Quando Elsa Morante «diventò un mito»
Cioè quando uscì “Il mondo salvato dai ragazzini” e sembrò prevedere i movimenti del 1968, racconta Ludovica Lugli nel libro "Le chiavi magiche"

Nel suo primo libro, Le chiavi magiche, la giornalista del Post Ludovica Lugli, conduttrice del podcast Comodino, accompagna alla lettura dei libri di Elsa Morante e racconta la sua vita, adottando il punto di vista di una lettrice molto appassionata che su quei libri e in quella vita ha passato moltissime ore negli ultimi anni. Capitolo dopo capitolo Lugli prende in esame ciascuno dei libri pubblicati da Morante, da La Storia a quelli meno conosciuti al grande pubblico come Aracoeli e Lo scialle andaluso, raccontando in che momento della sua vita li scrisse, le storie che li legano e i posti in cui presero forma, e spiegando qualcosa anche di com’era l’Italia intorno. Il titolo Le chiavi magiche rimanda a un’espressione che Morante – della cui morte sarà il 40esimo anniversario il 25 novembre – usò per descrivere Il mondo salvato dai ragazzini, un’inconsueta raccolta di poesie che sembrò prevedere i movimenti di contestazione giovanile del 1968. È l’argomento del terzo capitolo del libro.
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Nel 1967 una lunga poesia di Elsa Morante intitolata La canzone degli F.P. e degli I.M. fu pubblicata sul numero di luglio-dicembre della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”. La poesia distingue le persone in due categorie, indicate dalle sigle del titolo: i Felici Pochi, che sono una minoranza, e gli Infelici Molti, che sono tutti gli altri.
Gli F.P. sono persone che vivono la vita appieno, e sono immuni al conformismo e al consumismo. Dal punto di vista degli I.M., sono ingenui, sognatori, poco pratici e fuori luogo, oltre che ribelli perché sono estranei ai concetti di “decoro”, “ordine” e “buon senso”. Gli F.P. conoscono la vera allegria e sanno quali sono le cose reali, quelle davvero importanti, come il comandamento ancora rivoluzionario di amare gli altri come se stessi. Possono apparire anticonformisti, strani, disadattati o pazzi, ma se rifiutano le regole e i modelli di comportamento imposti è perché si oppongono all’infelicità della maggioranza. Sono piuttosto anarchici e soprattutto allegri, dell’allegria che per Morante è il vero amore per la vita. Antonio Gramsci e Simone Weil erano F.P., secondo Morante, e al pari loro alcuni importanti artisti, come il compositore Wolfgang Amadeus Mozart e il poeta Arthur Rimbaud. Gesù era l’«F.P. supremo», mentre era un «F.P. predestinato» Paolo Rossi, lo studente della Sapienza di Roma che nel 1966, a diciannove anni, fu pestato da un gruppo di estremisti di destra mentre faceva volantinaggio per i candidati di sinistra alle elezioni universitarie: morì a causa dei colpi subiti.
Di F.P. ce ne sono «di giovani e di vecchi» anche se «difficilmente arrivano in tempo a farsi vecchi», come dimostrano gli esempi citati.
Gli I.M. invece sono la maggioranza che passa il tempo a «fabbricare trafficare istituire organizzare classificare propagandare», e sono tristi. Vogliono reprimere gli F.P. e imporre la propria versione della felicità, che però è tristissima, molto più triste dell’infelicità degli F.P., che pure esiste.
Ve lo ripetiamo: Infelici Molti, rassegnatevi. Rassegnatevi
o Infelici Molti, perché tanto è inutile.
Non c’è niente da fare
nien-te-da-fa-re!
La vostra felicità è triste da asfissiare
e invece l’infelicità
dei Felici Pochi
evviva
quanto respira allegra!
Possibile che dopo centinaia di migliaia di milioni di disastri questa commedia fallita si deva ancora replicare?!
Morante cominciò a lavorare su queste poesie nell’ottobre del 1964. In quello stesso mese, all’Università di Berkeley, in California, uno studente era stato fermato dalla polizia mentre pubblicizzava le attività di un gruppo politico per il riconoscimento del diritto di voto agli afroamericani: il rettore dell’università infatti aveva vietato qualsiasi tipo di attività politica all’interno del campus. Lo studente si rifiutò di dare i propri documenti e i poliziotti lo fecero salire nella propria automobile. Non riuscirono tuttavia a portarlo via perché una folla di giovani li circondò per proteggerlo. La protesta andò avanti per più di trenta ore e fu il primo atto di un grande movimento studentesco per chiedere la libertà di parola nelle università, e successivamente per protestare contro la guerra in Vietnam e la coscrizione obbligatoria, e portare avanti altre battaglie sociali. Il movimento si sarebbe esteso a tutti gli Stati Uniti e poi all’Europa.
Le persone nate dopo la fine della seconda guerra mondiale avevano circa vent’anni: erano la prima generazione cresciuta in tempo di pace, la prima ad accedere in gran numero agli studi universitari e a ballare e cantare la musica pop. Per questo si trovavano sempre di più in contrasto con le regole sociali costrittive del passato e le posizioni politiche che si erano irrigidite negli anni cinquanta, con l’inizio della Guerra fredda. Tra loro cominciavano a diffondersi idee di non-violenza, libertà sessuale, parità tra i generi e rispetto dell’ambiente. Molti ragazzi contestavano la leva obbligatoria, si facevano crescere i capelli lunghi (da cui il soprannome “capelloni”) e scappavano di casa per rifiutare le regole dei genitori.
Le contestazioni sarebbero aumentate moltissimo con il 1968, l’anno che divenne il simbolo delle proteste dei giovani, ma molto stava già succedendo, anche in Italia.
