario della «strutturalità» citata da Meloni.
D’altro canto, la presidente del Consiglio ha evidenziato che pure il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese «è permanente»: ma lo è dal 2000, quando fu introdotto da un altro governo di centrosinistra grazie a una legge del 1996. Da quel momento è sempre stato mantenuto da tutti i presidenti del Consiglio, con le modifiche e gli aggiornamenti del caso.
Non è certo un male che governi di destra confermino misure adottate da governi di sinistra, o viceversa, se queste dimostrano di funzionare: ma se dopo oltre tre anni Meloni magnifica norme introdotte dai suoi predecessori, si ha un po’ l’impressione della pochezza della politica industriale del suo governo. La strategia industriale del governo avrebbe dovuto essere definita dal “Libro Bianco” del ministero delle Imprese, che secondo Urso sarebbe stato pronto per febbraio 2025. Come ha ricordato di recente Luciano Capone sul Foglio, di quel documento, undici mesi dopo la scadenza promessa, non si ha notizia.
Meloni ha sottolineato alcuni dati positivi sull’economia italiana, con buone ragioni: dai giudizi lusinghieri delle agenzie di rating all’abbassamento dello spread, dai dati assai positivi sull’occupazione a quelli incoraggianti sul potere d’acquisto; ne ha taciuti altri, meno entusiasmanti, sulla propensione al risparmio e sui consumi interni. Ma è normale che una leader politica tenda a evidenziare quel che va meglio, quando sta al governo.
A volte ha cercato perfino di dare maggiore consistenza ad alcune statistiche: per esempio spiegando che l’ISTAT ha rivisto al rialzo la crescita registrata nel 2023, che non era dello 0,7 per cento ma dell’1 per cento («e anche psicologicamente, una cosa è l’1 per cento, una cosa è lo zero virgola»), o argomentando sul fatto che le misure introdotte dal governo hanno piuttosto rafforzato i salari netti, mentre l’ISTAT prende in considerazione quelli lordi. Sono ragionamenti che hanno fondamento, ma che tuttavia non possono modificare granché il giudizio su due dati inequivocabili: una produzione industriale che è calata per 32 mesi su 36 durante il governo Meloni, e una crescita economica che, secondo Eurostat, di qui al 2028 sarà tra le più basse d’Europa.
L’economia italiana? La premier #Meloni elogia i dati sulla disoccupazione (che a novembre è scesa al 5,7%), parla di una possibile revisione al rialzo del Pil 2024 e Pil 2025, ed elenca tre priorità per rilanciare la crescita: sostenere l’occupazione, abbassare i prezzi… pic.twitter.com/2bt3YCroEb
— Class CNBC (@classcnbc) January 9, 2026
Qua e là Meloni ha citato nuovi progetti del governo necessari per risolvere questi problemi. Ha ribadito che intende «lavorare per abbassare i prezzi dell’energia», che in Italia sono particolarmente alti, ed è, ha detto, «un altro dei provvedimenti sui quali il governo sta lavorando in queste settimane e che punto a portare in uno dei prossimi Consigli dei ministri». È una buona notizia, di per sé. Ma il punto è che quel decreto è atteso da quasi otto mesi: è dal maggio del 2025, infatti, che viene annunciato, e poi rinviato, e quindi posticipato, e puntualmente Meloni di tanto in tanto – lo ha fatto a Rimini, a fine agosto, e poi di nuovo a settembre, da New York, prima di oggi – torna a dire che per il governo è una priorità.
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Anche per la crisi dell’ex ILVA, ricordata da Andrea Carugati del Manifesto, Meloni ha sostanzialmente preso tempo. Parlando dell’eventuale vendita dell’acciaieria di Taranto, ha detto che è aperta una fase di negoziazione, ma non ci sono e non ci saranno «impegni vincolanti da parte del governo» fino a quando non potrà «dare risposte chiare su quello che ci sta a cuore, e cioè un solido piano industriale, la tutela del lavoro e la sicurezza della comunità». Ha lasciato dunque intendere che servirà ancora parecchio tempo.
