• Mondo
  • Martedì 5 dicembre 2023

La fine del Proibizionismo, novant’anni fa

Per 13 anni gli Stati Uniti vietarono completamente le bevande alcoliche: molte cose non andarono come previsto

Donne protestano per chiedere l'eliminazione delle leggi del Proibizionismo a Newark, in New Jersey, il 28 ottobre del 1932 (AP Photo)
Donne protestano per chiedere l'eliminazione delle leggi del Proibizionismo a Newark, in New Jersey, il 28 ottobre del 1932 (AP Photo)
Caricamento player

Il 5 dicembre del 1933 l’adozione del ventunesimo emendamento della Costituzione americana mise fine all’epoca del Proibizionismo, un periodo di 13 anni durante il quale gli Stati Uniti vietarono completamente le bevande alcoliche, almeno sulla carta. L’alcol in realtà non scomparve, anzi: il governo non riuscì mai a far applicare la legge e negli anni del Proibizionismo si sviluppò un florido mercato nero delle bevande alcoliche gestito da bande criminali sempre più potenti.

Con il tempo divenne chiaro che il Proibizionismo si stava rivelando una politica fallimentare, e per alcuni aspetti controproducente. La crisi economica del 1929, con l’aumento dei livelli di povertà e di disoccupazione, convinse anche i suoi iniziali sostenitori della necessità di reintrodurre la produzione e la vendita legale di bevande alcoliche.

Il Proibizionismo entrò in vigore nel gennaio del 1920, ma la sua storia cominciò molto prima, a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo. Nella prima metà dell’Ottocento l’alcol negli Stati Uniti era un grosso problema: gli uomini spendevano gran parte dei loro guadagni ai saloon, e il consumo favoriva lo sviluppo di comportamenti violenti in ambito domestico e di malattie al tempo incurabili. Si stima che nel 1830 il consumo annuale di alcol per persona fosse il triplo di quello attuale.

Si formarono quindi i primi gruppi contrari al consumo di alcolici, riuniti nel cosiddetto “Temperance Movement”, che prendeva il nome dalla virtù cristiana della temperanza. Erano formati principalmente da donne bianche di religione protestante che volevano limitare l’uso di alcol tra gli uomini, visto come un problema sociale che stava causando problemi a molte famiglie.

Il movimento passò in secondo piano durante la Guerra civile (1861-1865) ma riprese slancio nel 1873, quando fu fondata la Woman’s Christian Temperance Union (WCTU). Vent’anni dopo, nel 1893, fu fondata anche la Anti-Saloon League, un’altra associazione che chiedeva l’approvazione di leggi per proibire il consumo di alcolici a livello federale. La richiesta fu sostenuta da figure molto note, come l’imprenditore John D. Rockefeller Junior (che poi cambiò idea), e da vari gruppi estremisti, tra cui l’organizzazione apertamente razzista del Ku Klux Klan, nata per bloccare le conseguenze della liberazione degli schiavi alla fine della Guerra civile.

Un saloon negli anni Venti (via ANSA)

Nei primi anni del Novecento il dibattito intorno alla necessità o meno di vietare il consumo di alcol divise la popolazione statunitense. Da un lato c’erano i cosiddetti “Dry” (gli “asciutti)”, cioè le persone contrarie all’uso di alcol che generalmente vivevano in zone rurali, erano protestanti e molto conservatrici. Si consideravano i “veri americani”, ossia i primi a essere arrivati nel paese dal Regno Unito, e promuovevano il rispetto di rigidi valori morali. Dall’altro lato invece i c’erano i “Wet”, (gli “umidi”), in gran parte immigrati cattolici, poveri e non istruiti, che arrivarono negli Stati Uniti nella seconda metà del’Ottocento e si stabilirono nelle grosse città della costa orientale, dove il consumo di alcol era molto diffuso.

