• Mondo
  • Domenica 17 dicembre 2023

Il boicottaggio di Tesla in Svezia si sta allargando 

I lavoratori protestano per ottenere un contratto collettivo, e ci sono azioni anche in Danimarca, Finlandia e Norvegia 

(AP Photo/Noah Berger, File)
(AP Photo/Noah Berger, File)
Caricamento player

Nelle ultime settimane si è allargato il boicottaggio che alcuni sindacati hanno iniziato contro Tesla, l’azienda di automobili elettriche dell’imprenditore Elon Musk. L’azione sindacale, la più grande che Tesla abbia dovuto affrontare da quando fu fondata nel 2003, punta a spingere l’azienda a firmare un contratto collettivo che definisca la retribuzione, gli orari e i benefit a cui hanno diritto dei propri dipendenti, cosa che Tesla si sta rifiutando di fare.

Lo sciopero in Svezia contro Tesla era iniziato il 27 ottobre da un gruppo di 130 meccanici che si occupano di revisionare le auto dell’azienda e sono affiliati al sindacato nazionale IF Metall: da lì l’azione sindacale si è estesa prima a una serie di altri sindacati e poi anche ad altri paesi del nord Europa. Molti sindacati si sono uniti allo sciopero per solidarietà, anche senza avere lavoratori direttamente coinvolti nel lavoro per Tesla e «in un modo inusuale», ha detto Tommy Wreeth, capo del sindacato svedese dei lavoratori, uno di quelli che si sono uniti allo sciopero.

La Svezia è il quinto mercato più grande di Tesla in Europa. L’azienda non ha fabbriche nel paese, ma la gestione delle sue auto elettriche coinvolge comunque numerosi lavoratori, dai punti vendita alle officine meccaniche ai centri di ricarica. In Svezia non esistono leggi nazionali che definiscono gli orari lavorativi o il salario minimo: da decenni questi dettagli sono definiti nei contratti collettivi di settore, che praticamente tutte le aziende del paese hanno firmato. Per questo, in Svezia, la contestazione sindacale contro Tesla è vissuta non soltanto nel merito di una singola azione, ma come un modo per preservare il modello svedese di gestione dei rapporti del lavoro. Da lì, la protesta si è estesa, prima in Svezia e poi in altri paesi.

Il Sindacato svedese dei lavoratori si è unito all’azione contro Tesla mercoledì, annunciando l’interruzione di tutti i servizi di gestione dei rifiuti nelle officine di riparazione di Tesla a partire dal prossimo 24 dicembre, e affermando di farlo «per tutelare l’integrità dei contratti collettivi svedesi e del mercato del lavoro svedese». Già nelle settimane scorse molti addetti alle pulizie avevano smesso di pulire gli spazi espositivi e le officine di Tesla, i lavoratori portuali si erano rifiutati di scaricare le merci di Tesla nei porti svedesi e gli elettricisti avevano annunciato che non avrebbero fatto riparazioni nei punti di ricarica delle automobili dell’azienda.

Un ulteriore sviluppo della vicenda c’è stato sempre mercoledì, e riguarda il rifiuto dei lavoratori di PostNord, azienda che fornisce servizi postali in diversi paesi del nord Europa, di consegnare le targhe all’azienda, annunciato settimane fa. Tesla aveva denunciato l’Agenzia di trasporti svedese, agenzia governativa che si occupa di trasporti, e chiesto di aggirare il sabotaggio dei lavoratori postali ritirando le targhe direttamente dall’azienda che le produceva, come misura temporanea. Mercoledì un tribunale ha dato torto a Tesla, che di fatto, senza la collaborazione dei lavoratori postali, non può registrare le nuove automobili e quindi consegnarle ai propri clienti (le targhe sono documenti ufficiali e la consegna deve seguire i canali previsti).

L’azione sindacale contro Tesla si sta nel frattempo estendendo ad altri paesi: in Danimarca 3F, il sindacato più grande del paese, ha annunciato che i propri lavoratori portuali e autisti non avrebbero più trasportato i veicoli Tesla diretti in Svezia. La stessa cosa ha fatto in Finlandia il Sindacato finlandese dei lavoratori dei trasporti e in Norvegia la Fellesforbundet, la Federazione sindacale unitaria, il più grande sindacato norvegese del settore privato. «Anche se sei una delle persone più ricche del mondo, non puoi stabilire le tue regole: nei paesi nordici abbiamo degli accordi sul mercato del lavoro e devi rispettarli se vuoi fare affari qui», ha detto Jan Villadsen, a capo del sindacato danese 3F.