Nel febbraio del 1966, a Milano, due ragazzi e una ragazza minorenni furono processati con l’accusa di aver “corrotto” le menti dei propri coetanei con un articolo pubblicato sulla “Zanzara”, il giornale scolastico del liceo Parini. L’articolo raccoglieva le opinioni di nove studentesse su temi come i rapporti sessuali prematrimoniali, gli anticoncezionali e le relazioni tra sesso e religione. Nel giorno del processo (che finì con un’assoluzione) gli studenti delle scuole superiori di Milano manifestarono in gran numero a sostegno dei tre imputati.
A fine aprile, dopo la morte di Paolo Rossi, la facoltà di Lettere della Sapienza fu occupata dagli studenti per la prima volta e in varie città italiane furono organizzati dei cortei contro i gruppi di estremisti di destra che usavano la violenza su studenti e professori di sinistra, e che a Roma ricevevano il sostegno e la copertura del rettore e della polizia.
Nei primi mesi del 1967 gli studenti universitari di Pisa occuparono la sede dell’ateneo per chiedere una rappresentanza analoga a quella dei sindacati e associarsi alle lotte della classe operaia. A Trento invece gli studenti e il direttore della facoltà di Sociologia si scontrarono per l’organizzazione di un dibattito sulla guerra in Vietnam.
A novembre venne occupata la Cattolica di Milano, per contestare l’aumento della retta universitaria e pretendere la pubblicazione dei bilanci dell’università. Contro l’aumento delle tasse universitarie protestarono anche gli studenti di Torino, che occuparono Palazzo Campana, nel centro della città. Le occupazioni furono interrotte con l’intervento delle forze dell’ordine.
La canzone degli F.P. e degli I.M. non parlava esplicitamente delle proteste degli studenti, pur menzionando Paolo Rossi, ma era affine al loro spirito. «Non era prevedibile, il nostro ’68, quando Elsa scrisse la Canzone, nonostante le anticipazioni statunitensi», ha scritto Goffredo Fofi, «ma era come se la Canzone lo prevedesse, fosse stata scritta con quella convinzione, e avesse eletto i suoi lettori tra coloro che, nelle università ma non solo, si sperava giungessero a ribellarsi.»
Nel 1968 Morante era una scrittrice di cinquantasei anni, conosciuta soprattutto per essere la moglie separata di Alberto Moravia, un’amica di Pier Paolo Pasolini e l’autrice dell’Isola di Arturo, che però tra i ventenni non era molto conosciuto. Con Il mondo salvato dai ragazzini «diventò un mito» (a usare quest’espressione fu Alain Elkann nella lunga intervista a Moravia poi pubblicata come biografia dello scrittore).
Come ti dicevo il libro uscì il 4 maggio: è sicuramente una coincidenza ma solo il giorno prima c’era stata la grande manifestazione alla Sorbona di Parigi che aprì il cosiddetto “maggio francese”, il culmine delle proteste studentesche del Sessantotto.
Già nei mesi precedenti Morante aveva spedito copie della Canzone degli F.P. e degli I.M. a molte persone, tra cui Giulio Carlo Argan, che apparteneva alla sua stessa generazione e insegnava alla Sapienza. Il 9 marzo, qualche giorno dopo la “battaglia di Valle Giulia”, in cui migliaia di studenti dell’università si scontrarono violentemente con la polizia, lo storico dell’arte rispose a Morante: «Cara Signora, è stato molto gentile pensare che la “canzone” poteva aiutarmi a capire meglio certe cose che mi stanno accadendo. In queste settimane incontro molti F.P., più di quanti credevo che ce ne fossero. Si riconoscono dai lividi e dai cerotti: un regalo degli I.M. d’ogni ordine e grado, accademico, ministeriale, militare. Le assicuro che sono mirabilmente allegri, come gli I.M. (anche di questi ne incontro tanti: vedesse, in Consiglio di Facoltà, che collezione!) miserabilmente tristi. Così ho la prova (ma lo sospettavo) che la poesia è profezia, prima o poi accade».
Il mondo salvato dai ragazzini «forse è il solo libro bello che abbia mai scritto», disse Morante intervistata da Costanzo Costantini sul “Messaggero di Roma” il 13 gennaio 1980. Probabilmente è anche quello che oggi viene letto meno e finora è stato meno studiato. È unico nell’opera della scrittrice, e anche se non c’entra nulla con le sperimentazioni della neoavanguardia è comunque del tutto originale, e quasi caleidoscopico per la gran quantità di rimandi e citazioni di altri testi letterari, filosofici e religiosi. Lo hai capito, è molto legato all’anno in cui uscì, ma sarebbe sbagliato leggerlo solo come un documento di quel periodo, perché lo spirito di ribellione di cui parla vale per tutti i tempi ed è universale. Credo che anche oggi sia un libro perfetto da tenere sempre sul comodino, da risfogliare ogni tanto, una sera che si va a dormire da sole, oppure viceversa da cui leggere qualche pagina ad alta voce alla persona che dorme con noi.
Descrivere Il mondo salvato dai ragazzini è difficile, come è difficile descrivere gli F.P., perché facendolo si ha l’impressione di imprigionarlo, di comprimere in modo ingiusto l’oggetto poliedrico e iridescente che è. Vengono in mente proprio le sbarre del dipinto riprodotto sulla copertina, dove un mondo di colori si intravede al di là di un’inferriata. Tuttavia, proprio perché è il libro di Morante a cui è più difficile arrivare spontaneamente, a meno che qualcuno non ce lo regali come un amuleto contro l’infelicità, o ce lo raccomandi come antidoto quando ci sentiamo estranei al mondo, vale la pena provarci.

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