Le elezioni in Iraq, una questione delicata
Il paese vota per rinnovare il parlamento tra corruzione diffusa, divisioni etniche e religiose e la forte influenza dell'Iran

Le elezioni di martedì in Iraq sono le settime da quando l’invasione degli Stati Uniti mise fine al regime di Saddam Hussein, nel 2003. Saranno ancora molto osservate, non solo e non tanto per vedere chi le vincerà, ma per valutare la tenuta di un sistema democratico ancora fragile, molto corrotto e fortemente basato sulle identità etniche e religiose. Ci si aspetta che votino in pochi, in un crescente clima di sfiducia verso la politica e per l’effetto di annunciati boicottaggi. Non ci sarà probabilmente un chiaro vincitore: l’Iraq ha un sistema parlamentare in cui le molte liste e coalizioni rimangono impegnate in lunghe trattative dopo il voto. L’ultima volta, nel 2021, servì oltre un anno per avere un governo: nel frattempo ci furono scontri e oltre 30 persone vennero uccise.
Nonostante negli ultimi anni sia riuscito a non essere coinvolto direttamente nelle guerre in Medio Oriente, l’Iraq resta fortemente condizionato dal vicino Iran e di conseguenza al centro di attenzioni e pressioni anche da parte degli Stati Uniti (nemici dell’Iran).
Si vota per rinnovare i 329 seggi del parlamento unicamerale del paese. La coalizione favorita è il Quadro di coordinamento sciita (CF), lo schieramento dell’attuale primo ministro Mohammed Shia al Sudani. Dal 2003 nessun primo ministro ha fatto due mandati, e anche se il Quadro di coordinamento dovesse vincere è difficile che al Sudani venga confermato.

Il primo ministro Mohammed Shia al Sudani a un comizio elettorale il 7 novembre 2025 (AP Photo/Hadi Mizban)
Alcuni partiti della coalizione vogliono un nuovo leader, e gli Stati Uniti lo considerano troppo vicino alle potenti milizie filoiraniane che sono ancora presenti e assai influenti in Iraq, anche a livello politico. Molte si sono presentate alle elezioni con una propria lista, tra cui Kataib Hezbollah, la più potente e considerata un’organizzazione terroristica dagli Stati Uniti.
Gran parte delle milizie fu creata nel 2014 e riunita nelle Forze di mobilitazione popolare, con l’obiettivo di combattere l’ISIS. Sono state ufficialmente assorbite dall’esercito iracheno nel 2016, ma mantengono tuttora una larga autonomia e contatti stabili e diretti con il governo iraniano. Gli Stati Uniti chiedevano già al governo uscente di isolarle e di fatto smantellarle, ma non è successo: le milizie restano enormemente influenti nella società e nella politica irachene. A differenza di altri gruppi simili, come Hezbollah in Libano, negli ultimi due anni si sono tenute in gran parte fuori dai conflitti con Israele e sono rimaste forti nonostante le ridotte possibilità del regime iraniano, che invece è stato parecchio indebolito.

Manifesti elettorali a Baghdad, il 16 ottobre 2025 (AP Photo/ Hadi Mizban)
Nel simbolo elettorale del partito di al Sudani c’è una gru da cantiere, che vuole ricordare il grande sviluppo del settore delle costruzioni pubbliche degli ultimi anni (strade, ponti, edifici). In Iraq le infrastrutture sono carenti in molti ambiti, compreso quello energetico (i blackout sono frequenti), nonostante le enormi risorse di petrolio e gas. Durante il suo mandato il governo ha assunto oltre un milione di dipendenti pubblici, creando una rete clientelare e compromettendo le non floride finanze dello stato. La corruzione è radicata e coinvolge tutti i livelli dell’amministrazione pubblica, mentre disoccupazione e povertà sono diffuse e sono oggi le questioni principali per gli elettori, anche più della sicurezza.
Nel 2021 al Sudani divenne primo ministro anche se a vincere le elezioni fu il Movimento Sadrista, partito rivale sciita guidato da Muqtada al Sadr, noto e potente leader politico e religioso. Ottenne 73 seggi su 329 ma fu escluso dalle trattative di governo, ritirò la sua rappresentanza parlamentare e i suoi seguaci si scontrarono con le forze di sicurezza. A queste elezioni al Sadr si è schierato a favore del boicottaggio, mantenendo la sua posizione di distanza dall’attuale sistema politico, che reputa illegittimo. Resta però molto influente: un’affluenza bassa potrebbe essere vista come una sorta di sua vittoria e portare a nuove proteste.
In Iraq i potenziali elettori sono 32 milioni, ma solo 21 milioni di persone si sono registrate per votare (per farlo è necessario fornire i propri dati biometrici, per esempio le impronte digitali). Ci si attende che voti meno del 40 per cento di questi: sarebbe un dato peggiore anche del 41 per cento del 2021, l’affluenza più bassa di sempre finora.

Manifesti elettorali a Baghdad (AP Photo/Hadi Mizban)
Il sistema politico iracheno è piuttosto complesso: a queste elezioni si presentano 31 coalizioni, 38 partiti politici, 75 candidati indipendenti. Possono essere divisi in tre grandi gruppi su base etnica e religiosa: gli sciiti, minoritari nell’Islam ma molto presenti in Iraq; i sunniti e i curdi, a cui si aggiungono liste minori che rappresentano altre minoranze o gruppi laici e movimenti civici. Gli elettori votano ancora prevalentemente su basi etniche e religiose. La consuetudine finora è stata che il primo ministro appartenesse alla maggioranza sciita, il portavoce del parlamento al gruppo sunnita, il presidente della Repubblica (con funzioni prevalentemente cerimoniali) a quello curdo.
Ogni lista partecipa alle elezioni da sola, e poi si allea dopo il voto: non ci sono solo varie liste sciite, ma anche più partiti sunniti e curdi. Le preferenze si trasformano in seggi attraverso un complesso sistema di distribuzione, che prevede che ognuna delle 19 province elegga un certo numero di parlamentari, garantendo la rappresentanza di donne (almeno il 25 per cento) e di gruppi etnici e religiosi minoritari. Il sistema sfavorisce i candidati indipendenti e tende a mantenere lo status quo, impedendo grandi sconvolgimenti. Come detto, dopo le elezioni iniziano trattative solitamente lunghe per eleggere il presidente (serve la maggioranza di due terzi) che poi nomina il primo ministro.
Prima delle elezioni sono stati esclusi oltre 880 candidati, spesso per motivi non chiari o per presunte offese alle forze armate o a rituali religiosi. Ma il problema principale della democrazia irachena sono i voti comprati. L’ex primo ministro Haider al Abadi, in carica tra il 2014 e il 2018, ha deciso che la sua coalizione Alleanza per la Vittoria boicotterà il voto e ha detto: «Le elezioni non sono una questione di popolarità, ma dipendono da quanti soldi si spendono, da quanti voti si comprano». Oltre alle pratiche illegali ci sono le promesse di impieghi pubblici e di interventi nelle infrastrutture, come l’allacciamento di alcune aree alla rete idrica.

I sostenitori del partito Movimento per i diritti a un comizio a Baghdad (AP Photo/Hadi Mizban)



