Il dibattito attorno alla mozione della Normale di Pisa sulla guerra a Gaza

Ha coinvolto istituzioni e politici, dopo che il Senato accademico aveva chiesto al governo italiano di non collaborare con Israele a progetti di ricerca che possano essere usati a scopo militare

Dettaglio di un edificio della Normale
(Wikimedia Commons)
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Alla Scuola Normale di Pisa, considerata una delle principali eccellenze tra i centri universitari in Italia, è in corso da alcuni giorni un dibattito che si è esteso anche al di fuori, sull’opportunità o meno per l’Italia di avviare e finanziare progetti di ricerca in collaborazione con Israele. Nello specifico, la Normale ha fatto riferimento ai progetti i cui risultati possano essere utilizzati a scopi militari e per esercitare forme di oppressione sul popolo palestinese nell’assedio in corso nella Striscia di Gaza.

Il dibattito è iniziato perché il 26 marzo il Senato accademico della Normale, che rappresenta il corpo docenti ma anche gli studenti, aveva approvato un documento che chiede il cessate il fuoco a Gaza. Il documento invita anche le istituzioni italiane, nello specifico il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e il ministero dell’Università e della Ricerca, ad attenersi, nella valutazione di bandi e progetti in collaborazione con altri stati, a quanto dice l’articolo 11 della Costituzione: e cioè che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Nella mozione, inoltre, viene chiesto al ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale «di riconsiderare il ‘Bando Scientifico 2024’ emesso il 21 novembre 2023 in attuazione dell’Accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica Italia-Israele». È un bando aperto a progetti di ricerca in tre settori – tecnologia del suolo, dell’acqua e ottica di precisione –, che verranno valutati e finanziati dal governo italiano e da quello israeliano, e la cui scadenza è il prossimo 10 aprile.

Nei giorni successivi la mozione del Senato accademico aveva ricevuto diverse critiche. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini ha detto di essere contraria al suo contenuto e ha ribadito l’importanza del «principio di neutralità culturale e scientifica».

L’associazione degli Amici della Scuola Normale Superiore di Pisa, una rete di organizzazioni e aziende che promuove e gestisce attività di collegamento tra l’università e il mondo del lavoro, ha espresso «sconcerto» e «contrarietà». In una nota ha detto di ritenere «che istituzioni universitarie come la Normale debbano piuttosto, nel rispetto delle opinioni dei singoli, preoccuparsi di valorizzare sempre la scienza, la cultura e l’arte come elementi di dialogo e di raccordo universale».

Dell’associazione fanno parte tra gli altri il direttore della Normale Luigi Ambrosio e l’attuale assessora della Toscana all’Università, Alessandra Nardini, che però ha reso nota la sua «personale non condivisione rispetto alla posizione espressa, sia nel metodo che nel merito».

Nel dibattito è intervenuto anche Marco Carrai, console onorario di Israele per le regioni Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia, sostenendo che «si parla di collaborazioni su tecnologie civili che però, secondo l’università, potrebbero essere utilizzate da Israele per uccidere le persone a Gaza». «Seguendo questo teorema», prosegue Carrai, «allora potremmo dire che sulle mura della Normale gronda il sangue di centinaia di migliaia di persone, quante ne furono uccise dalle bombe a Nagasaki e Hiroshima: eminente allievo della Normale, lo possiamo vedere anche nel sito della scuola che se ne vanta, e a ragione, è stato Enrico Fermi».

L’ex governatore della Toscana Enrico Rossi invece ha definito quello del Senato accademico della Normale «un messaggio coerente e rigoroso a favore della pace». «A mio avviso», ha detto, «una politica seria dovrebbe correre a confrontarsi con i docenti e con gli studenti che stanno protestando contro la strage di Gaza in quasi tutte le università italiane e provare a capirne le ragioni, a farle proprie e a sostenerle».

All’interno di organi e collettivi studenteschi universitari del tema si discute da mesi, fin dall’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre e dall’inizio dell’assedio di Israele nella Striscia di Gaza poco dopo.

Il 20 marzo, per prima, l’università di Torino aveva approvato una mozione per vietare la partecipazione allo stesso bando contestato dalla Normale. L’Unione Sindacale di Base (USB) inoltre ha indetto per il 9 aprile uno sciopero del personale tecnico amministrativo bibliotecario, dei collaboratori ed esperti linguistici (CEL) e del personale docente delle Università. Nel comunicato si legge che lo sciopero sarà tra le altre cose finalizzato alla «richiesta di interruzione dei rapporti di collaborazione scientifica tra le Università e i centri di ricerca italiani e israeliani orientati allo sviluppo di progetti suscettibili di dar luogo a prodotti utilizzabili anche in campo militare».