Cos’è il giurì d’onore

È la commissione d'indagine parlamentare chiesta da Giuseppe Conte per giudicare Giorgia Meloni: non serve a molto, visto che ha poteri limitati

Giuseppe Conte alla conferenza stampa in cui ha annunciato la richiesta del giurì d'onore (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)
Giuseppe Conte alla conferenza stampa in cui ha annunciato la richiesta del giurì d'onore (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)
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Lunedì il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha annunciato in una conferenza stampa alla Camera dei deputati che avrebbe chiesto l’istituzione di un giurì d’onore «per accertare le menzogne denigratorie della premier e deputata Giorgia Meloni». L’annuncio è arrivato dopo che la scorsa settimana Meloni aveva rivolto a Conte accuse prive di fondamento davanti al parlamento, sostenendo che nel 2021 avesse fatto approvare la riforma del MES da presidente del Consiglio dimissionario, «contro il parere del parlamento», «senza dirlo agli italiani» e «con il favore delle tenebre»: le cose in realtà non erano andate affatto così, e Meloni era stata smentita addirittura da un documento che lei stessa aveva portato con sé per sostenere la sua tesi.

Il giurì d’onore chiesto da Conte è una commissione d’indagine prevista dai regolamenti di Camera e Senato. Può essere convocata dai presidenti delle camere su richiesta di un parlamentare per giudicare la fondatezza di accuse dirette che ha ricevuto, se queste implicano fatti che danneggiano la sua «onorabilità». Si convoca molto raramente e non ha grossi poteri in termini pratici, se non quello di riferire alle camere le sue conclusioni, che possono poi decidere di agire di conseguenza. In passato le controversie che hanno richiesto un giurì d’onore si sono risolte perlopiù con semplici scuse da parte dei parlamentari su cui era stata chiesta l’indagine.

Il motivo per cui la convocazione del giurì d’onore è piuttosto rara è che non ha alcun potere punitivo, e quando avvengono fatti gravi il parlamento ha già altri strumenti – più efficaci – per stabilire eventuali sanzioni. In base all’articolo 59 del regolamento della Camera, per esempio, se un parlamentare usa «parole sconvenienti» o disturba col suo comportamento «la libertà della seduta» il presidente può rivolgergli un richiamo ufficiale. Se il richiamo viene ignorato, o se è necessario un secondo richiamo, il presidente può ordinare di far uscire dall’aula un deputato fino alla fine della seduta (art. 60). In casi più gravi può escluderlo dai lavori per un certo numero di giorni.

La convocazione del giurì d’onore ha però un valore simbolico, e può servire a chi la chiede per attirare l’attenzione su discussioni e accuse che per la verità sono piuttosto consuete nei dibattiti in parlamento, e che altrimenti si perderebbero. È quello a cui sembra puntare Conte in questo caso, che infatti ha detto: «Dobbiamo assolutamente chiarire che quando si rivestono ruoli istituzionali così delicati, e si viene in parlamento, non può passare il principio che si può dire tutto e il contrario di tutto».

– Leggi anche: Il «fax» mostrato da Giorgia Meloni in Senato in realtà la smentisce

Nei prossimi giorni il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, deciderà se ci siano i presupposti per istituire il giurì. Fontana dovrà valutare soprattutto che le accuse di cui parla Conte implichino l’attribuzione di un fatto determinato e non siano semplicemente l’espressione di un giudizio o di un’opinione di Meloni. Non è un fatto scontato, nonostante gli argomenti di Meloni fossero fallaci: nel 2005 per esempio fu negato un giurì chiesto dall’allora deputato dell’Ulivo Dario Franceschini, di centrosinistra, contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Mentre Franceschini leggeva alcune notizie in aula durante un dibattito sulla legge elettorale, Berlusconi urlò più volte cose come «è falso» o «non l’ho mai detto»: non fu però giudicata pertinente la convocazione di un giurì d’onore.

Il giurì è composto da un numero variabile di deputati (o senatori se viene richiesto al Senato), con una proporzione che rispetta le rappresentanze in parlamento. Una volta istituito, ascolta le testimonianze dei deputati coinvolti, raccoglie la documentazione presentata da ciascuno e poi decide se sia stata lesa l’onorabilità di quello che ha chiesto il giurì: il regolamento dice che alla fine la commissione presenta «le sue conclusioni alla Camera, la quale ne prende atto senza dibattito né votazione». In sostanza può solo dire chi ha ragione.

Nella maggior parte dei casi però non si arriva nemmeno a questo: le controversie si risolvono con delle scuse o con una sorta di “assoluzione”, come era successo nell’ultimo caso in cui era stato istituito un giurì, lo scorso marzo, per giudicare le frasi che il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli aveva rivolto ad alcuni parlamentari del PD.

Donzelli aveva sostenuto che quei parlamentari fossero andati a visitare in carcere l’anarchico Alfredo Cospito per incoraggiarlo a proseguire il suo sciopero della fame contro il 41-bis, il regime carcerario particolarmente duro a cui era sottoposto. «Questi parlamentari stanno con lo Stato o stanno con i terroristi e la mafia?», aveva chiesto provocatoriamente Donzelli: la frase era stata molto criticata, ma alla fine il giurì giudicò che fosse «una domanda retorica di natura prettamente politica», per quanto sgradevole.

Il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti, che ha fatto parte del giurì istituito per Donzelli, dice che è piuttosto scontato che queste indagini si concludano con un nulla di fatto: solitamente infatti vengono richieste dall’opposizione contro membri della maggioranza, ma il giurì è composto da più membri della maggioranza che dell’opposizione. «Per quanto possa apparire imparziale di fatto non lo è», dice Giachetti. Nel caso di Donzelli comunque lui stesso giudicò quelle accuse non diverse da molte altre sentite in parlamento. La commissione è composta appunto da parlamentari, che conoscono bene le consuetudini e i toni dei dibattiti.

In passato i giurì d’onore si sono conclusi senza conseguenze anche quando furono fatte e accertate accuse potenzialmente più gravi. Nel 1999 per esempio Roberto Manzone dell’UDEUR, partito di centro, chiese un giurì per valutare le affermazioni di Paolo Bampo, del Gruppo Misto, che aveva detto all’agenzia Ansa di aver ricevuto una grossa offerta in denaro (200 milioni di lire) da un altro deputato, Luca Bagliani, per passare all’UDEUR. Bagliani negò le accuse e minacciò di denunciare Bampo. Il giurì venne istituito e decretò che Bampo avesse detto la verità, ma per Bagliani non ci fu alcuna conseguenza in parlamento e l’UDEUR venne giudicato estraneo ai fatti.