I proibizionisti riuscirono a organizzarsi meglio e a fare maggiori pressioni a livello politico. Nel 1917, durante la Prima guerra mondiale, il presidente Woodrow Wilson vietò temporaneamente la produzione di alcol, con lo scopo di destinare il cibo e i cereali al consumo alimentare. Poco dopo il Congresso introdusse il diciottesimo emendamento della Costituzione, che stabiliva in modo permanente il divieto di importare, produrre e vendere alcolici negli Stati Uniti. Dopo essere stato ratificato da almeno tre quarti degli stati (ossia da almeno 36 stati), l’emendamento entrò in vigore nel gennaio del 1919.

A ottobre dello stesso anno il Congresso approvò il Volstead Act, la legge che definiva i dettagli pratici dell’emendamento e quindi introduceva a tutti gli effetti il divieto di produzione e di vendita di bevande con un tasso alcolico superiore allo 0,5 per cento. Wilson cercò di bloccarne l’approvazione mettendo il veto, ma il Congresso votò a favore a grandissima maggioranza. La legge entrò in vigore il 16 gennaio del 1920.

Secondo molte stime, nei primi anni di Proibizionismo il consumo di alcol diminuì di circa il 30 per cento, ma con il passare degli anni si tornò progressivamente ai livelli precedenti all’introduzione della legge.

Si sviluppò un grosso mercato nero, e almeno le persone più facoltose non ebbero mai grossi problemi nel rifornirsi di alcolici contrabbandati. Nacquero gli speakeasy, bar più o meno nascosti in cui si vendeva alcol illegalmente: si stima che nella sola città di New York ce ne fossero tra i 20mila e i 100mila, di tutti i tipi e per tutte le classi sociali. A differenza dei saloon, gli speakeasy erano frequentati anche da molte donne.

Oggi ci sono molti bar che si ispirano agli speakeasy degli anni Venti. Nella foto, un bar di Boston (AP Photo/Charles Krupa)

L’alcol divenne un business estremamente redditizio per le organizzazioni criminali, che iniziarono a scontrarsi tra loro per ottenerne il monopolio. Le bande erano divise su base etnica e molte erano composte da immigrati italiani, irlandesi, ebrei o polacchi. Erano gli anni dei gangster, di Al Capone e della mafia americana: secondo molti studiosi il fenomeno del crimine organizzato negli Stati Uniti si formò proprio negli anni del Proibizionismo. Il contrabbando di alcol permise ad alcuni criminali di arricchirsi moltissimo, arrivando a guadagnare somme che con il cambio e l’inflazione attuale corrisponderebbero a miliardi di dollari all’anno.

Al contrario, il governo degli Stati Uniti stava perdendo moltissimi soldi, dato che fino all’introduzione del Proibizionismo la tassa sui liquori era una delle principali fonti di entrate sia per gli stati che per il governo federale: la sua improvvisa eliminazione causò perdite complessive per 11 miliardi di dollari. Anche l’applicazione del divieto fu problematica. Nel corso degli anni Venti il budget annuale del Bureau of Prohibition, il principale ente incaricato di supervisionare il rispetto delle norme del Proibizionismo, passò da 4,4 milioni di dollari a 13,4 milioni di dollari. Molti dei suoi dipendenti erano considerati inesperti e facilmente corruttibili dalle organizzazioni criminali che gestivano il contrabbando.

(AP Photo, File)

Mentre le persone benestanti potevano permettersi di acquistare alcol al mercato nero, i più poveri cominciarono a bere prodotti artigianali, spesso tossici e dannosi per la salute. Molti iniziarono a produrre vino o birra in casa con metodi non sempre salubri e a volte letali. Inoltre la legge che regolava il proibizionismo lasciava molte zone grigie che vennero sfruttate come scappatoie. Per esempio, i farmacisti potevano prescrivere il whisky come cura per una serie di malanni: nello stato di New York il numero di farmacisti registrati triplicò durante gli anni del Proibizionismo. Il consumo limitato di alcol era permesso anche per fini religiosi, e aumentarono quindi i frequentatori di chiese e sinagoghe. Inoltre, il Volstead Act non proibiva esplicitamente il consumo di alcolici, ma “solo” la loro produzione e il trasporto.