Eppure il 3 ottobre del 2024 Urso aveva annunciato che con ogni probabilità l’assegnazione dell’impianto sarebbe avvenuta «già agli inizi del prossimo anno», cioè del 2025. Ora siamo agli inizi del 2026, e non c’è ancora alcuna soluzione in vista. «Quando non ci sono annunci non è perché non ce ne stiamo occupando, semmai è l’esatto contrario», ha garantito Meloni. Questa sua prudenza stride un po’ con l’atteggiamento del suo ministro delle Imprese, che ha al contrario annunciato più volte l’imminente risoluzione della crisi dell’ex ILVA.
Vale un po’ lo stesso anche per il cosiddetto “piano casa”. Meloni lo aveva annunciato a fine agosto, durante il suo discorso al Meeting di Rimini. Da allora ci sono state varie indiscrezioni, ma alla fine nella legge di bilancio non è stato inserito alcun investimento in tal senso. Lo stesso Matteo Salvini, il ministro delle Infrastrutture che sta curando il progetto, ha mostrato un certo fastidio. Durante la conferenza stampa Meloni ha detto che «siamo in dirittura d’arrivo», e che il progetto, «molto ampio», ha come obiettivo quello di «mettere a disposizione 100mila nuovi appartamenti e case a prezzi calmierati ragionevolmente nei prossimi 10 anni». Ha spiegato di non aver dato ulteriori dettagli perché intende rivelarlo in modo più preciso quando verrà approvato, cioè «nelle prossime settimane».
Meloni invece non ha accennato affatto all’altra sua grande promessa fatta nel 2025, quella di stanziare 25 miliardi di euro a favore delle imprese per fare fronte agli effetti dei dazi di Donald Trump: era l’8 aprile quando annunciò il progetto, e dopo 9 mesi non si è ancora capito bene se e quando queste risorse verranno messe a disposizione degli imprenditori.

Un momento della conferenza stampa (Filippo Attili/LaPresse)
In certi casi Meloni ha attribuito le responsabilità dell’affanno di alcuni settori industriali alle politiche dell’Unione Europea. Lo ha fatto per esempio in riferimento al settore delle auto, per giustificare gli scarsissimi ritmi produttivi in Italia di Stellantis, che nel 2025 ha prodotto poco più di 213mila auto (380mila contando anche i furgoni prodotti nello stabilimento abruzzese di Atessa): è il dato più basso dal 1955 e drammaticamente lontano dal milione di auto all’anno fissato da Urso come l’obiettivo preteso dal governo (fin dal 2023). Tuttavia, con le stesse regole europee, in Spagna e in Francia Stellantis produce quasi rispettivamente il triplo e il doppio delle auto, anche grazie a costi dell’energia più bassi e a piani governativi che offrono migliori prospettive.
In altri casi Meloni ha invece ricondotto il problema della produttività industriale a fattori strutturali: «un tessuto economico fatto da molte piccole e medie imprese che chiaramente per loro natura hanno più difficoltà a investire e a innovare», un accesso al credito «che da noi è molto spesso difficile e certamente più oneroso che in altri sistemi», lo stato delle infrastrutture «che da noi sono storicamente più carenti» che altrove, e poi «regole e adempimenti nel mercato del lavoro» particolarmente gravosi.
Sono in effetti caratteristiche consolidate del sistema economico italiano, che tuttavia sono spesso esaltate dalla destra: la stessa Meloni ha elogiato le virtù del tessuto produttivo fatto da imprese di piccole o piccolissime dimensioni. Il punto è che, oltre all’analisi dei problemi, da una presidente del Consiglio in carica da oltre tre anni, cioè un tempo straordinariamente lungo per la media dei governi italiani, ci si attenderebbe anche l’indicazione di una soluzione, o di misure adottate per migliorare la situazione. Qui l’argomentazione di Meloni è stata del tutto carente.
Così come quando, poco dopo, ha riconosciuto che molti giovani italiani sono spinti a cercare lavoro all’estero anche per via dei «salari di primo ingresso». È un problema su cui lei in passato era stata severissima nel criticare altri governi, e invece ora ha detto che «forse questa è una valutazione che ancora non abbiamo fatto». Ha anche spiegato che se meno della metà degli italiani che vanno a fare un’esperienza all’estero poi torna in patria è perché «gli altri sistemi sono molto capaci nell’attrarre le persone di valore e nel cercare di trattenerle, e questo è l’altro elemento sul quale secondo me bisogna lavorare». Nella legge di bilancio appena approvata non c’è nessuna misura significativa su questo. «Ma è sicuramente un focus che ho in testa», ha assicurato Meloni.



