I pinguini e i puma non erano fatti per stare insieme

Una strage imprevista di migliaia di uccelli in Patagonia ha permesso di studiare l’impatto delle attività umane su una difficile convivenza

Un puma trasporta attraverso la steppa la carcassa di un pinguino appena predato
Un puma mentre preda un pinguino di Magellano nel parco nazionale di Monte León, in Argentina (Food Webs/Elsevier)
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Il parco nazionale di Monte León, nel sud dell’Argentina, è un’area protetta con un’estesa zona costiera, che ospita diverse specie animali della steppa della Patagonia, tra cui una colonia numerosa di pinguini di Magellano. Tra il 2006 e il 2008, pochi anni dopo l’istituzione del parco, i piani di conservazione della colonia furono ostacolati da una “strage” imprevista di migliaia di pinguini in poche stagioni da parte di una singola femmina di puma e dei suoi tre cuccioli.

I puma mangiarono solo alcuni dei pinguini predati, lasciando marcire la maggior parte delle carcasse degli altri. Alla fine i gestori del parco li abbatterono temendo che la colonia di pinguini potesse ridursi ulteriormente. Quella massiva e insolita predazione nel parco di Monte León è stata analizzata in una ricerca pubblicata a dicembre sulla rivista Journal for Nature Conservation da un gruppo di biologi ed ecologi del Consiglio nazionale della ricerca scientifica e tecnica argentino.

L’ipotesi del gruppo, formulata in base agli isotopi presenti (un metodo per datare materiale organico) e consultando vari registri, è che la nidificazione dei pinguini di Magellano lungo le coste della Patagonia argentina sia un fenomeno storicamente recente, almeno in alcune aree. A favorirlo durante il Novecento fu l’eradicazione dei loro predatori terrestri, principalmente i puma, da parte di allevatori preoccupati per il loro bestiame. Questo potrebbe avere incoraggiato gli spostamenti dei pinguini dalle scogliere delle isole verso le coste continentali dell’Atlantico sudamericano, dove però la loro vulnerabilità li espose agli attacchi, quando i puma ripopolarono quelle aree dopo che gli allevatori se ne andarono.

Una mappa della costa del parco nazionale di Monte León

Una mappa della costa del parco nazionale di Monte León, che mostra la posizione delle telecamere installate ai limiti della colonia di pinguini di Magellano (Puma predation on Magellanic penguins: an unexpected terrestrial-marine linkage in Patagonia/Food Webs)

In linea di massima, per evitare di essere predata, la maggior parte delle specie di uccelli marini colonizza piccole isole al largo, prive di predatori: perlopiù scogliere frastagliate, promontori inaccessibili, o la terraferma in Antartide, l’unico continente senza predatori terrestri. Deviando da questo schema generale, un gran numero di colonie di pinguini di Magellano – centinaia di migliaia di individui – nidifica da decenni lungo le coste atlantiche del Sudamerica. In molti casi sono aree fatte di spiagge e territori relativamente piatti.

Secondo le analisi degli autori della ricerca, confermate indirettamente da altri studi archeologici e paleontologici, le tre più grandi colonie continentali di pinguini di Magellano al mondo hanno meno di cento anni. La colonizzazione delle coste continentali della Patagonia argentina cominciò in gran parte nella prima metà del Novecento, alcuni decenni dopo che gli abitanti di quelle regioni avevano avviato un’estesa attività di allevamento delle pecore.

Per proteggere i loro greggi e le loro fattorie, gli allevatori cacciarono ed eradicarono i possibili predatori della zona: puma, ma anche volpi, gatti selvatici e altri carnivori di piccole dimensioni, uccisi con le stesse trappole e lo stesso veleno utilizzati per i puma. In questo modo crearono involontariamente un ambiente più ospitale per i pinguini di Magellano, attratti dalle isole verso le spiagge della terraferma, più vicine ad abbondanti risorse di “pesce foraggio” (i pesci di piccole dimensioni che si nutrono di plancton e altri piccoli organismi acquatici).

Le popolazioni di pesce foraggio, fondamentale per gli ecosistemi acquatici, erano probabilmente aumentate a loro volta per effetto del contestuale aumento della caccia alle balene. Verso la metà del Novecento anche la caccia di foche e leoni marini aveva “semplificato” la vita ai pinguini di Magellano, riducendo il numero di loro predatori e di loro concorrenti per le stesse risorse.

Sul lungo periodo le condizioni aride delle coste della Patagonia argentina, spazzata da venti molto forti, rese però difficile e poco proficuo l’allevamento di pecore. Negli anni Novanta molti pastori smisero l’attività e andarono via da quell’area. Fu all’epoca che il governo attuò diversi piani per proteggere le colonie di pinguini, creando aree protette, riserve e parchi come quello di Monte León. Paradossalmente l’ambiente diventò però meno ospitale per i pinguini.

Nella foto di sopra, un puma trasporta attraverso la steppa la carcassa di un pinguino appena predato; nella foto di sotto, un puma divora la carcassa di notte

Un puma ripreso da una fototrappola mentre preda un pinguino di Magellano nel parco nazionale di Monte León, in Argentina (Puma predation on Magellanic penguins: an unexpected terrestrial-marine linkage in Patagonia/Food Webs)

L’assenza di allevatori di pecore e la protezione che i parchi nazionali fornivano anche ad altre specie diverse dai pinguini favorirono di fatto il parziale ritorno di puma, volpi e altri predatori terrestri nelle zone costiere. L’analisi condotta dal gruppo di ricerca ha mostrato che intorno al 2006 l’alimentazione dei quattro puma di Monte León cominciò a basarsi quasi interamente sui pinguini. Peraltro, come fanno anche altri felini, i puma uccisero molte più prede di quante potessero mangiarne.

È comunque improbabile che la presenza dei puma nelle coste della Patagonia argentina possa avere un impatto rilevante sulle colonie di pinguini, ha detto alla rivista Smithsonian Katie Holt, una biologa dell’università di Washington che studia in Argentina la colonia di pinguini a Punta Tombo. È un’area protetta in cui vivono centinaia di migliaia di esemplari, più a nord di Monte León.

Il biologo argentino Javier Ciancio, uno degli autori della ricerca, ha detto allo Smithsonian che la diffusione dei pinguini di Magellano potrebbe avere in futuro un impatto significativo anche sulle popolazioni di acciughe e altri pesci foraggio al largo delle coste. Questa condizione, secondo lui e gli altri autori, pone una serie di riflessioni e di scelte difficili sulle conseguenze indirette degli interventi umani per la conservazione della fauna selvatica.