Ci furono comunque alcuni lati positivi. Le morti causate dalla cirrosi, una malattia cronica del fegato, diminuirono notevolmente (anche se non tutti gli studiosi sono d’accordo nell’attribuire il merito direttamente alle politiche del Proibizionismo), così come gli arresti per manifesta ubriachezza. Il 4 marzo del 1929 entrò in carica il presidente Herbert Hoover, Repubblicano e sostenitore del Proibizionismo, che durante la campagna presidenziale aveva descritto come un «nobile esperimento».

Complessivamente però verso la fine degli anni Venti divenne chiaro che il Proibizionismo non stava funzionando, e si iniziò a discutere della possibilità di eliminare le leggi che lo regolavano. La situazione divenne ancora più problematica a partire proprio dal 1929, quando cominciò la Grande Depressione, ancora oggi considerata la più grande crisi economica dell’epoca moderna.

Molte persone che inizialmente si erano dette favorevoli al Proibizionismo cambiarono idea e ne riconobbero il fallimento. Tra questi c’era Pauline Sabin, la prima donna a far parte del Comitato nazionale del Partito Repubblicano. Sabin fondò la Women’s Organization for National Prohibition Reform (WONPR), un’organizzazione che chiedeva l’eliminazione del Proibizionismo: le donne, che quasi un secolo prima erano state tra le principali sostenitrici della misura, ora facevano campagna per la sua eliminazione.

Uomini scaricano casse di whisky spacciate per casse di pomodori, nel 1929 (AP Photo, File)

Nel mezzo di una enorme crisi economica molti iniziarono a vedere la legalizzazione della produzione e del consumo di alcolici come un modo per creare nuovi posti di lavoro, e la reintroduzione della tassa sugli alcolici come una potenziale fonte di entrate per il governo federale e per gli stati (ancora oggi le bevande alcoliche sono tassate e permettono di raccogliere diversi miliardi di dollari all’anno). Furono organizzate molte proteste per chiedere la fine del Proibizionismo: nell’ottobre del 1931 più di 1omila persone si riunirono a Newark, in New Jersey, per sostenere la causa con lo slogan “We want beer”, “vogliamo la birra”.

Nel 1932 il democratico Franklin Roosevelt, favorevole all’eliminazione del Proibizionismo, sconfisse Hoover alle elezioni presidenziali con un enorme margine, vincendo in 42 stati su 48. Presto si mise in moto il processo legislativo necessario per abrogare la norma, che seguì un iter piuttosto intricato: nel febbraio del 1933 il Congresso approvò il Blaine Act, che proponeva l’introduzione del ventunesimo emendamento della Costituzione. Questo prevedeva l’eliminazione del diciottesimo emendamento, ossia quello che vietava gli alcolici e che diede inizio al Proibizionismo.

Il 5 dicembre del 1933 lo Utah fu il trentaseiesimo stato a ratificare il ventunesimo emendamento, che quindi entrò in vigore: il Proibizionismo era finito, almeno a livello federale. Gli stati favorevoli potevano comunque continuare ad adottare la misura, e il Mississippi fu l’ultimo stato a eliminare il divieto per le bevande alcoliche, nel 1966.

Oggi il Proibizionismo è considerato da quasi tutti una politica fallimentare, che non riuscì a raggiungere gli obiettivi per i quali era stata pensata, a partire ovviamente dall’eliminazione dell’alcol dagli Stati Uniti. Soprattutto, il Proibizionismo ebbe molte conseguenze impreviste: le enormi perdite economiche per gli stati e per il governo, ma anche la forte crescita dei livelli di criminalità e la nascita di associazioni criminali e mafiose, che continuarono a operare anche dopo la fine dei divieti.